Da quando la sorella gemella è morta davanti ai suoi occhi in un tragico incidente in mare, la giovane Alice si è ritrovata completamente sola: il padre ha abbandonato la famiglia, la madre si è chiusa nel lutto, gli amici e i compagni di classe si sono allontanati. La ragazza passa le sue giornate tra casa e scuola, circondata dai silenzi e dagli scoppi d’ira della madre – che sembra incolparla di essere sopravvissuta alla gemella – e dal rumore delle onde che bagnano l’isola su cui abita. Poi un giorno in classe arriva Egle. Egle apparsa dal nulla. Egle che non parla mai. Egle così simile alla sorella. Quando la nuova compagna le chiede se può passare da lei a prendere degli appunti, ad Alice non sembra vero che qualcuno possa venire a portare un refolo di aria fresca nell’asfissiante memoriale in cui la madre ha trasformato il loro appartamento, tra foto incorniciate, reliquie intoccabili e stanze nelle quali è proibito mettere piede.
Ciò che Egle non sa è che ogni volta che infuria la tempesta le linee di comunicazione tra le isole si interrompono, e che perciò alle prime gocce di pioggia si troverà bloccata là, a tempo indefinito, «prigioniera» delle due donne. Ciò che invece Alice non sa è che dentro Egle brilla un’ombra maligna e misteriosa: un’ombra che la connette attraverso fili spettrali a Matilde e che crescerà, ora dopo ora, fino ad avvolgere ogni cosa. Fosca Salmaso esordisce con un romanzo nel quale abitano gli echi familiari e fantasmatici di Shirley Jackson. Mia sorella guida il lettore sulla soglia tra una realtà imponderabile e una seducente follia, tra il regno dei viventi e gli abissi dell’ignoto; in quel confine tra la notte e il suo doppio che si può attraversare solo avanzando sulle ceneri di un sacrificio.
Questa è la storia di due gemelle, separate per sempre da un incidente in mare: di Alice, segnata dal senso di colpa; di sua madre, impazzita dal dolore; e di Egle, apparsa dal nulla e avvolta nel mistero. Un romanzo inquietante e magnetico sulle energie oscure che circondano ogni scomparsa.
Fosca Salmaso, giovane veneziana al suo esordio, costruisce un racconto impregnato di mistero e avvolto da un’aura di suggestione.
Una velata minaccia incombe sul destino dell’adolescente Alice, che da cinque anni veglia sul lutto rituale della madre, dopo che la sorella gemella Matilde è morta annegata. La storia si svolge in una non ben identificata isola, inserita in un corollario di altre isole che ricordano il paesaggio lagunare veneto, ma per certi aspetti (il freddo, la solitudine, le tempeste incombenti) richiama anche una cornice tipicamente nordica.
In ogni caso. Acqua ce n’è in ogni dove ma dopo la tragedia, quando la madre si chiude in un dolore irredimibile, l’acqua nemmeno può essere nominata. Come una giovane vestale Alice protegge la lucida follia materna che si difende dalla disperazione affidandosi al potere salvifico dei rituali.
Eppure è lei la più ferita: non solo ha perso la sorella, ma ha perso anche la madre. Perché Matilde era stata la prediletta, quella buona e bella, la più amata, mentre Alice ne era soltanto l’umbratile copia malriuscita. Ciascuna di loro dunque vive in simbiosi con il proprio solitario tormento, anche se la ragazza non si rassegna ad avere perduto anche le briciole dell’amore di sua madre.
Quando a scuola appare come dal nulla Egle, affascinante fanciulla che a Matilde assomiglia moltissimo, Alice immagina una possibile uscita dal tunnel. L’imminente arrivo della tempesta che ogni anno regolarmente si abbatte sull’isola sarà la cornice ideale al piano architettato dalla gemella sopravvissuta per poter guarire sua madre e riavere il suo affetto, ma il disegno di Alice perde sempre più i suoi nitidi contorni e precipita dentro una incontrollabile trama opaca e oscura.
Il tema del doppio, le atmosfere surreali , l’imponderabilità del male fanno di questo racconto un’esperienza di lettura segnata dall’ inquietudine (perciò difficile smettere), ma anche dalla speranza che questo bell’ esordio dischiuda interessanti possibilità di nuovi sviluppi narrativi. Perché il racconto, pur evolvendo, per certi aspetti ci tiene sospesi fino alla fine, lasciandoci così, insieme al resto, anche un leggero retrogusto di insoddisfazione.
