Eva, mio figlio.
La madre di Eva non ricordo nemmeno come si chiami, se nel romanzo abbia un nome o sia solo la voce narrante di questa storia, anche se pensando a lei mi viene da chiamarla Silvia, come l'autrice.
La madre di Eva, per noi che leggiamo, è la protagonista della storia di cui non è protagonista, perché quella vera sarebbe Eva, la figlia, che possiede un dolore che è difficile da portare a diciotto anni, ma anche a sedici, o a dieci, o a sei; ma che è difficile anche da dividere in due, o in tre, o in quattro, o in cinque, per tanti quanti sono i suoi familiari.
È una di quelle storie, quella di Eva che a diciotto anni si reca in Serbia insieme alla madre per cambiare sesso e diventare Alessandro, che oggi qualcuno potrebbe definire "necessaria".
Non so se effettivamente lo sia, ma so che sia pure con qualche affettazione di troppo e con qualche indugio morboso e truculento in eccesso, Silvia Ferreri apre uno squarcio di luce e calore nel buio e silenzio che da sempre accompagna le storie di chi decide di mutare sesso sentendosi tradito dalla natura, dalla vita, dalla famiglia, e che quelle famiglie le abbandona a se stesse, a un silenzio fatto di pietà e sollievo.
Silvia Ferreri, attraverso l’espediente del racconto che la madre di Eva fa a se stessa (durante la lunga attesa che accompagna l’intervento operatorio, durante il quale sua figlia Eva verrà “macellata”) - ho trovato questa scelta narrativa un po’ scontata e banale - ripercorre le tappe di un’infanzia e di un’adolescenza diverse da quelle che ogni madre immagina di vivere con la propria figlia; ricorda, si interroga, si colpevolizza, cerca di comprendere, appoggia, ostacola Eva - che sin da bambina mostra i segni di una disforia di identità di genere, ma che man mano che cresce si chiarisce sempre di più nella sua mente e nei suoi desideri - si schiera con e contro di lei in una battaglia estenuante per se stessa, per il marito, per Eva.
La madre di Eva si sente sbagliata (tanto quanto si sente sbagliata Eva), nella ricerca del momento in cui le cose non sono andate per il verso giusto - nella gravidanza, nel concepimento, forse persino nella natura della sua famiglia - spaventata, anche di fronte alla chiarezza che invece sembra muovere Eva sin dall’adolescenza, smarrita, nel percorrere ed esplorare strade e territori dove mai prima avrebbe immaginato di addentrarsi, ma determinata a non lasciarla sola.
È un percorso, il loro, doloroso, simbiotico, esemplare: è un percorso che non può essere indolore e in cui a essere recisi non possono essere solo gli organi e le carni di Eva, ma anche i sentimenti, i sogni, le aspettative, in cui a mutare e a transitare non è solo Eva, ma anche le persone che la amano.
Eva è pronta a rinascere, diversa da come sua madre e suo padre l’hanno creata, a rinascere come lei vuole essere: la sua famiglia, suo padre, i nonni, dovranno accoglierla di nuovo fra le loro braccia. La madre di Alessandro, invece, non l’ha mai lasciata, nemmeno quando ha sperato che tutto tornasse alla normalità, che Eva potesse diventare finalmente Eva.
Più bello ora, a una settimana di distanza, di quando non abbia finito di leggerlo, segno del fatto che dove non è riuscita ad arrivare la scrittura è arrivata la storia.