Ho comprato il libro una sera a P., davanti al palchetto dove Ibrahima Lo raccontava la sua storia. Ho pensato a quanto potesse essere difficile rivivere ogni volta quei momenti. È di qualche mese più giovane di me, pensavo anche.
Nel libro, narra la sua infanzia, la decisione di partire, il viaggio nel deserto, la prigione in Libia, il viaggio in mare, l'arrivo al porto di Bari.
Ci si aspetta poi il lieto fine in Italia, eppure Lo racconta dei periodi nei centri d'accoglienza, di come non si sentisse libero, della sua infantilizzazione nelle comunità, che però termina improvvisamente quando a diciott'anni ti mettono alla porta. Paradossale, e terribile.
Ibrahima Lo scrive perché ha scelto, per quanto possa essere difficile, di raccontarsi. Di nominare tutte le persone che ha visto morire, perché il viaggio verso l'Italia non era come immaginavano. Di parlare del razzismo in Italia, che diffida e criminalizza i migranti senza mai interrogarsi dei motivi per cui decidono di mettersi in viaggio.
E di rivolgersi ai giovani, in Italia e in Africa, perché siamo noi che possiamo cambiare le cose.