Le nostre case ci osservano. Ascoltano, ricordano. Percepiscono anche pensieri ed emozioni per le vibrazioni dei corpi sul pavimento, la pressione delle dita sui mobili, gli sguardi davanti a uno specchio. E, certe volte, le case raccontano. Dalla nebbia della periferia di Mestre, come in un flusso di coscienza, in una rivelazione privata, emerge la voce di questo palazzo di tre piani che ci confessa le abitudini di chi lo abita. Uno sguardo lucido, impietoso, sui sette appartamenti e sulle famiglie, le coppie, sui singoli individui mostrati soltanto per ciò che nascondono oltre pareti e porte chiuse: manie, vizi, debolezze, fragilità, deviazioni e segreti occultati. Un documentario letterario nero eppure leggero. Un distillato poetico dei guai e dei guasti, delle colpe degli inquilini che degenerano in atteggiamenti di squilibrio e oscenità, in collisioni violente e passioni eccessive. Il lettore gode della seducente occasione di spiare nelle case degli altri. E, con la cadenza ritmica del miglior pettegolezzo, anche il condominio cede a una natura quasi umana, lasciandosi andare al giudizio, esprimendo opinioni con tono sentimentale mentre ci descrive chi lo popola in un affresco intimo dell’umanità e dei suoi peccati capitali. Uomini e donne così lontani eppure così vicini alla colonia di topi che vivono nel sotterraneo e che, per una misteriosa ragione, penetrano nelle abitazioni di notte, si addossano ai loro corpi addormentati. Un romanzo da leggere con la lentezza con cui viene narrato: una parola alla volta, come in una confessione religiosa. Una storia che in qualche modo ci riguarda tutti e che, mostrandoci per quello che siamo, ci offre l’unica possibilità di salvezza: ammettere – per amare o tentare di correggere – la nostra natura imperfetta.
Seguo Massimo Cuomo dall’esordio, con il divertente ma ancora ingenuo Malcom, proseguendo per il tenero e brillante Piccola osteria senza parole, passando per l’appassionato e passionale Bellissimo, ben ambientato in Messico, per approdare a questa sua quarta e ultima prova d’artista: Casa è dove fa male.
Trovo una scrittura maturata - non che ce ne fosse bisogno, ma fa comunque sempre piacere. Cresciuta, e anche più consapevole: e talvolta il narratore onnisciente e onniveggente, che ama alternare la terza alla prima persona singolare, che ama lavorare (scrivere) per accumulo, e ripetizione, è fin troppo consapevole, qui e là autocompiaciuto rasentando l’artificio.
È interessante la struttura con la sua unità di luogo, che ora sembra andare vieppiù per la maggiore (https://espresso.repubblica.it/plus/a... un condominio, i vari piani, le varie abitazioni, gli abitanti. Qui la palazzina situata a Mestre ha quattro piani e due appartamenti per piano: otto in totale. L’editore ha inserito subito un’immagine che (ricorda la copertina originale di Tre piani di Eshkol Nevo) torna molto comoda nel corso della narrazione: i campanelli con i nomi dei condomini. Diventa un ausilio che in più punti ho sentito indispensabile andare a consultare per ricordare cognomi e posizioni abitative.
La mia perplessità – quella che in pratica mi spinge a un giudizio di bocciatura – è la scelta della materia da raccontare. E quindi, questa volta si tratta del ‘cosa’ a dispetto del ‘come’. L’umanità che Cuomo mette in campo non ha nulla che mi interessi: un campionario umano – ma forse subumano – che ricorda il titolo di un film di Ettore Scola che non ho amato, brutti sporchi e cattivi. Qui si va perfino oltre: i personaggi non sono solo brutti sporchi e cattivi, sono viziosi, obesi, ossessivi, violenti, e chi più ne ha, più ne metta. Cuomo non lo dice, ma appare presto piuttosto chiaro che il suo intento è di abbinare ogni appartamento e i suoi abitanti a un vizio capitale. Che sono sette: e infatti l’ottavo appartamento è misteriosamente senza nome sul campanello e apparentemente vuoto.
