Arrigo è una particolarissima guida al Medioevo romano, fatta di libri e di parole, di quartieri e di mestieri e di qualsiasi altra cosa potesse comporre l’universo di un cittadino romano di quel tempo. È la storia sociale e linguistica di un’epoca in cui il punto di vista del narratore si alterna allo sguardo, ai pensieri, alle parole di un personaggio fittizio che ci appare tuttavia insolitamente reale, quasi un amico di cui veniamo via via a conoscere vita pubblica e vita privata, sogni e ambizioni, affetti e comportamenti. Ma Arrigo è anche una vicenda in cui si intrecciano omicidi misteriosi ed efferati, legati tra loro da enigmi e indovinelli che il lettore è spinto a sciogliere diventando in qualche modo lui stesso, indotto com’è a calarsi nella mentalità del luogo e del periodo, un abitante della Roma medievale. Massimo Arcangeli ha scritto un libro del tutto particolare, che ci immerge in un contesto temporalmente alieno avvicinandocelo «dall’interno», grazie a una storia ricca di suggestioni ma al contempo solidamente documentata per mezzo di un doppio sistema di note. Al lettore il compito di decidere il tipo di percorso da intraprendere: se leggere il «romanzo» del mercante di libri Arrigo degli Ardinghi, di sua moglie Angela (raffinata lettrice, che sorprendiamo anche a riflettere sulla condizione femminile) e dei figli Massimello e Tuttabona, con le loro inclinazioni e aspirazioni, e fermarsi lì; oppure se approfondire i vari argomenti e le varie vicende attingendo al poderoso apparato di commento e di approfondimento bibliografico per ulteriori stimoli e percorsi (sollecitati dall’indice finale, dei luoghi di Roma e del Lazio). Arrigo, insomma, è un libro unico. L’esempio di un modo del tutto originale di fare storia, di una forma di «divulgazione» profonda e multidisciplinare, colta e insieme accessibile, che ci fa comprendere in presa diretta un momento importante del nostro passato.
Massimo Arcangeli (Roma, 1960) è un linguista e critico italiano. Docente di linguistica italiana ed ex preside della facoltà di Lingue e letterature straniere presso l'Università degli Studi di Cagliari, è autore di saggi e articoli scientifici e divulgativi. È componente del collegio di dottorato in Linguistica Storica e Storia linguistica Italiana dell'Università La Sapienza di Roma.
Non è un "romanzo storico" come le centinaia che si trovano in giro, questo libro - e, probabilmente, questa è la sua maggiore (e non trascurabile, visto l'infimo livello qualitativo di certa editoria di consumo) qualità. E' invece un tentativo interessante, per quanto riuscito solo in parte, di ibridizzare il saggio storico con l'invenzione narrativa - Arcangeli immagina un libraio del '300 a Roma e dedica ogni capitolo ad analizzare dettagliatamente, da storico di grande livello quale è, ogni aspetto della sua vita. La casa di Arrigo è identificata con precisione (al punto di mostrarci foto e dipinti), il suo lavoro analizzato in ogni aspetto con citazione delle fonti, persino i giochi con i quali si svaga sono soggetti ad una competente disanima. La trattazione è sempre colta, approfondita e di grande interesse, per esempio quando l'attenzione è posta sulle etimologie delle parole che danno la concreta percezione del passaggio tra epoca Romana e Medioevo.
E, quindi, alla fine, la parte più debole è proprio la finzione narrativa, una strana vicenda nera con dettagli un pò orrorifici poco gradevoli che sembra ricalcata da certi noir hollywoodiani di seconda fascia - in effetti, non sorprende che il libro sia stato poco gradito anche qui da lettori che, probabilmente, si attendevano qualche feuilleton alla Dan Brown o Ken Follett.
Invece, questo libro è un saggio storico in forma di romanzo, dove le fonti e la bibliografia sono ben importanti, anche più del testo narrativo (anche per il mero numero di pagine: note e bibliografia sono quasi i 2/3 del libro). Si astengano dalla lettura i cercatori di intrattenimento facile, quindi.
Su tutte, meravigliosa la citazione dantesca: Ritengo quello dei Romani non un volgare, ma piuttosto un tristiloquio, il più turpe di tutti i volgari italici
ennesimo libro di Massimo Arcangeli volto unicamente a far sfoggio delle proprie conoscenze e del proprio vocabolario senza prestare alcuna attenzione al lettore che, se si intende pubblicare un libro, dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni dell'autore. invece si passa da un argomento all'altro elencando persone, luoghi, eventi senza un filo conduttore chiaro e sensato, un libro che in sostanza parla del nulla, la cui lettura è resa ancora più ostica da un lessico poco comune (il fatto che l'autore sia un linguista non giustifica la scelta, che peraltro non si limita a questo libro, ma fa parte del suo stile: se ogni frase è composta per la maggior parte da parole non di uso comune, il significato non sarà intuibile dal contesto; sarà necessario interrompere la lettura per capire ciò che l'autore sta cercando di comunicare e se questo succede frequentemente va a danneggiare il ritmo della prosa). ci sono libri che non valgono lo spreco di carta, Arrigo è uno di questi; Massimo Arcangeli deve imparare che fra essere esperti di lingua e scrittori c'è un'enorme differenza, e lui sicuramente ricade solo nella prima categoria.