Ha ventidue anni Margherita Pieracci – la Mita a cui sono indirizzate queste lettere – allorché, nel novembre del 1952, chiede a Vittoria Guerrini, che ne ha allora ventinove – e che adotterà poi, fra gli altri, lo pseudonimo di Cristina Campo –, di poterla incontrare per parlare con lei di La pesanteur et la grâce, dalla cui lettura è uscita profondamente turbata. Comincia così, sotto il segno e nel nome di Simone Weil, un’amicizia che avrà fine solo con la morte di Vittoria, ventiquattro anni dopo, e si nutrirà, nei lunghi periodi durante i quali le due amiche saranno separate, di uno scambio epistolare affettuoso e costante. Le duecentoquaranta lettere scritte a Mita fra il 1956 e il 1977, che vengono presentate qui con la cura appassionata della stessa Margherita Pieracci, offrono ai lettori della Campo una cornice in cui inscrivere le poesie e i saggi che videro la luce in quegli anni (anni sui quali aprono spiragli di un fulgore talvolta crudele, che riduce le cose, secondo le parole di John Donne, «a coraggiosa chiarezza»). Al contempo, tuttavia, sono un’opera compiuta in se stessa, e di straordinaria qualità letteraria. Mai come nelle lettere la scrittura della Campo riesce a esprimere una gamma così mutevole e cangiante di intonazioni e di sfumature: se in certi momenti può farsi cullante, e quasi incantatoria, in altri è sferzante, aspra, risentita; ma sempre, in esse, la profondità di un pensiero la cui densità risplende in limpidissime gemme anche quando sembra limitarsi a suggerire la lettura di un libro o a formulare un giudizio, e la ricerca instancabile della verità e della bellezza, ma pure lo sgomento e il dolore, e persino l’angoscia, si fanno parola poetica.
Cristina Campo was the pen name of Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina Guerrini, an Italian writer and translator. During World War II, she began translating into Italian literary works by authors such as Katherine Mansfield, Eduard Mörike and Hugo von Hofmannsthal. She began translating works by Simone Weil into Italian.
"Lasci al tempo la memoria, questo suo unico possesso; e non tolga al passato la veste bianca, se pure oggi le sembri nudo e scheletrico. Non conosciamo le alchimie dei giorni - né come incontreremo in futuro ciò che abbiamo abbandonato alle spalle."
La sola condizione possibile per accettare il vuoto è farne un elemento e non una condizione - dunque essere liberi.
Ha tradotto Simone Weil e non dal francese al francese. Ne è stata amica per interposta madre (M.me Selma Reinherz). Basterebbe e non le è bastato, si sa. Ora a qualcuno, a qualcuna, invece, non basta leggerla. E nemmeno cercare il suo sguardo 'perfetto, cupo, febbrile, gioioso' su ciò che è rimasto: il giardino del lago di Villa Borghese, le Tre Fontane, i campanili, malfermi nelle chiaroscure primavere sull'Aventino. Perché sì, la mancanza è incondizionata, elementare, come ciò che lei ha chiamato amore. Chiudo le lettere (d'amore) a Mita e le lascio qui. Qualche decina di minuti di sole campiano, fino a piazza sant'Anselmo, civico tre.
Ahi che la Tigre, la tigre Assenza, o amati, ha tutto divorato.
Cercare con altro sguardo la stessa cosa vuol dire planare impolverato su quello che è «la prima radice» ! direbbe, forse, Simone Weil. Lettura assoluta questa delle lettere a Mita.
