Vostro onore: confesso: C’era una volta in America non l’ho mai affrontato.
Pessima prospettiva, lo ammetto. Sono figlio degli anni 80, un boomer (credo), ma il mio orizzonte stava sul futuro. È quello che raggranellava ogni mia risorsa, spesa in cyberpunk, cyberconnessioni, arti innestati in metallo e corpi devianti da lesioni autoinfilitte.
Quel cinema, gangster affogati di proibizionismo e pistoleri incalliti da pomeriggi assolati e ventosi, non mi ha mai attratto.
Mi son perso tutto Leone. Che ho riguadagnato con calma in anni successivi. Molto successivi. Ho dovuto riavvolgere la moviola in un fast forward di salienti battute. “Hey, biondo, cos’è, uno scherzo?”, “Non è uno scherzo, è una corda!”. Oppure: “Il mondo si divide in due: chi ha la pistola e chi scava. Tu scavi!” Ormai, però, i giovanili ardori e slanci eran perduti. E l’installazione visionaria di un genio del cinema è andata inesorabilmente scomparendo in me, inglobata in un crepuscolo creativo dedito poco più che alla contemplazione.
Non sono avvezzo alle biografie, anzi, alle monofilmografie o come caspita si può definire un volume dedicato a un solo film. Le finestre sui dialoghi sono musica da Lettori & Cinefili D.O.C. Il resto scivola nel prolisso e accademico. Forse troppo tassonomico (oggi se non vai giù di tassonomichismo espanso, se non lo infili almeno una volta ogni 5 capoversi, non sei “in”). Ma ha l’aria testamentaria, come voler porre la parola “fine” a ogni futuro tentativo di addendum, quindi, probabilmente, è un rischio voluto e cercato. Lo scopriremo solo leggendo.
Ovviamente ho dovuto porre rimedio prima della fine del volume alla mancata visione del film in oggetto. L’autore stava smantellando sorprese, sottintesi, motivazioni e significati nascosti. Ho dovuto rallentare la lettura e spendere una sera su “C’era una volta in America”.
Quattro ore di cinema. Ma, questa, è davvero un’altra storia.