Un esordio che mi è piaciuto tanto e che rimanda gli echi di Shirley Jackson e di Daisy Johnson ⠀ “Mia sorella” di Fosca Salmaso racconta la storia di Alice, che da quando ha perso la sorella gemella in un tragico incidente in mare vive in una sorta di forzato isolamento e in una casa in lutto. Finché un giorno, a scuola, arriva una nuova ragazza, Egle, con cui subito si crea una strana sintonia… ⠀ Ambientato su un’isola lagunare durante una tempesta capace di “fermare il tempo”, “Mia sorella” è un romanzo d’esordio claustrofobico e inquietante, che vi imprigionerà nella sua rete grazie alle sue oniriche atmosfere alla Shirley Jackson e all’umana crudeltà dei personaggi ideati da Fosca Salmaso. ⠀ L’elemento acquatico, la laguna e l’acqua diventano motivi centrali in questo romanzo “d’atmosfera”, che mi ha ricordato anche un’altra storia gotica ambientata fronte mare: “Sorelle” di Daisy Johnson. ⠀ Capitoli brevissimi, frammentati, per raccontare il dolore, la gelosia e il senso di colpa; rispecchiarsi, andare in mille pezzi e ricostruire il nucleo. ⠀ Consigliatissimo 🎃
Spesso, tutti noi, abbiamo una sorta di diffidenza nei confronti di chi esordisce e non conosciamo. Preferiamo restare al sicuro, fruire in modo continuo di autori che già ci hanno conquistato, di cui si è già sentito parlare molto o che sono divenuti classici.
Lo capisco, è una cosa che tendo a fare anche io. È istinto di conservazione, suppongo. Questa rubrica, però, nasce dal mio intento (e quello della rivista L’Amletico) di cercare un confronto diretto con gli esordienti, nella speranza che, facendo un po' la loro conoscenza, si alimenti in tutti noi la curiosità nei confronti delle loro opere prime. Vi invito quindi a scavalcare la "siepe" con me e andare oltre alla diffidenza nei confronti di ciò che ancora non conosciamo. E dunque eccoci qui. Cerchiamo di fare un po' di "luce" assieme.
Cominciamo questo percorso con Fosca Salmaso, giovanissima esordiente veneziana del '96, col romanzo "Mia sorella". Al centro del tuo romanzo, sembra esserci il tentativo (se non addirittura la “tentazione”) che un affetto mancato o irrecuperabile possa essere sostituito con un altro. È una cosa che in maniera differente probabilmente abbiamo provato tutti, nella vita. Tu come la vivi? È più una tua paura, o una sadica speranza?
Sì, scrivo spesso di sostituzioni, parassiti. Penso sia più una paura, ma non ti nascondo che il pensare di poter essere sostituiti può far comodo… a volte anche a me piacerebbe poterlo fare. A un certo punto del romanzo, la protagonista, Alice, cerca di sostituire la sorella perduta con una nuova ragazza. Quindi tutto comincia proprio con la sostituzione vista come tentazione, come dici tu, fino a quando la situazione si capovolge e Alice si ritrova a temere la possibilità che qualcuno prenda il suo, di posto.
Questa storia è anche una riflessione sul corpo, su cosa lo leghi all’individualità. È una cosa su cui rifletto spesso; per questo sono fissata coi fantasmi, me ne sono anche tatuato uno di recente, guarda… Ecco, diciamo che tutti i personaggi di questo romanzo sono un po' fantasmi, ma non a tutti gli effetti. O almeno non credo.
La tua storia si svolge quasi interamente all'interno di una casa, non una scelta facile da gestire, ma tu ci riesci; anche perché la casa assume quasi un senso metaforico: da una parte è un involucro protettivo, e però dall'altra finisce con l'opprimere i tuoi personaggi. Sarebbe giusto considerare la casa del tuo romanzo come una sorta di utero?
Direi di sì, per me era importante che la casa rimandasse all'archetipo della maternità, per questo insisto spesso con l'elemento “acqua”. A un certo punto c'è la tempesta, ma è là fuori, e fintanto che i miei personaggi rimangono in casa pensano che non possa capitargli niente di male, si sentono al sicuro, ma è proprio il contrario…
A proposito dell'acqua. Tu sei veneziana. Lo so che sembrerà una domanda scontata e che in molti ti avranno già fatto, ma mi sapresti dire quanto è fondamentale questa cosa all'interno del romanzo? Certo. Il romanzo, come altri miei scritti, è ambientato Venezia, ma allo stesso tempo non proprio a Venezia. È la mia Venezia, quella che io ho vissuto. Da piccola mi affascinava un sacco il fatto che in gita scolastica ci portassero sempre in isole diverse della laguna, tipo al Lazzaretto, o a Murano, e in ognuna si faceva qualcosa di specifico: in una il vetro, in un'altra i pizzi, e in un'altra qualcos'altro ancora… e quindi da piccola la vivevo così, come se ogni isola avesse la sua funzione, una sua identità diversa… L'isola del cimitero! Tu lo sai che a Venezia c'è un'isola che è tutta un cimitero?
