Quando si è trovato faccia a faccia con un tir fuori controllo, Pietro ha visto tutta la vita passargli davanti agli occhi. C’è un solo problema: la vita che ha visto, non è la sua. Eppure quegli oscuri frammenti di esistenza, riemersi da chissà dove, inizieranno a tormentarlo spingendolo a ricomporre in modo imprevedibile il mosaico della propria vita e a sconvolgere anche le certezze più salde. Bartolomei dimostra ancora una volta di saper raccontare con delicatezza autentici drammi in grado di devastare vite, di segnare destini. Sempre sul filo di un’ironia incalzante che affonda nella malinconia e nella rabbia per poi restituire speranza. "Tutto perfetto tranne la madre" è il terzo sorprendente capitolo della Quadrilogia della famiglia. Una storia breve che saprà emozionare e far riflettere anche dopo l’ultima pagina.
Tommaso “Tindar” Spazzini Villa: Senza Titolo [Radice, Romeo & Giulietta, 1723], 2018.
Fin dal suo esordio, Giulia 1300 e altri miracoli, Fabio Bartolomei gioca con l’elemento surreale. La macchina, la Giulia 1300 del titolo, che viene seppellita per non lasciare traccia, ma a tratti torna a vivere facendo suonare la musica della radio; oppure, i camorristi battuti e tenuti reclusi da un pugno di sfigati arrivati anzitempo al piano B guidati da uno che ha pratica di manifestazioni e movimenti e sindacati e operai.
Tommaso “Tindar” Spazzini Villa: Senza Titolo [Ombre], 2017.
Man mano questa caratteristica si è intensificata: case che scivolano sulla loro base, giovani architetti figli di incalliti palazzinari che ricostruiscono il quartiere a misura del loro amore cieco (nel senso che l’oggetto del loro amore non ci vede, ha perso la vista), al quale non hanno l’ardire di dichiararsi, ma pedinano per strade, scale e corridoi; angeli custodi che scioperano e non riescono ad abbandonare i loro protetti; genitori defunti che non riescono a fare l’ultimo passo e scomparire dalla vita dei figli (nel senso che restano a vivere nella stessa casa, vivi e morti insieme). Eccetera.
Tommaso “Tindar” Spazzini Villa: Senza Titolo [Migrazioni], 2016.
Anche qui il tentativo iniziale, raccontato in un breve prologo, sembra proprio questo: slittare in un diverso piano di realtà, far flirtare realtà e fantasia, verità e immaginazione (surrealtà?): Pietro, il protagonista, rischia la morte e si vede passare davanti il classico film della sua vita. Solo che non è la sua vita, quelle scene non lo riguardano, lui non ricorda nulla del genere, ha visto il film di qualcun altro. Anzi, dato che le immagini gli sono passate davanti agli occhi della mente a notevole velocità, ha l’impressione d’aver visto il trailer del film della sua vita. Però, mi è parso un amo con esca: perché lo sviluppo rivela sorprese, che non anticipo. Con un finale hitchcockiano per quello che si rivela quasi un thriller. Un Bartolomei insolito, una piacevole sorpresa. Sempre in grado di raccontare drammi e tormenti con grande garbo e ironia, un mix che pochi possiedono.
Tommaso “Tindar” Spazzini Villa: Senza Titolo [dittico, Identità], 2017.
Fabio Bartolomei lascia sempre con il sorriso sulle labbra, anche quando si tratta di un sorriso enigmatico dal retrogusto amaro e di una storia in cui non ci sono né perfezione, né lieto fine. O forse sì.
"- Peccato non averlo fatto prima, un padre e un figlio che restano svegli fino a notte fonda per parlare. - Poi il suo sguardo si perde sulla finestra. - Ci sono cose dell'essere padre che... Non c'è paragone, non c'è nulla che regga il confronto. Quando ti ho insegnato a nuotare, te lo ricordi? - - Se affoghi ti gonfio. - Aurelio, sguardo vacuo si volta verso il figlio. - La tua lezione di nuoto. Mi hai lanciato in acqua e mi hai urlato: se affoghi ti gonfio di botte. - Il vecchio dissente schioccando la lingua. - Ti ho risparmiato l'umiliazione dei braccioli e delle ciambelle a paperella. Bel ringraziamento. -
Intelligente, ironico e dallo stile inconfondibile. Una piacevole riconferma del piacere di leggere le sue storie. Voci del quotidiano mai banali, argomenti spinosi affrontati con "spiritosa leggerezza".
