Prima entra il nasone, poi i due occhi azzurrissimi e sgranati, poi tutto il resto. Un corpo filiforme di un metro e 88 per poco più di sessanta chili in un dolcevita e un completo grigio che potrebbe reggersi da sé, se non fosse per i due trampoli. Un airone cenerino vestito da lord inglese. Un pomeriggio mi siedo nel corridoio fuori dal suo ufficio, con la porta sempre socchiusa. Lo spio dalla fessura per una mezz'oretta mentre scrive il suo editoriale sull'Olivetti Lettera 32. E assisto al prodigio che si ripete ogni giorno: è come una mantide religiosa in trance, la testa curva sulla tastiera, il naso quasi conficcato nel foglio che avanza sul rullo, i due indici che picchiettano senza sosta come sui tasti di un pianoforte, a un ritmo musicale. Poi, arrivato in fondo, estrae il foglio, rilegge rapidamente in tralice con gli occhiali sulla punta del naso, aggiunge un paio di virgole a pennarello, firma, sorride e consegna. Già sa che il pezzo è lungo il giusto, a misura della sua colonna in prima pagina («Niente “giri” nelle pagine interne: giramento di pezzo, giramento di coglioni»). Due cartelle dattiloscritte e immacolate, senza correzioni né tagli né cancellature. Letizia Moizzi, la nipote che lavora con noi, mi racconta che spesso lo zio Indro gli editoriali li sogna la notte e glieli recita, anzi glieli “canta”, durante la passeggiata mattutina prima di scriverli, per accertarsi che abbiano il ritmo e la musica giusti. Il finale è sempre un lampo al magnesio, un fulmen in clausola. In settantadue anni di carriera, mai un articolo tirato via, o banale, o spento, o privo di un guizzo, di una trovata, di un'idea («una sola però: due sono già troppe»): l'esatto opposto del giornalismo medio di oggi. Ne troverete tanti, di quei miracoli, in questo libro. L'ho scritto per chi Montanelli l'ha letto, ma l'ha dimenticato; per chi Montanelli avrebbe potuto leggerlo, ma non l'ha fatto perché stava dall'altra parte della barricata; e, soprattutto, per chi Montanelli non ha potuto leggerlo per ragioni anagrafiche e non sa cosa si è perso.
Nasce il 13 ottobre 1964 a Torino, dove tuttora vive. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. E’ giornalista professionista dal 1992.
Ha iniziato la sua carriera di giornalista al settimanale torinese Il Nostro Tempo. Ha lavorato a Il Giornale diretto da Indro Montanelli dal 1987 al 1994, quando è passato alla Voce, diretta sempre da Montanelli. Nel 1995, alla chiusura della Voce, ha collaborato come free-lance con diversi quotidiani e settimanali, fra i quali Il Giorno, L’Indipendente, Cuore, Il Messaggero, Il Borghese, Sette-Corriere della Sera; nonché con Il Fatto di Enzo Biagi su Rai1.
Nel 1998 è stato assunto a La Repubblica, dove tuttora lavora come collaboratore (sul sito repubblica.it cura la rubrica Carta Canta). Collabora anche con L’Espresso (rubrica Signornò), con Micromega, con L’Unità (dove tiene la rubrica Zorro), con Linus, con A e con Giudizio Universale. I suoi settori di specializzazione sono la cronaca giudiziaria e l’attualità politica.
Ha pubblicato molti libri. Gli ultimi sono La Scomparsa dei fatti (il Saggiatore, Milano 2006), Uliwood Party (Garzanti, 2007), Mani sporche, insieme a Gianni Barbacetto e Peter Gomez (Chiarelettere, 2007), Se li conosci li eviti, con Peter Gomez (Chiarelettere, 2008), Bavaglio, con Marco Lillo e Peter Gomez (Chiarelettere, 2008), Per chi suona la banana (Garzanti, 2008) e Italia Anno Zero, con Vauro e Beatrice Borromeo (Chiarelettere 2009).
Dire agiografico è dire poco, ma del resto Travaglio che parla di Montanelli è più o meno un Luke Skywalker che parla del suo Yoda, quindi non ci si poteva aspettare niente di meno:
Personalmente comunque me lo sono bevuto, un po' perché fan dello stile Montanelliano, ma anche per il fascino che suscita il racconto di una vita che da sola condensa praticamente tutto il '900 italiano.
Travaglio in questo senso ha fatto un ottimo lavoro di raccolta, aggiungendo un poco (il giusto) del suo lasciando comunque agli scritti di Indro l'epicentro del libro.
