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Israele siamo noi

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255 pages, Hardcover

Published January 1, 2007

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Fiamma Nirenstein

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Fiamma Nirenstein (Firenze, 18 dicembre 1945) è una giornalista, scrittrice e politica italiana naturalizzata israeliana [da it.wikipedia.org]

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November 27, 2020
L'anti Ovadia

Non mi si fraintenda: non ho nessuna simpatia per i terroristi, e ancora meno per i filopalestinesi de’ noantri, quelli per i quali gli israeliani sono imperialisti nemici dell’umanità e nazionalisti desiderosi solo di espandersi e di annientare i loro nemici, e che sono pronti a manifestare chiassosamente e ridicolmente al salone del libro o ai concerti di Noa. Sono e resto convinto che ipotesi come “due popoli, due stati” o “terra in cambio di pace” siano delle idiozie colossali: se la pace si deve fare dovrà essere per tutti sullo stesso territorio, perché Israele non può avere dietro i propri ristrettissimi confini gente ostile che gioca al tiro a segno sulle proprie città. I terroristi suicidi non sono eroi spinti dalla necessità e dalla disperazione, sono criminali subumani. E soprattutto provo amarezza nei confronti di amici che ti guardano con stupore se non condividi immediatamente il mantra dei veri democratici “palestinesi buoni, israeliani cattivi”; davvero inquietante come un certo tipo di vulgata sia riuscita a penetrare anche nelle “migliori menti della nostra generazione”.

Premesso questo, devo dire che ho trovato la lettura di questo libro faticosissima e piuttosto insopportabile. La Nirenstein ha scritto un pamphlet in difesa di Israele decisamente pesante e lagnoso, in cui mette sullo stesso piano l’ostilità araba e l’antisemitismo europeo di stampo nazifascista; cerca argomenti per indicare a tutti che i valori di civiltà portati dagli ebrei che si sono ridati una terra sono gli stessi di tutto il mondo occidentale, ma lo fa stentatamente e con molta fatica; grida “al lupo” davanti ai musulmani, ma cita come auctoritas alle sue tesi gente come Oriana Fallaci o Magdi Allam, e ho detto tutto; tuttavia tace quello che, secondo me, dovrebbe essere l’argomento fondamentale da cui partire, ovvero la similitudine tra ebrei e musulmani, il condividere in ampia misura la stessa cultura, lo stesso ceppo linguistico, le stesse abitudini civili e religiose e persino la stessa cucina. Irrita un po’ anche il panegirico per le forze armate israeliane, esempi di civiltà e di umanità (OK, magari è vero, ma non è il caso di ripeterlo per decine di pagine).

Certo, la sua posizione è decisamente opposta a quella di Moni Ovadia (peraltro molto più attrezzato di lei dal punto di vista culturale, morale e teologico) per il quale gli ebrei sono e avrebbero dovuto continuare ad essere la nazione senza terra che li ha caratterizzati per duemila anni o poco meno. Tuttavia gli argomenti che la Nirenstein porta in difesa di questa tesi sono un po’ deboli: il mondo intero ce l’ha con noi, abbiamo diritto alla nostra terra, dobbiamo difenderci, chi non è con noi è contro di noi, eccetera. E anche l’idea che tutto il mondo occidentale, con la parziale eccezione degli USA, sia antisemita in quanto acerrima nemica di Israele e del suo popolo, mi pare piuttosto tirata per i capelli. Certo, può essere vero quando si parla dei movimentisti d’accatto di cui sopra che se la prendono con scrittori e musicisti, o politici che per i propri interessi fanno giochetti strani con le alleanze internazionali utilizzando Israele come catalizzatore di intesa nei confronti dei potenziati alleati mediorientali (e vengono citati e anche diversi politici italiani come D’Alema o Craxi), o ONG come Amnesty International che tengono la testa statuariamente voltata in una sola direzione, quella dei musulmani, ma la maggior parte degli occidentali ha altro a cui pensare che esprimere odio etnico per un fazzoletto di terra perso sulla costa orientale del Mediterraneo. (Certo sarebbe stato meglio che lo stato ebraico, compensatore delle atrocità naziste, fosse nato proprio dove i nazisti avevano esercitato più vistosamente le loro teorie e pratiche, al centro dell’Europa, tra Germania e Polonia, dove esisteva la più grande comunità ebraica del mondo prima che venisse fatta passare per i camini. Ma le superpotenze per quella parte di mondo avevano altri progetti. E il sogno sionista risaliva a molto prima, almeno a fine Ottocento).

Concludo con un’ultima osservazione. Nelle mie recensioni, più di una volta ho citato la giovane scrittrice tedesca Jana Hensel, e le polemiche o il disagio che ha suscitato il suo “noi” parlando a nome degli ex bambini e adolescenti della DDR; molti suoi coetanei della Zona non si sono riconosciuti in quel “noi” (molti altri sì, peraltro). Qualcosa del genere l’ho provato nelle prime pagine di questo libro, le quelle in cui la Nirenstein ripercorre la sua giovinezza contestataria a sovversiva, descrivendola appunto col “noi” (noi ex-giovani, ex-contestatori ed ex-sovversivi, non noi ebrei beninteso). “Noi” non avremmo compreso i valori che ci hanno trasmesso i nostri padri, quelli del lavoro, dello sforzo ricostruttivo, nel superamento dei fascismi, contestando acriticamente tutto, mettendoci sistematicamente contro. Come simbolo di questo atteggiamento aggressivo e distruttivo prende una canzone descritta come odiosa ed atroce, “Contessa” di Pietrangeli, ampiamente analizzata, che descriverebbe tutto il male, il rifiuto e l’odio nei confronti del mondo dei padri. Mi pare far troppo onore a una canzone che, più che pervicacemente istigatrice all’odio generazionale, mi pare clamorosamente scema. Tanto per cominciare le contesse allora come oggi sono merce da rotocalco, visto che la Costituzione ha messo fuori legge i titoli nobiliari in Italia fin dal 1948. Poi il cinismo della contessa e del suo amico è troppo grottesco e infantile per essere credibile. E per finire: chi diavolo è Aldo? Io ho sempre pensato che la canzone dicesse “l’industria di auto”, non “l’industria di Aldo”.
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