A sette anni, mentre assiste con il padre Rudolf allo sbarco del primo uomo sulla luna, Werner Wolf viene a sapere qualcosa che gli cambierà la vita per sempre: sua madre Klara è il frutto segreto della relazione tra Eva Braun e Adolf Hitler. L'inevitabile conseguenza è che Werner ha avuto in sorte come nonno, anziché un simpatico vecchietto che gli racconti le favole davanti al camino, il più esecrabile criminale della storia: il male assoluto.
La sua vita diventa così un'impossibile fuga da se stesso e dalla vergogna di una colpa mai commessa, mentre la madre, bellissima cantante d'opera fallita, vende il proprio sangue a decrepiti filonazisti per una bottiglia di vodka.
Cinquant'anni dopo Werner vive - senza passato e soprattutto senza futuro - in una baracca ai margini di Berlino. Trascorre le giornate in solitudine, cammina nei boschi, raccoglie oggetti dalla spazzatura e si barcamena tra l'ostilità del padre Rudolf, anziano e paranoico vivaista appassionato di bonsai, e gli assalti di Danny Grunberg, logorroico agente di spettacolo deciso a trasformarlo in un fenomeno da baraccone, convinto che la memoria sia il vero business del nostro tempo.
Da questo vicolo cieco parte un imprevedibile viaggio, reale e soprannaturale al tempo stesso, dalla Germania all'estremo Sud dell'Italia. Un viaggio che, attraverso l'incontro con una ragazzina impertinente e poco incline alle lezioni della storia, catapulterà il nipote di Hitler in una dimensione arcana e sospesa, dove tutto - perfino l'incancellabile macchia di Werner - potrà essere illuminato da una luce diversa.
La regola del bonsai è un romanzo tragico e al tempo stesso ironico, scandito da un'azione incalzante e innervato di simboli, che ribalta le prospettive abituali intorno alla memoria suggerendo la necessità di un'elaborazione del passato in grado di farci entrare in modo nuovo nel futuro.
Tre stelle perché si poteva fare di meglio col materiale a disposizione. La vena ironica viene fuori spesso, ma in generale il difetto che infastidisce è una certa incostanza nel tono scelto per raccontare.
Idea molto interessante quella di sondare le responsabilità di colpe non proprie ma ereditate e della definizione di sé data dal passato. Peccato per la scelta di una trama che, soprattutto nella seconda parte, paradossalmente allontana dall'obiettivo
Molto interessante il tema di fondo del peso dell'eredità famigliare, delle colpe dei padri (in questo caso il nonno) e della necessità di superarle. Peccato perché potevano essere più forte il tono ironico e la vena comica. Ma soprattutto: perché correre sul finale?