Ho letto molto di Montanelli e l'ho sempre considerato uno scrittore di prim'ordine. Ammiro Travaglio per la sua opera contro la corruzione politica e per il rispetto della legalità. Questo libro su Montanelli mi ha deluso. Si tratta di una biografia basata soprattutto su articoli e parole dello stesso Indro intento a erigere un monumento a sé stesso. Montanelli tendeva a inventare e a modificare il racconto di fatti di cui era protagonista. Riportava la sua versione quando non poteva essere più smentito, cioè quando gli interlocutori non potevano più farlo. Travaglio ha lavorato con lui a "il Giornale" ed è rimasto così colpito dalla sua personalità da farne un panegirico. Tanto da accettare solo la versione di Montanelli stesso sul suo operato più controverso. Lasciamo stare il fatto della "sposa" dodicenne. Ma come la mettiamo con la P2? "Il Giornale" di Montanelli nasce per appoggiare il disegno politico della loggia: impedire il compromesso storico. Suoi finanziatori sono piduisti: da Cefis a Berlusconi, passando per Calvi e Gelli. Esponenti e giornalisti del quotidiano sono iscritti o fiancheggiatori della P2. Montanelli era impegnato politicamente con Andreotti, Fanfani, Forlani: lo scrive nel suo diario. In questo clima corrotto invitò i lettori a "turarsi il naso" e ruppe le amicizie con quelli che si rifiutarono di farlo: il suo maestro Augusto Guerriero, La Malfa e Spadolini. Questo meriterebbe un approfondimento che nel libro non c'è. Travaglio è uno dei pochissimi giornalisti che non si turano il naso ma quando si tratta di Montanelli è talmente abbagliato dal fascino del suo idolo che ne è accecato.
Scrivere una biografia è impresa assai ardua anche per il più talentuoso degli scrittori. Il rischio di sconfinare nell’agiografia o di annoiare a morte è sempre dietro l’angolo. Tale problematica viene scongiurata dall’idea - secondo me vincente - di mettere il focus del racconto non sulla storia privata del protagonista bensì sulla Storia del Novecento - soprattutto italiano - a cui la prima è strettamente collegata. In questo modo, è possibile apprendere le principali vicende del XX secolo dal punto di vista privilegiato di uno dei più importanti giornalisti italiani di sempre. Il risultato finale assomiglia, quindi, più ad una sorta di sommario storico commentato che ad una biografia in senso stretto. Il ritratto che viene fuori è chiaro, pur nella complessità di una personalità umana e professionale decisamente stratificata. Il rischio dell’agiografia viene scongiurato: Travaglio - che stimo come giornalista e scrittore pur non condividendo sempre talune posizioni e soprattutto certi toni insopportabili - rileva sapientemente sia le tante riflessioni argute e profetiche (il servilismo di tanti intellettuali e l’autorefenzialità polverosa del mondo accademico; la fine della Prima Repubblica vaticinata con più di un decennio di anticipo; ciò che si sarebbe effettivamente rivelato il berlusconismo; etc.) sia gli errori gravi (ritenere inizialmente Piazza Fontana una strage non fascista; il giudizio frettoloso e minimizzatore su Giovanni Falcone; la questione del gas in Etiopia in seguito alle scoperte di Angelo Del Boca; etc.). Gli estratti della sterminata produzione di Montanelli sono tutti splendidi e concorrono positivamente a far capire al lettore odierno - soprattutto se giovane - quanto sia stupido ed inutile tentare di giudicare, con gli occhi degli anni Venti del XXI secolo, il percorso di un uomo nato nel 1909. L’unica cosa che si possa fare è sforzarsi di capire, di comprendere, di approfondire, di studiare, di immedesimarsi quanto più possibile in un mondo lontano. Solo alla luce di ciò, è possibile cercare di comprendere, tra le altre cose, il percorso di Montanelli da entusiasta giovane fascista a freddo “non fascista” fino ad autentico antifascista: ogni lettore, poi, è libero di pensarla come desideri. Gli uomini sono esseri sfaccettati, pieni di contraddizioni, incoerenze, ipocrisie ma anche di talento e visionarietà: Montanelli non fa eccezione ed è innegabile che sia stato un titano del giornalismo e della divulgazione storica. Questo libro è un’ottima occasione, soprattutto per i giovani, per riscoprire una figura complessa e contraddittoria su cui si è liberi di pensarla in qualsiasi modo ma a cui non può essere negata un’enorme qualità: un’invidiabile libertà di pensiero.
Veramente un bel libro, seguendo la biografia di Indro Montanelli vengono passati in rassegna i maggiori protagonisti ed avvenimenti della cronaca e della politica del secolo scorso, il tutto intervallato da aneddoti e battute che rendono la lettura molto piacevole ed assolutamente mai noiosa E' quasi scritto a quattro mani con numerose parti di articoli di Indro Montanelli riportati testualmente.
Straordinario e consigliato a chi ha amato il Montanelli giornalista, in più Travaglio tesse intorno la storia di Montanelli la storia della sua epoca.