Ci sono alcune storie che è difficile dimenticare, la vita di Marco Bechis è una di queste.
Un’emozionante autobiografia dal sapore romanzesco.
Lo stile risulta incalzante e scorrevole, di facile lettura e, sopratutto nella prima metà, estremamente appassionante.
L’autore racconta la sua vita in una sorta di diario che ripercorre tutte le fasi più catartiche fin dalla prima infanzia, si parla della sua famiglia, molto anche delle sue origini e di quelle molto diverse di padre e madre.
Un attenzione particolare viene data alla contestualizzazione dei vari luoghi differenti che via via lo accompagnano e si nota in attenzione particolare e nostalgica verso tutto ciò che riguarda l’Argentina.
Gli amici, la perdita di un fratello e i trasferimenti sono tutti tasselli importanti alla ricostruzione del puzzle della sua vita, ci fa entrare nella sua testa e nella sua intimità senza filtri, spesso autogiudicandosi anche in maniera troppo dura e poco lucida.
Molti sono gli sbalzi temporali e le riflessioni che interrompono i singoli momenti ma ciononostante seguono sempre un unico flusso di pensiero, rendendo la lettura comunque molto lineare.
Il ritmo cala drasticamente nella sezione che riguarda la sua esperienza artistica e il suo percorso da regista, ma fortunatamente circoscritto a una breve parentesi della narrazione. Capisco perché ovviamente fosse necessario inserire anche quelle fasi ma forse lo stile è diventato leggermente più piatto e le esperienze più ripetitive in quel frangente.
Indubbiamente più interessante il come si arriva a diventare quella persona piuttosto che cosa fare una volta raggiunta la consapevolezza.
Conoscevo a grandi linee la storia dei desaparesidos, ma grazie a questo testo ho potuto approfondirne molti aspetti scavando più a fondo in questo buio momento, così paradossale quanto doloroso. La tragedia nella tragedia, l’uomo che in maniera cosciente e completamente innaturale riesce a massacrare la sua stessa specie, tutto questo viene affrontato con grande delicatezza e apprezzabile umanità, chiudendo il cerchio a processo concluso.
Il fatto che non sia una semplice ricostruzione storica ma una testimonianza concreta ha reso l’esperienza meno didascalica e molto più coinvolgente.