La promessa di Facebook è renderci lettori e autori delle nostre stesse storie, ma in realtà il social network di Mark Zuckerberg costruisce una vera e propria catena di montaggio della narrazione che imprigiona al suo interno vite, biografie e racconti. Processando i metadati, i comportamenti e le interazioni di miliardi di utenti all’interno del giardino chiuso della piattaforma, l’algoritmo si impone infatti come un narratore onnisciente e totalitario, una macchina di storytelling predittivo a bene-ficio degli unici lettori che contano davvero: gli inserzionisti pubblicitari. Attraverso l’analisi del funzionamento del social network più famoso del mondo e con l’aiuto di riferimenti letterari e filosofici non scontati (da Aristotele a Dave Eggers passando per Barthes e Steve Jobs), Paolo Sordi ci dimostra quanto la creatura di Zuckerberg si fondi su un’ideologia della tecnologia e del mercato funzionale solo alla monetizzazione, all’espropriazione e all’ingabbiamento dell’organizzazione sociale. Insomma l’algoritmo di Facebook pare aver preso in parola Michel Foucault: la prigione e la gratificazione non sono che parte dello stesso sistema di controllo.