La storia inizia con Pietro che rischia la vita per un frontale. Gli passa davanti tutta la sua vita in un flash ma i ricordi che vede non corrispondono realmente alla sua vita. Come è possibile? Potrebbe chiederlo a suo padre ma sa che sarebbe inutile. Aurelio è vecchio, malato e non è mai stato disposto a parlare di certe cose. Come la morte della mamma avvenuta quando Pietro aveva 6 anni. Inizia da qui il confronto dei tanti temi irrisolti tra padre e figlio. La tensione si percepisce chiaramente durante la lettura. È il primo libro che leggo di questo autore e mi ha lasciata piacevolmente colpita per la sua capacità di scrittura. La scelta di usare due differenti piani temporali rende il tutto ancora più avvincente fino ad arrivare ad un finale davvero inaspettato!
Delicato, ironico e commovente. È il secondo libro che leggo di Bartolomei (Morti ma senza esagerare) e devo dire che entrambi mi hanno incantata. Ha un modo di scrivere che, nonostante di solito a me piacciano moltissimo le descrizioni approfondite, adoro nella sua asciuttezza. Personaggi talmente veri da potercisi immedesimare senza fatica alcuna. Veramente un piccolo gioiello.
Si mette a letto stridendo e cigolando di gola, perché sia chiaro che quello che si sta infilando sotto le coperte è un povero vecchio incompreso. Pietro, dalla sua camera, gli restituisce gli stessi versi. Il padre sbuffa. Lui pure, e spegne la luce.
Tuttavia, raggiunta l'età adulta e ragionando con più cognizione su alcuni piccoli dettagli, Pietro aveva capito che tra gli insegnamenti ricevuti e le convinzioni del padre c'era una discrepanza mica da ridere. [....] "Dimmi la verità, per te i neri sono negri e i gay sono froci. Non c'è motivo di nasconderlo"
Pietro prende atto che il padre ha davvero detto: parlavamo di tutto. Lui. Testuali parole. Sente un gran bisogno di bere. Vino, vodka, trementina, qualsiasi cosa.
Piacevole, godibile, come sempre ma meno del solito. Sia chiaro: è un libro bello che mi è piaciuto leggere, ma per Fabio Bartolomei, di solito, uso i superlativi. Però c'è una particolarità: è un Bartolomei diverso dal solito, il che lo rende interessante. Qui non c'è il surreale o l'inverosimile (un po' come già è successo, se non ricordo male, in L'ultima volta che siamo stati bambini).
C'è sì, il riferimento a una credenza comune, secondo la quale, in punto di morte - o quando alla morte ci si va molto vicino - ci si vede passare davanti tutta la propria vita. Ma è una cosa che c'è subito all'inizio e il surreale finisce lì. Poi le sorprese non mancano, è vero, ma sono più 'reali' del solito.
Lo shock causato da un mancato incidente stradale è l'escamotage utilizzato dal protagonista di questo breve testo per raccontare e analizzare il rapporto con il padre,un ex medico talentuoso,e per indagare l'assenza della figura materna e ciò che questo ha comportato per tutta la sua vita. Mediante scontri verbali e vicissitudini di vita,la narrazione porterà alla scoperta di segreti nascosti per trent'anni che,una volta svelati, cambieranno l'approccio alla quotidianità e l'esistenza stessa del protagonista. Anche questo volume è l'ennesima dimostrazione del talento di Bartolomei che,con una scrittura semplice e veloce,riesce a sorprendere il lettore e ad incuriosirlo.
Pietro non ha da lamentarsi, fa un lavoro soddisfacente, vive in una bella casa, ha una storia che lo appaga e un padre, Aurelio, medico in pensione, che gli ha consentito di vivere una vita felice. Con le sue stranezze, come la fissazione per un vaso rotto da riparare
C’è però una grande assenza nella vita di Pietro, la madre è sempre appena accennata, suo padre non ne parla mai a meno che non gli sfugga involontariamente un riferimento.
Onestamente ho trovato questo 3 volume della quadrilogia sottotono rispetto ai primi due. Narrazione più lenta e meno brillante, che passa di palo in frasca seguendo i ragionamenti e i ricordi di un protagonista inetto.
Il terzo della quadrilogia colpisce nel segno… la scrittura che abbiamo imparato a conoscere, affilata come la lama di un coltello e leggera con un alito di vento. Bellissimo!
- Ci sono cose dell'essere padre che... Non c'è paragone, non c'è nulla che regga il confronto. Quando ti ho insegnato a nuotare, te lo ricordi? - Se affoghi ti gonfio. - Aurelio, sguardo vacuo si volta verso il figlio. - La tua lezione di nuoto. Mi hai lanciato in acqua e mi hai urlato: se affoghi ti gonfio di botte. Il vecchio dissente schioccando la lingua. - Ti ho risparmiato l'umiliazione dei braccioli e delle ciambelle a paperella. Bel ringraziamento.