Ecco, allora passerei a un aspetto della tua scrittura che mi piace parecchio. Ovvero l'uso di un linguaggio che richiama la morte, come ad esempio clavicole che premono contro i vestiti, unghie spezzate, giunture scricchiolanti, addirittura ciò che non è umano a volte sembra diventarlo, come quando scrivi: “circondata da rose sventrate”… Si sente nella tua scrittura questo tuo interrogarti sul corpo, e porti, a livello empatico, anche il lettore a farlo su se stesso, che è un esercizio delicato da fare, poiché non tutti siamo disposti a ricordarci della nostra mortalità corporea…
Come ti accennavo prima, penso spesso alla mia presenza corporea in relazione alla percezione della mia individualità, e infatti mi ritrovo a chiedermi: Che cosa del mio corpo mi identifica in quanto individuo e cosa no? E se capisco quali sono le cose che mi identificano, posso sfruttarle a mio vantaggio senza finire in un loop infernale dove magari perdermi e non riconoscermi più? È un po' quello che si chiede anche Alice. La mia protagonista vede ovunque dei fantasmi, e questo è il suo modo di chiedere a se stessa cosa le sarebbe successo se ci fosse stata lei al posto di Matilde (la sorella morta). Cosa ne sarebbe stato di lei? Sarebbe diventata un fantasma? Sarebbe tornata sotto forma di Egle? (la ragazza con cui Alice cerca di sostituire la sorella).
Al di là del corpo, o della mancanza di corpo, cioè i fantasmi o le suggestioni fantasmagoriche di cui mi parlavi, trovo che nella tua scrittura siano molto importanti anche i colori. Addirittura, in questo romanzo, spesso arrivi a dare dei colori specifici ai suoni… Perché ce l'hanno, per me, un colore, o almeno io lo vedo, e quel colore è il modo più preciso in cui riesco a descrivere un suono. Continuo a usare queste sinestesie perché mi sembra che, quando le uso parlando, anche chi non ragiona in termini di colori di solito capisca quello che voglio dire. Anche perché nel momento in cui dai un colore al suono, lo rendi più visibile.
La madre rappresenta il modo sbagliato di essere una strega. Quando qualcuno dice di saper leggere la mano, o i tarocchi, tante persone si tirano indietro, hanno paura di essere condizionate, e anche se non è questo il senso di una “lettura”… questa paura va rispettata. La madre del mio romanzo ne è consapevole, ma non dà alle proprie figlie la possibilità di scegliere se farsi leggere la mano o meno, quindi nel suo caso la chiromanzia diventa invadenza. Per questo dico che incarna la maniera sbagliata di essere una strega, o meglio, di utilizzare le proprie conoscenze. Non le mette in pratica per agevolare l'evoluzione migliore delle figlie, per comprenderle, ma anzi usa la chiromanzia per condannarle, per decidere chi sono e chi saranno per sempre, senza offrir loro la possibilità di cambiare.
Sì, perché lei non sta male tanto per il lutto, lei sta male perché non riceve l'amore nel modo in cui vorrebbe riceverlo: non lo riceve dall’ex marito, non lo riceve da Alice, e quindi usa il lutto per giudicare e per avercela con gli altri, quando in realtà più che per Matilde sta male per questo suo convincimento che le persone non siano in grado di darle l'amore che si aspetta.
Questo non emerge in maniera esplicita nel romanzo, ma c'è, e mi piace che tu me lo chieda perché è il motivo che porta Alice a fare le sue scelte all'interno della storia.
Entrambe le cose, diciamo. Oggigiorno, queste pratiche vengono spesso snobbate, ridicolizzate. In parte questo accade perché alcune persone le usano nel modo sbagliato: non riescono a trovare, nella realtà, conferma di ciò che vogliono credere o giustificazioni ai propri comportamenti, e allora cercano di piegare i mezzi esoterici affinché forniscano prove di ciò che in realtà è solo nella loro testa. E la madre di Alice, nel romanzo, ne è un esempio.
Ho avuto il timore che nel libro potesse sembrare che io condanni pratiche come la chiromanzia, che conosco e a cui anzi sono molto legata, ma il fatto di avere creato un personaggio così non è un modo per screditarle, anzi. L’errore che la donna compie è evidente, e di conseguenza è evidente che la chiromanzia, che è in sè neutrale, non ne abbia colpa.