Quello che secondo me proprio non funziona è la distanza che Cuomo adotta con le sue creature (e qui si torna al ‘come’, che conta sempre di più): enorme. Il narratore è giudicante, in cattedra, freddo, lontanissimo da una sia pur minima forma di empatia, compassione. Come se i personaggi fossero insetti da mettere sotto la lente del microscopio. Come se fossimo nel trattatello a tesi di un moralista del Settecento. Come se i personaggi della sua invettiva fossero infimi bipedi, o al massimo quadrupedi, vista la loro tendenza alla posizione accucciata e agli spostamenti su quattro zampe.
La verità è che provo una specie d’imbarazzo per certi filtri di presunto rispetto della posizione acquisita, questa distanza della proprietà privata, dell’intimità e dello spazio fisico che ciascuno di loro sente di possedere. Sono bolle di sapone che si sfiorano, rimbalzano, sbattono l’una sull’altra, si respingono, si attraggono, si fondono in un’unica composizione gassosa che infine sempre esplode, lasciandoli nudi, storditi, disperatamente soli.
I libri giungono al momento propizio - forse; è una cosa che mi ripeto spesso, perché altrettanto spesso è l’esperienza che ne ho fatto e ricavato. E sono anche l’eccezione che conferma la regola: un libro puoi giudicarlo dalla copertina e dal suo titolo, poiché è così che normalmente mi ritrovo ad immergermi in storie sconosciute, lasciandomi guidare da questi stralci, che per lo più non mancano di rapirmi e affascinarmi profondamente. Questo libro, questo scrittore - sono stati una scoperta cruda, terribilmente indigesta e pur tuttavia incredibilmente riparativa e balsamica per il mio cuore. Ho amato lo stile di scrittura, mi ha tenuta incollata pagina dopo pagina con sempre maggior fervore - ad un tratto non volevo più né interrompere la lettura né giungere all’ultima pagina. Certe storie andrebbero abbandonate solo per non doverle finire mai, per avere l’illusione che, in qualche modo, durino per sempre accanto a noi, e con noi.
Con il cuore vi consiglio di tuffarvi in queste pagine, di dare loro il tempo necessario perché costruiscano le fondamenta che vi facciano spazio per trattenervi, che sia per la notte o per il mese a venire. Mangiate di questi dolori e di queste introspezioni, e digeriteli mentre elaborate - forse, chissà - voi stessi. Per me è stato indubbiamente così.
Libro preso a caso su uno scaffale della biblioteca, incantata dal titolo, che trovo bellissimo e che ha toccato qualche mia intima corda. Ma è come tutti gli altri italiani: stile bellissimo e contenuto, almeno per me, ben poco interessante. Nello specifico, si tratta di un piccolo condominio dove vivono sei famiglie e la narrazione passa dall’una all’altra (come nel ‘Lucernario’ di Saramago). Ma i personaggi sono tutti grotteschi, con orribili storture del corpo o della mente; e più si va avanti più diventano orribili, repulsivi, inquietanti; e se si va avanti ancora si sfiora l’horror, e lì mi sono fermata e l’ho restituito, no grazie.
Un duro ma efficace resoconto della vita in un condominio di Marghera. Spiamo all'interno degli appartamenti, curiosiamo nelle vite e nei comportamenti degli inquilini, guardiamo dietro le porte chiuse delle stanze e scopriamo segreti, curiosità, morbosità e delitti. Chi accompagna il lettore in questa inquietante incursione nel privato di uomini e donne "normali"? La casa, il condominio stesso che si fa personaggio, voce narrante, abitazione abitata che vive della vita dei suoi inquilini. C'è un pò di tutto: solitudini, menzogne, tradimenti, illusioni, vendette, rivincite, riconquiste, perdite ... e ci sono i topi. Duro, inquietante ma estremamente reale e realistico.
