Il male che si accanisce contro Giobbe non può più essere concepito come una punizione, poiché egli non ha commesso alcun delitto; non può più essere una vendetta, poiché egli non ha colpito nessuno. Nel trovarsi esposto alla violenza insensata della sofferenza Giobbe si trova immerso in una esperienza intraducibile. Resta solo il grido rivolto a Dio come il modo più radicale della domanda. La stessa che egli porta nell’etimo del suo nome: Giobbe significa nella lingua ebraica «dov’è il padre?» Domanda che sovrasta ogni possibile risposta. «Il dolore di Giobbe – come scrive Recalcati – non può essere ricondotto all’ordine del senso perché nessuna teologia, come nessuna altra forma di sapere, è in grado di spiegarne l’eccesso». Il grido di Giobbe accade quando le parole sono costrette al silenzio, spezzate dal trauma del male. Esso non è indice di rassegnazione ma di lotta e di resistenza.
Dopo La notte del Getsemani e Il gesto di Caino, con Il grido di Giobbe continua l’intenso e sorprendente viaggio di Massimo Recalcati lettore della Bibbia, impegnato a rintracciare l’eredità più profonda del pensiero psicoanalitico che si concluderà, a breve, con un’ampia e attesa opera.
He works in Milan as a psychoanalyst and is a member of the Lacanian School of Psychoanalysis, treasuring the Title AME. Founder of JONAS (Center for Psychoanalytic Research on New Symptoms). He teaches at the University of Bergamo and at the Freudian Institute in Milan.
Recalcati in questo libro investiga le radici della sofferenza, attraverso il racconto biblico di Giobbe. Giobbe era un uomo giusto, benedetto dal Signore e la sua vita era colma di grazia, fino a quando Satana non sfida Dio, mettendo a dura prova la fede di Giobbe. Facile credere in Dio quando tutto va bene. Cosa succede alla fede invece se tutto va storto? Cosa succede alla fede dell'uomo dinanzi al silenzio di Dio?
“È il primo tempo del racconto biblico: se la fede di Giobbe fosse solo il risultato di una contabilità cinica, di un interesse, di un’economia redditizia, mercantile, se, cioè, essa non fosse altro che un’operazione strumentale che utilizza la fede come moneta di scambio per ottenere benedizione e fortuna? Ponendo questo interrogativo Satana non si limita a rappresentare presso Dio il male, ma scuote le fondamenta teologiche della fede. Il suo dubbio cinico è radicale: può esistere davvero una fede che rifugga ogni calcolo, ogni economia incentrata sul do ut des, capace di amare Dio al di là di ogni interesse personale, dedita in modo assoluto all’Altro? Giobbe, proprio in quanto riconosciuto come uomo «integro e retto», è destinato a diventare il banco di prova che dovrebbe convalidare o confutare agli occhi di Dio le tesi disincantate di Satana.”
Su Giobbe si abbatte il manto della sofferenza, del lutto e della perdita e, attraverso una serie di prove, Giobbe è chiamato a sperare contro ogni speranza, ad avere fede contro ogni prova che ci sia davvero dall'altra parte Qualcuno in cui riporre ogni fiducia
“La domanda posta da Satana a Dio ha un profondo spessore teologico: la fede e le buone opere servono a chi le compie per avere benefici da Dio o possono avere un valore in se stesse? La fede svolge nell’essere umano la funzione di un rifugio strumentale o di un talismano capace di garantire la realizzazione positiva della vita alimentando il suo tornaconto oppure è una donazione in perdita che si realizza nel suo stesso atto a prescindere da ogni eventuale rimborso? La fede degli uomini si riduce a una astuzia contabile? ”
Chi ha tanto sofferto lo sa cosa significa ritrovarsi da un momento all'altro scaraventati nell'abisso più nero in cui non c'è alcuna luce. Come si può continuare ad avere fede quando il dolore è schiacciante e dilaniante e sembra di non poter sopportare oltre?
