John Locke's religious interests and concerns permeate his philosophical production and are best expressed in his later writings on religion, which represent the culmination of his studies. In this volume, Diego Lucci offers a thorough analysis and reassessment of Locke's unique, heterodox, internally coherent version of Protestant Christianity, which emerges from The Reasonableness of Christianity and other public as well as private texts. In order to clarify Locke's views on morality, salvation, and the afterlife, Lucci critically examines Locke's theistic ethics, biblical hermeneutics, reflection on natural and revealed law, mortalism, theory of personal identity, Christology, and tolerationism. While emphasizing the originality of Locke's scripture-based religion, this book calls attention to his influences and explores the reception of his unorthodox theological ideas. Moreover, the book highlights the impact of Locke's natural and biblical theology on other areas of his thought, thus enabling a better understanding of the unity of his work.
Il libro di Diego Lucci porta a compimento, con ampiezza e rigore, quel “religious turn” che ha segnato gli studi lockiani negli ultimi decenni. Se oggi non ha più senso parlare di una marginalizzazione della dimensione religiosa del pensiero di Locke, è anche grazie a lavori come questo, che ne mostrano in modo sistematico il carattere strutturale. La fede in Dio, nella legge divina e nella vita eterna attraversa infatti tutta la sua opera, dall’epistemologia alla politica, e ne costituisce un principio di coerenza interna. Il punto decisivo messo in luce dal volume è il nesso tra ragione, rivelazione e moralità. La legge di natura, fondata da Dio legislatore, è razionale e universale; ma la sola ragione naturale non basta, di fatto, a renderla efficace nella vita degli uomini. La debolezza umana e il carattere probabilistico della conoscenza impediscono alla morale di fondarsi stabilmente su basi puramente razionali. La rivelazione cristiana interviene allora non per sostituire la legge naturale, ma per confermarla e dotarla di una forza motivante decisiva, attraverso la promessa della ricompensa e la minaccia della punizione ultraterrena. In questa prospettiva, il cristianesimo lockiano ha un carattere eminentemente morale e soteriologico. Locke si oppone tanto all’antinomismo, che svuota la moralità rendendo la salvezza indipendente dalle opere, quanto al deismo, che riduce Cristo a semplice maestro morale e rende superflua la rivelazione. In entrambi i casi, ciò che è in gioco è il legame tra salvezza e vita morale. Contro queste derive, Locke insiste sul pentimento, sull’obbedienza e sulla necessità di una fede che renda effettiva la legge morale. È in questo quadro che si comprende la dottrina dei “fondamentali”. Come mostra Lucci, essa non nasce anzitutto da un intento irenico, ma dalla volontà di salvaguardare il nucleo salvifico del cristianesimo: la fede in Cristo come Messia, il pentimento e l’obbedienza morale. La riduzione dell’essenziale non è dunque una semplificazione o un impoverimento, piuttosto è una strategia per proteggere la centralità della moralità ai fini della salvezza; l’irenismo ne è piuttosto una conseguenza. Particolarmente efficace è l’analisi della cristologia lockiana e del cosiddetto “segreto messianico”. Locke è poco interessato alle definizioni metafisiche della natura di Cristo e concentra l’attenzione sulla sua funzione messianica. Cristo non si impone con una rivelazione immediata e trionfale, ma si lascia riconoscere progressivamente, attraverso segni e soprattutto attraverso la resurrezione. Il compimento delle Scritture non coincide così con l’affermazione spettacolare di una verità dogmatica, ma con il dispiegarsi storico di una missione che chiede riconoscimento. Ne risulta un cristianesimo ricondotto alla sua trama biblica essenziale: promessa, compimento, fede e trasformazione morale. Il volume ha inoltre il merito di mostrare la coerenza tra questi temi e altre dottrine lockiane, come la teoria dell’identità personale, pensata in funzione del giudizio finale e della responsabilità morale. Nel complesso emerge un Locke profondamente unitario, in cui epistemologia, morale, politica e teologia convergono in una visione centrata sulla legge divina e sulla salvezza. Per ampiezza, solidità e completezza, il libro di Lucci è destinato a diventare un punto di riferimento per gli studi lockiani. Si può tuttavia avanzare un piccolo rilievo, che nasce proprio dalle sue maggiori qualità: la straordinaria aderenza ai testi e il pieno controllo della letteratura critica fanno sì che talvolta la voce interpretativa dell’autore resti in parte schermata dalla ricchezza della ricostruzione. Eppure questa voce c’è, e il libro è ben più di una sintesi erudita; solo che, in alcuni passaggi, essa va cercata nel disegno complessivo più che in esplicite prese di posizione. Nel complesso, Lucci mostra con grande efficacia che, per Locke, il problema decisivo non è stabilire quanta religione possa sopravvivere all’età della ragione, ma come salvare insieme la verità della rivelazione cristiana e la serietà della vita morale. È in questo equilibrio che si coglie la forza della sua proposta.