Genova è aperta sul mare e, insieme, chiusa sui caruggi della città vecchia, che si stringono da secoli a difenderla. I ragazzi dei vicoli che popolano il romanzo di Sara Benedetti non sfuggono all’anima nera del loro angolo di città: se i caruggi sono il labirinto in cui si perdono fin da piccoli, sono anche la loro unica difesa dall’assedio di vite difficili, padri sconosciuti, madri piantate in asso, andirivieni dal collegio e dal carcere, piccoli traffici per sopravvivere, grandi traffici per prendere il largo senza mai riuscirci davvero.Nell’arco di trent’anni, la storia di formazione di Tedesco si intreccia con quella di altri prima di tutto i suoi fratelli di strada della Maddalena, da una generazione di caruggiai alla successiva; poi le prostitute dei magazzini a pianoterra, gli immigrati in cerca di fortuna e soldi, e tutti quelli che restano impigliati a cavarsela tra le vie strette e le case vecchie, attaccate una all’altra, dove le storie vanno quasi sempre nel verso sbagliato e i sogni finiscono anche loro sulla cattiva strada.Tedesco, Pagano, Lord Jim, Morango, Ethan e Jamila dipanano come possono i grovigli delle loro esistenze complicate, mentre “fuori” il tempo scorre, dagli anni dell’eroina a quelli dell’ecstasy, dal porto vecchio prima dell’Expo fino all’Acquario e al recupero urbanistico del centro, dal G8 al crollo del Ponte Morandi. Un romanzo di rara intensità, scritto con le parole scarne, il ritmo e il respiro dei vicoli genovesi. Dove, come sapeva perfettamente De André, la poesia va e viene per le strade, di scorcio, anche quando sono malmesse.
Un romanzo di formazione duro, spigoloso, pieno di polvere, dolore e buchi neri in grado di risucchiare ogni cosa. Sfaccettato ma contemporaneamente monotematico. La narrazione si concentra sul punto di vista di un ragazzino biondo con gli occhi blu conosciuto nei vicoli di Genova come Tedesco, e lo insegue dalla fine degli anni ‘80 fino al primo decennio del duemila. Ma la storia si dipana su un ventaglio molto più ampio di vite vissute al limite attraverso i suoi occhi. I fratelli grandi di strada, le donne, i modelli assenti, le pupille dilatate e il sangue sono le componenti di un cocktail micidiale che l’autrice immagina e costruisce grazie al racconto di un detenuto conosciuto nel carcere di Torino durante le ricerche per un documentario. Grazie a lui conoscerà davvero la Maddalena, Porta Siberia e il Castelletto. I Carruggi e tutti i sogni spezzati e mai sognati dove l’aria ha il profumo di salsedine e il cielo è di un blu introvabile altrove. Lo stile è scattante e coinciso, i pensieri brevi e i dialoghi veloci aiutano ad entrare nelle atmosfere più cupe e le situazioni più spiazzanti. Sono giovani, ma sembrano aver già vissuto tre vite e in nessuna di queste la fortuna era dalla loro. Entrano ed escono dai colleghi prima, dalle droghe crescendo e dal carcere dopo. Le poche figure femminili che compaiono sono tutte donne di vita, madri o giovani destinate a diventarlo, sono anche le figure con più oscurità dentro, piene di demoni a dominarle come se l’essere sottomesse a quello squallore e quegli uomini chiusi nelle loro ricerca del rispetto e inscatolate in quella vita predestinata le avesse trascinate in un inevitabile inferno in terreno. Mi ha molto colpita la capacità dell’autrice di raccontare un mondo a cui si è affacciata solamente da ascoltatrice in maniera così lucida e credibile. La parte che ho apprezzato meno è sicuramente il finale, che in maniera stonata chiude il cerchio con un salto di dieci anni, durante il crollo del Ponte Morandi. Non sono riuscita a credere, purtroppo, al protagonista che senza spiegazioni si ritrova in un clima positivo e pieno di speranza, con un futuro luminoso fatto di redenzione davanti a sé.
Romanzo di formazione che segue le vicende di alcuni ragazzi nati e cresciuti nei carruggi di Genova, tra furti, droga, prostituzione, in un arco di tempo che va dal 1988 al 2018 . Vengono anche toccati marginalmente alcuni fatti di cronaca accaduti in quegli anni (il G8 e l'omicidio di Carlo Giuliani, il crollo del Ponte Morandi) e in sottofondo c'è l'eco delle canzoni di De André (da cui per altro è stato preso il titolo per questo libro). Non mi è piaciuto granché, non mi sono sentita coinvolta dalle vicende raccontate, forse anche a causa dello stile molto asciutto. Inoltre mi è sembrato un po' forzato il finale. L'ho rivalutato un pochettino quando ho scoperto come è nato questo libro (la scrittrice aveva partecipato alla realizzazione su un documentario su una squadra di rugby formata interamente da detenuti), un aspetto che dà più credibilità alle vicende e che, forse, spiega anche lo stile così diretto, senza fronzoli, un stile direi giornalistico.
[...] dalla volontà di raccontare un luogo e quello che di sè ognuno può vederci perché, come canta De André, "c'è amore un po' per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada".