Orfana di madre, Ebla cresce nell’entroterra somalo. L’anziano padre, astronomo e divinatore tradizionale, le insegna l’arte interdetta alle donne di leggere le stelle, i pianeti e i segni del cielo. Per sfuggire a un matrimonio combinato si ritroverà nella Mogadiscio degli anni Trenta, complice il poeta e camionista Gacaliye. Insieme metteranno su un piccolo e proficuo commercio e avranno due bambini, Kaahiye e Sagal. La storia di Ebla si intreccia con quella di Clara, sua figlia di latte, nata da genitori italiani residenti a Mogadiscio. Costretta, appena adolescente, a lasciare il paese con la madre e il fratello Enrico a bordo di una delle famose «navi bianche», Clara farà ritorno nella città natale solo all’inizio degli anni Cinquanta in veste di giovane maestra, agli esordi dell’Amministrazione fiduciaria italiana. Attraverso lo stretto rapporto con Ebla, i suoi figli Kaahiye e Sagal e l’amica Mirella, Clara si ritroverà coinvolta in prima persona nelle lotte per l’indipendenza del paese in un periodo storico tormentato, quando l’Italia torna in Somalia con il compito di accompagnarla nel processo verso l’indipendenza.
Ubah Cristina Ali Farah was born in Verona, Italy, in 1973, to a Somalian father and an Italian mother. She grew up in Mogadishu, the capital of Somalia, and emigrated with her family due to the civil war in 1991. She lived several years in Pécs, Hungary, but then later moved to Rome, Italy. She obtained an Italian Lettere University degree at La Sapienza University in Rome. Since 2013 she resides in Brussels (Belgium).
"Un’emozione intensa la pervadeva, come se avesse ritrovato una parte di sé, quella più intima, senza la quale il ritorno nella sua città natia sarebbe rimasto incompiuto."
Cristina Ubah Ali Farah nasce a a Verona da padre somala e madre veronese. Dai tre ai 18 anni vive a Mogadiscio finchè la guerra civile del 1991 costringerà la sua famiglia a scappare.
Ebla voce narrante ed asse portante del racconto, è costretta a separarsi dalla sua adorata figlia Sagal ma al contempo – e a sua insaputa- ci sarà un arrivo a Mogadiscio, anzi un ritorno: Clara, sua figlia di latte, dopo dieci anni, ritorna.
Da qui la narrazione oscilla nel tempo e nello spazio.
Dal villaggio nell’entroterra dove Ebla è cresciuta, degli anni di occupazione italiana a Mogadiscio e degli anni ’50 in cui s’instaura l’Amministrazione Fiduciaria Italiana mentre la Lega dei Giovani Somali rivendica diritti presto tacciati di essere atti di terrorismo (ricorda qualcosa?).
Lettura che mi ha appassionata. Domina il personaggio di Ebla con tutta la sua forza di appropriarsi delle tradizioni e al contempo strapparsene per essere ciò che le è stato insegnato, ossia una donna libera di scegliere il proprio destino. Ebla non sa né leggere né scrivere ma il padre – divinatore ed erborista le insegna a leggere le stelle. Le trasmette un sapere, tradizionalmente, riservato ai soli uomini, le insegna ad essere libera...
"Mia figlia è tornata e camminiamo in strada aperta, la vita è sempre meravigliosa nella luce assolata del giorno, andremo dagli uomini della Lega e non ci daremo per vinte, nessuno può piegarmi la testa, nessuno può spezzarmi le ossa, nessuno può mettermi il cappio, nessuno può toccare le persone che amo. Io sono Ebla."
Tanti spunti interessanti, il colonialismo italiano in Somalia, il ritorno degli italiani dopo la guerra come traghettatori verso l'autodeterminazione, la condizione della donna, la pratica dell'infibulazione. Predomina però la parte rosa. Sembra quasi che per accontentare tutti i gusti, non si soddisfi nessuno.
l’argomento mi interessava molto e infatti ho preso degli appunti, ma l’intreccio e i dialoghi non mi hanno coinvolta molto. gli assoli, introspettivi e lirici, funzionano abbastanza bene.
Forse l’autrice poteva dare più spessore al personaggio di Kaahiye, ma ho trovato questo romanzo una lettura piacevole e scorrevole che ci illustra un lato della nostra storia, ovvero il nostro passato coloniale in Somalia, una terra piena di colori e magia martoriata dalle false promesse dell’Amministrazione fiduciaria e da gente ignara delle tradizioni di un popolo.
3.5 Il romanzo parte molto bene, ma dopo un po' perde la fresca spinta iniziale. L'ambientazione e il periodo storico sono molto interessanti. Eppure i personaggi sembrano in alcuni casi appena accennati e le questioni sembrano svolgersi/risolversi troppo velocemente. Una lettura molto piacevole comunque, ma che mi ha lasciato un senso di qualcosa di intravisto ma sfuggito.
#claraballarin torna a #mogadiscio , sua città natale, per insegnare come maestra ai bambini somali, raggiungendo il fratello Enrico che lavora come agronomo in una tenuta di sua proprietà. Clara aveva lasciato la #somalia in seguito alla guerra ed all'occupazione inglese. Ora che i colonizzatori italiani sono tornati, per favorirne l'indipendenza, Clara assiste agli scontri tra i somali filoitaliani ed i giovani della Lega che si sentono oppressi e si ribellano. Tra di loro c'è anche il suo amato amico d'infanzia Kaahiye, figlio di Ebla, la sua mamma di latte...
È un romanzo storico incentrato sul periodo del colonialismo italiano in Somalia, a cui l'autrice Ubah Cristina Ali Farah aggiunge anche un lato romantico. Si è rivelato un libro decisamente interessante, di una condizione storica da me poco conosciuta, che mi ha rattristata, anche se credo sia un po' la situazione abituale dei colonizzatori, indipendentemente dal paese di provenienza, quella di cercare sempre di imporre la propria cultura ed il proprio potere ai locali, scadendo in persecuzioni che vanno a ledere le popolazioni autoctone. Diventa quindi inevitabile la formazione di partiti di opposizione, volti a scacciare lo straniero usurpatore ed a riconquistare la propria libertà ed indipendenza. Il libro incrocia la vita di due donne, una somala ed un'italiana nata a Mogadiscio, che considera il paese africano la propria terra, legata alla prima fin da quando era in fasce. La trama è ben articolata ed alterna una narrazione scorrevole in terza persona, ad una più profonda e lirica in prima persona. Emergono tratti caratteristici del paese africano, con le sue leggende, le sue usanze scaramantiche, le sue superstizioni, le tradizioni culinarie ed una bellissima descrizione della fauna e della flora. Emergono anche la condizione di inferiorità della donna, l'atrocità di pratiche come l'infibulazione e le discutibili regole sociali. Ampio spazio anche all'infelice condizione politica. Vi sono numerosi salti temporali nel passato che presentano antefatti riguardanti i vari personaggi. E non mancano parole e frasi in somalo, che avvicinano ancora di più a questo popolo orgoglioso, che dà grandissima importanza ai rapporti di sangue e alla solidarietà di gruppo. Il finale rimane sospeso, ma la cosa non mi ha infastidita. È stata una lettura concentrata, che in poche pagine ha saputo comunque lasciare tanto su cui riflettere.
Ali Farah ha una capacità indescrivibile di portare odori, sapori, rumori e colori nella pagina. È un dono prezioso per una scrittrice, quello di far convergere un intero universo narrativo in una immagine o una similitudine. Ogni granello di sabbia o piatto di cibo o turbamento risaltano vividi e vivi, dotati di energia e pregnanza a prescindere dalla trama.
Abbiamo davvero bisogno di romanzi sul colonialismo italiano e sul periodo che ha succeduto la Seconda Guerra Mondiale, perché è un capitolo della storia italiana con cui non abbiamo fatto i conti, e che ancora impoverisce il dialogo e il dibattito sulla cittadinanza e il passato coloniale.
Ma soprattutto è importante che si pubblichino romanzi dove i personaggi hanno una vitalità e un'intenzione dinamica come quelli di questo romanzo, dove cultura, pensiero e tradizioni vengono incorporati in una narrazione che cerca prima di tutto di raccontare persone, un'atmosfera, dei momenti che sono privati ma che vengono risucchiati dai turbamenti della Storia.
"Le stazioni della Luna" non è un libro impeccabile, alcuni dialoghi sono forzati e il finale un po' frettoloso, ma ha il pregio non solo di affrontare tematiche complicate con accuratezza e delicatezza, ma soprattutto di creare un universo narrativo solidissimo e personaggi di cui si vuole sapere di più, continuare a leggere e sperare di ritrovare. Si legge nell'attesa di un seguito, di un'altra storia, un altro romanzo, un ritorno a casa, ed è un dono prezioso che Ubah Cristina Ali Farah ci affida e che è un piacere ricevere.
