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Storia dell'Ossola

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450 pages, Paperback

Published January 1, 2014

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Enrico Rizzi

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Profile Image for Clara Mazzi.
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November 15, 2020
Ossola, ultima frontiera. Trascurata dai Romani (che avevano privilegiato tre altre vie per il passaggio dell’arco alpino: ad ovest il Gran San Bernardo, ad est la via Claudia Augusta che attraversava il passo Resia e il Brennero e al centro i valichi grigioni dello Spluga, del Settimo e del Giulia) e da chiunque altro fino all’arrivo delle prime colonie walser (Formazza, 1250 ca) perché era una terra poverissima, ora in preda alle alluvioni della Toce o del Bogna o dell’Anza, ora vittima della filossera, ora della carestia, ora delle gelate, una terra su cui si poteva coltivare poco o niente, riacquista valore nel momento in cui si concepisce una strada per il Sempione: avrebbe offerto un’alternativa di transito rispetto al Gottardo spostandone l’asse commerciale e quindi dei proventi interessanti, gli unici che sui cui si poteva pensare di ricavare qualcosa. L’idea di questa strada si afferma quando i Walser (in perenne movimento) riescono ovviare il problema del passaggio delle gole di Gondo (con dei ponticelli aerei in legno!): da allora l’Ossola – ma non solo: anche e soprattutto i Vallesi, ma anche i Milanesi e poi gli Spagnoli ed infine i Francesi – è tesa su quest’asse, nuova possibile linfa di vita. Peccato che a monte della strada ci fosse una terra che di comune avesse solo il nome ma che per il resto era un patchwork di tante frazioni e fazioni, frammentate fin dalle sue origini: ora i monasteri (Novara e Vercelli), ora i vescovi (con sede a Mattarella), ora i nobili (o i ricchi mercanti) di Baceno e di Vogogna, ora i Vallesi (che erano in genere Ossolani scappati nel corso di faide e che tempo dopo reclamavano i loro diritti di un tempo che fu) ora gli Sforza e poi i Visconti, poi i Borromeo, poi i Savoia, poi Napoleone, poi il Regno d’Italia. Tutti ne volevano un pezzo (tutti volevano i soldi), tutti erano pronti a venire alle armi e le innumerevole faide (che sfociavano in duelli o furti di bestiame) venivano poi interrotte da una strada che franava in continuazione e che richiedeva manutenzione – di tutte la parti. Gli Ossolani dunque (popolazione che, come dicevo prima, in comune ha solo il nome del territorio ma che poi è frastagliato e frammentato come la sua storia, perché l’Ossola inferiore non è l’Ossola superiore, Formazza non è la valle Anzasca, Baceno non è Vogogna, l’Antigorio non è la Val Vigezzo, Domo non è Mattarella e il Sempione e il lago sono i due estremi di tutti e di nessuno, dove l’Ossola finisce senza aver capito bene dove sia iniziata) sono uniti su di un fronte: no alle tasse. Sono troppo poveri. Se oltre alla manutenzione della strada devono anche pagare le tasse su quel poco che riescono a coltivare (la canapa – unica coltura che si adatta alle paludi della bassa Ossola – Mergozzo, Ornavasso; le castagne, il miele, un po’ di vino; a Macugnaga si riesce a coltivare un po’ di segale, ma la si raccoglie l’anno successivo), non ce la si fa. Gian Galeazzo Visconti, il conte di virtù, ascolta gli Ossolani e nel 1381 firma i patti deditizi in cui concede diverse esenzioni agli ossolani ed è da allora che l’Ossola gravita più attorno a Milano che non a Torino (lo stesso traforo del Sempione fu snobbato dal nuovo governo del Regno e sostenuto per la parte italiana dal comune e dalla provincia di Milano, cui gli ossolani si rivolsero dopo anni di estenuanti ed inascoltate richieste ai vari ministeri): persino Napoleone quando pensò ad una strada che collegasse Ginevra all’Italia e che passasse dal Sempione decise di farla passare per Milano e non per Torino. Per il Sempione passano uomini d’arme, eserciti, pestilenze: la strada crolla continuamente e nel 1600 perde molto del suo flair. Rinasce agli inizi del 1800 e conosce per quasi tutto il secolo un momento d’oro: tanti scrittori, scienziati e politici vi transitano in carrozza (fu il primo passo di montagna che lo permetteva) e il suo declino sarà dovuto alla ferrovia del Gottardo (del 1882, da cui le insistenze da parte degli Ossolani per far costruire un traforo anche per il Sempione). Una storia intricata, di andirivieni politici, faziosi e territoriali; una storia di gente strenuamente e sorprendentemente attaccata a quello che ha - perché è pochissimo! ma come i Walser probabilmente attaccata (e fiera) della propria indipendenza: meglio poco, ma mio. Un libro eccezionale perché ha dovuto tenere le fila di tante vicende, apparentemente indipendenti le une dalle altre ma che invece finivano per ritrovarsi tutte (sulla strada del Sempione) e che per questo ha costretto l’autore a lavorare su tanto materiale sparso, di cui molto oggi purtroppo non più ripubblicato. Enrico Rizzi firma un altro grande lavoro che conferma la sua rimarchevole preparazione e competenza storica su questa parte dell’arco alpino (ci tengo ad evidenziare la conoscenza di Rizzi del tedesco – lo si evince dalla ricca bibliografia, lingua indispensabile se ci si cimenta seriamente con la storia del Walser in quanto gli italiani hanno scritto finora molto poco, ma non gli svizzeri e il materiale che è a disposizione è soprattutto elvetico ed in tedesco) non che la sua abilità nello scrivere in maniera chiara e scorrevole.






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