Curiosamente, sia i social letterari (Goodreads, Anobii) che i negozi online attribuiscono a Ho ucciso Enrico Mattei di Federico Mosso una lunghezza di 220 pagine. In realtà siamo ampiamente oltre le 350, preziosa postfazione inclusa, e francamente me le sono godute tutte.
Il lavoro letterario di Federico Mosso è di difficile definizione: in un memorabile saggio di qualche anno (urca, ormai saranno decenni) fa, i Wu Ming hanno dato vita ad una definizione perfetta: “oggetti narrativi non identificati”, pagine al limite fra storia e romanzo, fra creatività e cronaca, in cui realtà e immaginazione si mescolano sapientemente. In Ho ucciso Enrico Mattei si respira il profumo di una ricerca storica profonda, ci si gode lo sviluppo di personaggi credibili e perfettamente disegnati, ci si interroga su “cosa sarebbe potuto succedere” e ci si domanda, ancora una volta, se il destino di questo nostro meraviglioso paese debba essere necessariamente in bilico fra la spy-story e il rumore dei cocci del tradizionale vaso stretto fra quelli di materiali più resistenti.
Ho ucciso Enrico Mattei è un bellissima lettura, una delle migliori che mi siano capitate quest’anno tra le mani. Non amo scomodare i mostri sacri, ma l’accostamento a Ellroy – chi ha amato American Tabliod non potrà che concordare – non è affatto esagerato.