Mi viene alla mente una bellissima canzone di Guccini
"Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
Sono da secoli o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace, Non so più dire da quanto sento angoscia o pace, Coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare Che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare"
Il grido dilaniante di Giobbe, quei "perché" senza risposta sono assorbiti dalla pazienza di Dio, Colui che si pone accanto, compartecipando alla sofferenza dell'uomo, facendosi prossimo:
“La forza di Giobbe, assai piú della sua pazienza, consiste nel rendere quella violenza germinativa di vita. Inscrive il trauma nel suo grido riconducendolo alla parola. Riporta la sua ferita nella relazione con l’Altro. Ma le parole di Dio non annullano il trauma, non risuscitano i figli morti, non cancellano l’esperienza del dolore e della perdita. Dio non spiega il dolore, non assorbe l’alterità del trauma, non rivela la sua significazione, ma si limita a ribadire la sua potenza di Creatore dell’universo, ovvero a ricordare l’atto luminoso della creazione del mondo nel quale l’uomo è inscritto. Le sue parole consegnano Giobbe al carattere finito e non garantito della nostra esistenza di uomini – la lontananza irriducibile del mondo dal Creatore, l’incommensurabilità tra uomo e Dio –, consentendogli però di liberare in modo definitivo il dolore dal segno morale della colpa.”
C'è sempre la Luce alla fine della Notte. È nella Natura delle cose. "Neanche la notte è buio per sempre" citando un verso di una mia poesia.
In alcuni punti sembra che il testo sia complicato, ma dopo un'attenta riflessione si scopre che le parole celano o delle supercazzole o dei riassuntini molto semplificati di teorie psicanalitiche. Teorie psicanalitiche che sono trattate in termini generali, non applicate alla storia di Giobbe: più che altro, infatti, Recalcati si fa teologo, anche in questo caso senza dire nulla di originale, ripetendo concetti e interpretazioni che circolano nella letteratura religiosa (cristiana) da secoli. In tutta onestà, a che cosa può servire un libro del genere?
10/10 estoy adorando leer a recalcati y sus análisis bíblicos
me ha volado la cabeza al hablar de la culpa como una forma de intentar darle sentido al sufrimiento y con la afirmación de que al sufrimiento no hay que darle sentido posible, sino que hemos de entenderlo como una llamada y un grito al otro…
bufff, siento que se está reparando tanto esa parte de mí que había condenado a vivir en guerra constante con la teología y el cristianismo…
"Perché a me?" Me lo sono chiesto tantissime volte senza riuscire ad individuare una risposta. Ora che ho letto questo breve saggio comincio ad intravvedere la luce alla fine del tunnel delle cose che non so.
Perché il male colpisce gli innocenti? E come può questo fatto essere compatibile con l’idea di Dio? Nella Bibbia è il libro di Giobbe (tutt’altro che paziente) ad affrontare questo scandalo. Questo saggio di Recalcati ha io merito di far parlare questo testo biblico, che, come ogni classico, ha qualcosa da dirci anche oggi, a credenti e non, interrogando psicanalisi e filosofia. Il grido di Giobbe NON è un commentario o un testo di filologia biblica, ma un’ottima fonte di spuntidi riflessione. Meglio leggerlo dopo aver letto il Libro di Giobbe (che tanto è breve).
Leggo sempre con piacere Recalcati ed è per me fonte di riflessioni e occasione di approfondimenti. Quello che non mi convince di questo testo però è la ripetitività dei concetti. In 15-20 pagine si sarebbe potuto dire tutto. E il prezzo per una novantina di pagine non è basso... Ecco, ritengo discutibile la scelta editoriale.
Giobbe si trova in mezzo ad una contesa fra Dio e Satana, e lui ne è ignaro. Non tradisce Dio nonostante abbia contro tre amici e la moglie. Le prove si possono affrontare non lasciando che questi ci soffochino
Sono dovuta tornare indietro per leggere alcuni passi ma non mi importava perchè ne è valsa la pena e fa ragionare in maniera profonda sulla vita attraverso un personaggio che mi ha sempre incuriosito
Un autor excepcional, con obras filosófico-psicológicas que irradian comprensión y significado profundo, caso de "Clínica del vacío" y "¿Existe la relación sexual?" o que demandan una lectura más divulgativa, pero agradecida, reposada, relajada y atenta (caso de "Una erótica de la enseñanza", "Las manos de la madre", "El complejo de Telémaco"...).
Sin embargo, en este caso nos encontramos con un opúsculo excesivamente breve, circunscrito a un marco conceptual muy concreto. En comparación con el resto de la producción del autor, tan sugerente en su horizonte, aquí nos encontramos con una viñeta teológica ilustrada por un puñado de reflexiones de peso: el sufrimiento no tiene sentido, la existencia es un interrogante silencioso y, más importante incluso, que no haya un Otro no equivale a un comportamiento carente de ética.
Interesante, claro, pero se agota inmediatamente. Las nociones clave comentadas sólo convencerán (es decir, "serán entendidas"), tal y como se presentan (tan breves), a quien ya esté familiarizado con Recalcati, el psicoanálisis lacaniano o el existencialismo.