Esiliati, incarcerati, perseguitati. Sono i nuovi dissidenti di Russia, Cina, Hong Kong, Tibet, Bielorussia, Turchia e Iran. Donne e uomini semplici e straordinari che con la forza della parola e dell'esempio hanno denunciato genocidi, violenze di Stato, abusi. Gianni Vernetti ci accompagna in un racconto appassionante fra le montagne del Kurdistan, dove i combattenti curdi hanno sconfitto le milizie jihadiste dell'Isis; sulle pendici dell'Himalaya, dove un pugno di monaci coraggiosi ha salvato la millenaria cultura tibetana; nella piccola e combattiva Lituania, che ha conosciuto tutti i totalitarismi del XX secolo e oggi accoglie i dissidenti di Russia e Bielorussia; nell'isola di Taiwan, che resiste all'autoritarismo cinese. Un viaggio avvincente accompagnato dai racconti dei protagonisti che hanno alzato la voce contro regimi autoritari sempre più assertivi, pagando sulla propria pelle la loro scelta. Da Nathan Law, leader delle proteste di Hong Kong, a Svjatlana Tsikhanouskaja, eletta a presidente della Bielorussia ma costretta all'esilio; da Aleksei Navalny, Leonid Volkov, Garry Kasparov e Mihail Khodorkovsky, spine nel fianco del regime di Vladimir Putin, a Masih Alinejad che si batte per i diritti delle donne in Iran, passando per il Dalai Lama e Dolkun Isa, testimoni della tragedia di tibetani e uiguri; fino a Denis Mukwege, medico premio Nobel che cura le donne vittime di abusi sessuali in Congo. Vernetti riesce, con un'analisi attenta di questa stagione di recessione democratica, a tracciare una precisa geografia del dissenso, spiegando con passione perché la battaglia per i diritti umani, lo stato di diritto, la libertà delle donne debba essere raccolta dai Paesi liberi.
Il libro non è una raccolta di interviste, come io invece credevo, ma consiste in brevi citazioni di persone che l'autore ha intervistato, usati come pretesti per illustrare la situazione delle nazioni da cui suddetti dissidenti provengono. La prima parte, che fa da panoramica ai personaggi e situazioni di cui si andranno a trattare, risulta un'accozzaglia confusa di informazioni che ho, personalmente, trovato poco propedeutica alla parte successiva del libro.
L'autore non fa mistero delle proprie tendenze filo americane: esorta apertamente i paesi democratici a esportare il proprio modello nel mondo, come fece l'America nel dopoguerra, in primis tramite fondi economici. Risulta però quasi ironico nel momento in cui condanna la costruzione della nuova via della seta e gli investimenti cinesi in Africa, investimenti che lui stesso ha paragonato al piano Marshall (per non parlare di tutte le possibili argomentazioni che si possono muovere sulle morti causate dagli Usa a danno di altre nazioni in nome della libertà e della democrazia di cui l'America si fa tanto portatrice).