Certo. Perché quando entra Egle, per la prima volta Alice si rende conto che quella casa è diventata un mausoleo. E che in realtà lì non c'è niente che davvero riconduca a Matilde come persona in carne e ossa. In quel momento Alice prende coscienza che le candele accese dalla madre, secondo rituale, non vogliono dire niente. Il fuoco, così come tutto il resto, è solo una sostituzione della sorella che non c'è più, e le è finalmente chiaro quanto tutto ciò sia ridicolo, quanto non c'entri niente col mondo esterno. E quindi sì, c'è una sovrabbondanza, ed è importante che ci sia, proprio perché poi possa essere eliminata! La cosa più coraggiosa che Alice fa è proprio buttare via tutte quelle cose, perché capisce che a lei non servono. O almeno, non le servono più.
Romanzo d'esordio azzeccatissimo, non è una storia originale si riprende sempre il tema di "rivalità" tra gemelle in cui una delle due, la preferita della mamma, muore e la sorella rimasta vive in questo stato di perenne senso di colpa vedendo la mamma sfiorirsi per aver perso la sua figlia preferita cosi per darle un po' di gioia compirà una scelta azzardata. I personaggi ed il finale sono semplicemente caratterizzati divinamente e anche le dinamiche tra di loro sono vere e autentiche e quando cominci a capire che qualcosa non va ti prendono quei brividi sulla schiena per sapere cosa succederà alla fine. Insomma ho amato questo libro e sicuramente leggerò altro dell'autrice
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Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro: Mia sorella é una storia di lutto, di incomunicabilità e non detti, ma anche di perdita del raziocinio. Una storia di ferite che avvolgono, intrappolano, diventando quasi dolori di conforto.
Alice ha perso la sua gemella in un incidente in mare e, da allora, vive in uno stato di isolamento, in una casa che suppura sentimenti di lutto. Finché un giorno arriva una nuova studentessa nella sua scuola, Egle, con cui pare avere da subito grande affinità. Alice quasi vorrebbe fare di Eagle la sua nuova figura fraterna, ma molto presto i ruoli si invertiranno, portando Alice a dubitare della sua stessa veste.
Tutto si trasformerà in un gioco feroce, fatto di identità perse, trappole, gioco del doppio, dubbi esistenziali e individualità legata al corpo. Ambientato su un’isola tempestosa, dalla tensione crescente e claustrofobica, Mia sorella imprigiona il lettore in una spirale di perdita di contatto con la realtà. In bilico tra la dimensione onirica e quella inquietantemente reale, la Salmaso rievoca le atmosfere di Shirley Jackson e di Gaiman in Coraline, creando un romanzo famigliare atmosferico e sottilmente crudele. Un romanzo impregnato di sofferenza, gelosie, senso di colpa e rifiuto della realtà tangibile. Mia sorella sembra a riecheggiare una fiaba antica, con i personaggi classici del genere (la madre sembra impersonificare la strega cattiva, mentre la protagonista sembra apparentemente l’eroina buona). Ma tutto é incerto, cedevole e gioca con la mente di un ignaro lettore.
“Un romanzo inquietante e magnetico sulle energie oscure che circondano ogni scomparsa.”
L’unica pecca é il finale un po’ affrettato e pregno di simbolismi da dover analizzare ed intuire. Sul finale avrei preferito più calma, più chiarezza e più introspezione da parte dei personaggi stessi, in modo da chiudere il cerchio con climax più approfondito. Così non é stato, ma l’ho trovata comunque una lettura godibile e atmosferica.
«Dev'essere stato quando ha abbassato lo sguardo e ha visto la pozza allargarsi sul pavimento di marmo, sotto il pancione, che mia madre ha cominciato a credere che l'acqua rovini le cose. Mio padre non ha capito subito cosa stava succedendo. Masticava del pane quando ha visto mia madre alzarsi in piedi e restare lì impalata con gli occhi sbarrati a fissare il pavimento del ristorante. «Ti è passata accanto la morte?» le ha chiesto, e lei ha scosso la testa, ha scosso la testa e si è messa a piangere, senza avere il coraggio di rispondergli, perché sapeva che si sarebbe vergognato di lei. È stata questa la prima cosa che ha pensato, appena le si sono rotte le acque. Che mio padre si sarebbe vergognato di lei».
Ho adorato la voce di Fosca Salmaso, capace di esprimere grande crudeltà in modo sottile ed elegante, soprattutto se si pensa che questo è il suo romanzo d'esordio.