È stato un libro piacevole, scritto senza particolare estro narrativo, le parti diegetiche piuttosto banali, in una scrittura da libro per ragazzi. Tuttavia, le tematiche sono estremamente interessanti, l'ambientazione è la Somalia del secondo dopoguerra, mossa da spinte indipendentiste da una parte e rivendicazioni italiane nella sua ex-colonia dall'altra. Quando il punto di vista è di Ebla la storia si fa un po' più interessante, con qualche accenno di lirismo piacevole, benché non eccelso. Come avevo già riscontrato in Igiaba Scego, mi sembra che i personaggi non vengano mai realmente approfonditi, lasciando in bocca a fine lettura un certo amaro, letterariamente non è un capolavoro e neanche un buon romanzo. In generale, tuttavia, la macchina narrativa è più funzionale rispetto a quella di "La linea del colore". Spero di leggere presto uno scrittorə di vero talento letterario tra le fila degli attivisti post-coloniali italiani, per ora in Scego e Ali Farah ho trovato solo argomenti molto interessanti, ma trattati banalmente.
Racconto commovente, ricco di colori, tramonti ed immagini vivide di una Mogadiscio piena di tradizione oppressa da un'Italia colonizzatrice che cerca di darsi toni di carità. Un'Italia di colonie, di frivolezze, che oscilla tra la totale inconsapevolezza e il senso di colpa dei pochi individui che approcciano ad una riflessione sull'occupazione somala e cercano di dare uno spazio, seppur minimo, alla loro identità. Accanto a loro nello spazio, una presenza somala piena di rabbia, di ruggiti, di corpi che lottano fino allo stremo. Una storia di donne indipendenti, ribelli, resistenti, a discapito del colore della pelle e del bacino culturale di provenienza. Un'immagine splendida delle tradizioni somale, dall'astronomia alle religioni tribali. Una scrittura leggera, scorrevole, evocativa. Libro molto adatto a chi, come me, non conosceva i colori e le passioni di questa terra, e ne desidera un assaggio.
Una storia toccante con un bellissimo messaggio sulla lotta e sull'amore, su cosa significa essere rivoluzionarie, amanti e madri. Narrata in un contesto storico di cui non si parla abbastanza. Ho imparato più da questo romanzo sul colonialismo italiano in Somalia che dall'intero iter scolastico italiano. Il messaggio di lotta e di amore mi ha toccata molto. Non vedo l'ora di vedere cos'altro scriverà Ali Farah. E poi sono contentissima di veder sbocciare la letteratura afro-italiana!
Do' un 2 perché gli spunti sulla cultura e la storia somale sono molto interessanti. Personalmente, dico con vergogna che è una parte della storia italiana che ignoro e sicuramente questo libro mi ha fatto interessare all'argomento.
Sono alquanto delusa dalla qualità del libro. Personaggi con poco spessore - ad eccezione di Ebla - visione edulcorata, narrazione frettolosa, dialoghi poco interessanti. Interessanti ed efficaci gli assolo di Ebla, aggiungono poesia alla narrazione scarna.
Ci sono tematiche interessanti, sicuramente quando è Ebla a raccontare la sua storia, il ritmo cresce e la storia è davvero bella, ma quando si concentra sul presente e su Clara diventa spesso affettato, dialoghi deboli e a volte noiosi. Il finale mi ha lasciato perplessa. Un libro con un bel potenziale ma ci sono troppi punti deboli
Un tuffo in un luogo diverso dove il colore della pelle tanto divide quanto crea legami profondi indissolubili. Si parla di donne, di madri, di figli. Un romanzo pregno di coraggio, libertà, culture e tradizioni, di magia. Contesto storico e geoantropologico ben definito.
Non ho capito cos'è successo nelle ultime 30 pagine, prosa, dialoghi e trama hanno preso la sesta e non mi sono nemmeno accorta di averlo finito e di cosa fosse successo 🫤 peccato perché nonostante alcuni difettucci il libro è davvero interessante.
Story set in Somalia during uneasy post war Italian mandate. Clara returns hoping to find her pre-war Somali friends amid stirrings of national feeling for independence.
Pur essendo ben scritto, prevale il romanzo, sarebbe stato molto più interessante dare maggior valore alla realtà storica,ed al folclore locale in un contesto storico ben preciso