Cara, passai una sera intera a scriverle. Scrivevo con gli occhi sulla parete di fronte al mio letto, che la sera, se non accendo la luce, riflette l’ombra intricata del pino e si trasforma in veranda. Nel pomeriggio avevo trovato certe lettere sue, ne avevo rilette molte. Volevo dirle grazie, in mille modi impercettibili ed assoluti - ma come, se non scrivendole con gli occhi su una parete, tra ombre d’aghi fragili che si rincorrono senza muoversi? Che strano dialogo a una voce. Avevo messo da parte cinque di quelle lettere - foglietti da Parigi traboccanti di gioia. Volevo dargliele il 23; renderle la sua gioia perché la riconoscesse - e l’aspettasse di nuovo con la mia stessa certezza. E poi avevo trovato altre cose - un bigliettino di Padre Giovanni, una frase di Fasani (“le cose che il tempo colma sempre di nuovo, le altre, invece, che svuota…in fondo solo questo è da comprendere, in tutta una vita”) E una cartolina che lei mi scrisse da Poggio a Caiano - un angolo del muro di Villa Medici con l’Ombrone che scorre sotto - una sera toscana perfetta, senza ornamento. Mille tracce di quegli agosti passati insieme, quando ci dicevamo “chi parla non è morto”; tutti quegli agosti fiorentini e romani su cui le sue piccole, meravigliose parole gettavano ponti d’aria. Potessi anch’io gettar ponti su tutti i suoi giorni difficili - finché non vi sia più bisogno di ponti. Invece anche questa volta ho taciuto - ma ero malata, con gli occhi fissi alla parete su cui le scrivevo lettere - e giorni e notti si confondevano in questa lotta che si fa sempre più stretta, con gli angeli e i demoni che si scambiano così spesso le parti, perché le prove siano più gravi e complete. (Ripensavo alle “radici”, che ormai erano la mia casa - e al terrore del rematore gettato sopra coperta, al timone, costretto a raggiungere in mezzo all’uragano un porto che non conosce…). Perdoni questa lettera romantica, barocca. Il tempo riempie sempre di nuovo il nostro affetto -
Ma io non ho, davvero, che la poesia come preghiera - ma posso offrirla? E quando mai la sentirò così vera (non dico pura, ma è differente?) da poterla deporre a quell'altare - di cui non vedo e forse non vedrò mai che i gradini - come un cesto di pigne verdi, una conchiglia, un grappolo? Di giorno in giorno mi persuado sempre più che non ho altro rosario, altra spada, altro libro, altro cilizio che questo.
in queste tre settimane sono stata più sola che in tutto il resto della mia vita. Nessuno (salvo Gianfranco, malatissimo) ha più saputo niente di me. Lo strappo di quella sera era stato troppo forte perché dal cuore non colasse via anche tutto il resto – e che cosa ne avrei fatto di tutto il resto senza di lei? Forse questo linguaggio le apparirà insensato; e io so bene che il mio concetto dell'amicizia può apparire mostruoso. Ma solo questo può spiegare (dico spiegare, nient'altro) la mia violenza di certi attimi. Solo chi senta gli strappi come totali mutilazioni può arrivare a certe forme di volontà distruttrice. Così frequentare chi che sia non aveva senso, perduta lei. E mi sarebbe apparso ignobile e basso. Neppure a Greta ho più scritto, non ho risposto nemmeno al suo telegramma di Pasqua. Mi creda, per favore – questa non è pesanteur in cammino. E' un voltare il viso alla parete, disperato e fedele. Forse un vero cristiano dovrebbe vergognarsi di tutto questo. Io non sono una vera cristiana, purtroppo, come lei sa. Sono stata a Manziana gli ultimi giorni della Settimana Santa e ho letto Hölderlin tutto il giorno e tutta la notte, mentre cantavano nelle chiese i responsori della Passione. E ho cercato di accettare con umiltà il mio destino di vagabonda che in nessun luogo sa trovare riposo – di farne a poco a poco un dovere, un'intima disciplina. Soprattutto perché non so non far male – lei ricorda: les déracinés déracinent – quando mi si strappa via a forza. E' ritornato per me l'inverno del '53. Solo che adesso la giovinezza è finita – mai l'ho sentito con tanta forza – e non c'è più castello da ritrovare né passo amico da aspettare, parlando insieme vicino al fuoco. Negli ultimi giorni mi ero ammalata. Non potevo quasi più alzarmi, per la strada credevo di cadere a ogni passo. Bernhard mi ha detto che il mio corpo non c'entrava, cosa che del resto avevo sempre saputo. Mia cara, vorrei offrirle qualcosa di bello e puro, per ringraziarla e chiederle perdono. Non ho niente, purtroppo. Ma le mani che ho potuto stringere alle sue rimarranno, calde e sicure. E di quelle lei aveva bisogno, non di me. Anche a me resta di lei tutto ciò che mi ha dato – ma vede, a me non importa niente, niente di tutto questo. A me importava lei personalmente, lei anima e corpo, i suoi occhi e le sue parole – come al Capitano importava Mitsushima mille volte più della sua musica, del suo stesso eroismo. Oggi è il mio compleanno.
Cara, l'abbraccia
Vie
Vorrei che non parlasse mai più a nessuno di noi. Troppe mani hanno già 'sfigurato l'amore'. E questo sono decisa a non sopportarlo mai più".
-- "Nota: Mitsushima è il protagonista dell'Arpa birmana" -- ----
"Mita, vieni subito. La tua lettera è di una sublime idiozia. Se tutte le mie donnine l'avessero pensata come te, non avrei fatto un libro di poetesse ma un noiosissimo martirologio". ----
"Qui sono più sola che Giovanni tra le locuste" ----
Perché la gente non conosce Cristina Campo? Le sue lettere sono un balsamo per l’anima, specie di chi in questo mondo lotta per trovare la sua nicchia. Lettere a Mita, lettere a tutti noi.