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Il selvaggio di Santa Venere

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Prefazione di Walter Pedullà
«Mio padre parlava e lavorava. Lavorava come un treno in corsa. Era sempre in moto, anche mentre mangiava il suo pezzo di pane con olive o fichi secchi o frutta. Mangiava, parlava e faceva sempre qualcosa. Tagliava un rametto, aggiustava una vite, toglieva una foglia, portava erba ai conigli, preparava il beverone per i porci. Era bravo a potare, a innestare, a seminare; a mietere non c’era un altro che l’eguagliasse». Inizia così, incalzante e ammaliante, Il selvaggio di Santa Venere, romanzo apicale di Saverio Strati, Premio Campiello nel 1977. Siamo in Calabria, il racconto alterna i punti di vista di tre generazioni di di Dominic Arcadi, il più giovane, del padre Leo, del nonno Mico. Centrale e riflessiva è la voce di Leo, colui che è anche figura catartica, disceso e risalito dall’inferno della ’ndrangheta. Ma c’è molto altro, in un continuo travaso e rimescolamento da padre a figlio a nipote di saperi, sentimenti, paure. E scoperte, di se stessi e del mondo. «Quando mi domandano perché mi piace tanto questo libro, − scrive Walter Pedullà in limine alla presente edizione − per cominciare, la lingua. L’italiano di Strati, oltre a essere scabroso, elettrizzato, policromo dove lo pretende la condizione selvaggia che solo per cominciare è calabrese, è flessibile come giunco, inebriante come un Brunello e vibrante come un serpente in amore».

290 pages, Paperback

First published January 1, 1977

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Saverio Strati

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Profile Image for Eddy64.
619 reviews21 followers
June 28, 2025
Romanzo complesso che si presta a più chiavi di lettura. Il sud con i sui problemi economici e sociali, bloccato da ritardi, criminalità e corruzione è un tema centrale, ma ancor più è il rapporto padre figlio, lo scambio generazionale, la trasmissione di tradizioni, speranze e valori, l’importanza di un’istruzione per farsi comprendere e rispettare, l’attaccamento alla terra e il desiderio di migrare, fuggire come un momento della vita necessario ma transitorio.
Il selvaggio del titolo è Leo che negli anni trenta, viene confinato ancora bambino dal padre, un piccolo possidente con una pensione di guerra, a fare il pastore sui monti della Sila perchè ha abbandonato la scuola dove, e non solo per colpa sua, non è riuscito a inserirsi. Tanta rabbia e qualche momento di tenerezza, Leo cresce come un selvaggio; per ribellione e spirito di rivalsa si lascia aggregare alle ‘ndrine malavitose, che con le sue regole sembrano offrirgli un occasione di riscatto, poi, testimone di un omicidio, apre gli occhi e cerca di uscirne. Il militare al nord e poi la guerra gli permettono di lasciare il paese e “vedere il mondo”. Negli anni ’60, messa la testa a partito, ha preso il posto del padre, lavora le sue terre tutto il giorno, tra ulivi, gelsomini e frutteti, lamentandosi e bisticciando sovente con il figlio, che in contrasto col padre vuole andare a lavorare al nord o all’estero per abbandonare una vita e un ambiente che non sopporta più, perché fatta di solo lavoro, lavoro, lavoro senza prospettive: la storia si ripete, sono le stesse aspirazioni di fuga e cambiamento del padre e del nonno (che le esaurì partecipando alla prima guerra mondiale). Negli anni ’70 il figlio, con ormai una famiglia e un lavoro al nord, trova il padre invecchiato che lo invita ancora a tornare, un richiamo che non è sempre facile ignorare. Un viaggio a tre con il nonno, in Emilia per ritrovare un commilitone del padre, sancisce il superamento di ogni conflitto generazionale.
La struttura narrativa è particolare: la storia emerge dai racconti, sul filo dei ricordi, del padre al figlio in due occasioni distinte (quando vuole emigrare e poi quando torna anni dopo) riportati dal figlio che è la voce narrante del romanzo. Di qui il non procedere in ordine cronologico, ma alternando le sequenze temporali così a volte non è agevole capire il quando mentre in altri passaggi le stesse parole possono essere riferite a nonno – padre – figlio indifferentemente (e qui penso sia voluto). Il linguaggio poi è infarcito di termini dialettali e colloquiali che rendono colorita e anche divertente la lettura, che altrimenti potrebbe risultare troppo noiosa, specie nella seconda parte, dove ho cominciato a fare un po' di fatica. Tre stelle e mezzo.
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