Condominio, da “cum-dominium”, cellula sociale della modernità, domicilio del 73 per cento degli italiani. Immaginate tutto il campionario della sofferenza che può annidarsi nei suoi appartamenti e quindi dilatatelo fino a renderlo gigante, grottesco e mostruoso. Questo è il contenitore del romanzo di Massimo Cuomo, lo spazio simbolico attraverso cui analizzare e cercare di comprendere la contemporaneità, fatta di piccole e grandi perversioni del quotidiano.
Esiste un condominio-LUOGO, declinato come una realtà molteplice e complessa, ma comunque identitaria e relazionale; ed esiste un condominio-NONLUOGO, spazio tipico della società globalizzata, ipertrofica, pericolosamente omologata e soprattutto disturbata.
Il condominio di Massimo Cuomo si trova a Mestre e consta di quattro piani, per un totale di otto appartamenti e sette famiglie borghesi, vagamente riecheggianti i sette vizi capitali. Vengono presentate secondo la planimetria, rivelando un microcosmo di esistenze completamente diverse, parossisticamente disfunzionali, ma accomunate dalla stessa indolente sofferenza. Si intersecano sapientemente attraverso scale e pianerottoli, merito di una prosa iperrealistica e lacerante che non tralascia nulla, umori, immondizia, sangue.
Uomini, donne e bambini: nessuno sfugge al degrado etico e fisico verso cui è proiettato. Senza più dignità e pudore, i personaggi sono trasgressivi, perversi, violenti al limite della sopportabilità. Situazioni che ricordano in nuce quelle descritte dal Ballard ne Il condominio, ma che non hanno bisogno di un enorme e ipermoderno grattacielo della periferia di Londra per declinare gli aspetti più abietti della quotidianità. È sufficiente la banalità di un condominio di provincia.
In questo libro ci sono le vite di persone che abitano in sette appartamenti, forse otto se contiamo anche il misterioso scantinato. Siamo a Mestre con persone che si conoscono, che credono di conoscersi. Vicini di casa che si odiano, altri che si amano, altri ancora che non sanno cosa provano. Dentro a questi strani rapporti, non esiste la normalità, ogni sensazione è amplificata, spesso malata di qualcosa di sconosciuto. La voce narrante è la spia, quella che vede tutto e può dire cosa accade alle persone, quando sono sole, quando sono insoddisfatte, quando un dolore le ha cambiate per sempre, tutti i disagi sono dentro questi personaggi: Menegozzo, Sbrogio, Schirru, Chinellato, Busetto, Ruzzene, Prampolini. C'è il tradimento, la violenza tra le mura di casa, l'adolescenza problematica, la solitudine, tutto questo è visto con uno zoom potente che ingrandisce anche il più piccolo dettaglio. I Chinellato prediligono la cucina, la signora Busetto non resiste a guardare dallo spioncino, Le Menegozzi non vivono per privazioni, Schirru si abbandona al dolore con la violenza. Gli aspetti fisici sono descritti in modo imbarazzante, quasi cattivo ad evidenziare il peggio, c'è un'intimità violata. C' è un senso di chiuso, quasi claustrofobico anche perché non ci sono descrizioni di zone aperte. Pur entrando così in profondità nelle vite di queste persone, non si prova empatia, pena, vicinanza, forse solo distacco da tutte queste imperfezioni. Ero rimasto colpito da Piccola Osteria senza parole e non ho più ritrovato nei libri di Massimo Cuomo le stesse atmosfere, le sfumature e i dialoghi di quel lavoro.
Scorrevolissimo e inquietante. Snuda sette appartamenti e i loro inquilini, ognuno dotato di una caratteristica particolare. Un campionario di umanità marcio e corrotto, ma non è che c'è un pó di loro in ognuno di noi? Cuomo scivola da un paragrafo all'altro come olio. Scritto benissimo.