Mentre le pianure arroventate sono in fiamme, la montagna rappresenta l'ultimo, precario, rifugio. E in un monastero alle pendici dei monti vive Bruno, un ragazzo gigantesco, "magro e alto come un ontano verde", che si sente particolarmente legato agli animali minuti, insetti soprattutto: "Mio papà diceva", racconta a chi gliene chiede il motivo, "che i più grandi devono prendersi cura dei più piccoli". La sua mansuetudine, lo sguardo fantasioso e candido fanno sì che a molti sembri uno sciocco, eppure sono proprio quelle doti a renderlo capace di comprendere cose che ai più non è dato vedere né sentire. Nell'abbazia gli viene così affidata la cura degli apiari, fondamentali per il pregiato miele, la propoli, l'idromele, gli unguenti e la cera delle candele. Ma le api sono preziose anche perché è grazie a loro che la natura può rigenerarsi, e Bruno ne diventa fedele custode. Sulle Alpi vive anche il vecchio Johannes. Convinto che il pianeta stia per soccombere a causa dell'avanzata dei nuovi barbari, parte per l'Ortles, la montagna sacra che la leggenda vuole abbia un tempo ospitato in perfetta armonia uomini, animali e piante. Nel cammino verso il sacro monte, Johannes e Bruno sono destinati a incontrarsi fra loro e con Leni, una vivace bambina sordomuta rimasta sola al mondo.
Matteo Righetto è nato nel 1972 a Padova, dove insegna Lettere. Ha pubblicato Savana Padana (TEA, 2012), La pelle dell'orso (Guanda, 2013), da cui è stato tratto un film con Marco Paolini per la regia di Marco Segato, Apri gli occhi (TEA, 2016, vincitore del Premio della Montagna Cortina d'Ampezzo) e Dove porta la neve (TEA, 2017). Scrive articoli di cultura per Il Foglio. I suoi libri sono stati tradotti in diverse lingue e, in particolare, L'anima della frontiera è diventato un caso letterario con traduzioni già avviate in molti paesi, tra cui Gran Bretagna, Australia, Canada, Germania e Olanda, prima ancora della sua pubblicazione in Italia.
Che dire, è stato davvero davvero un bel libro. Molto poetico e profondo come piace a me. Pieno di bei sentimenti e belle persone. Tutto è ambientato nelle montagna in un futuro dove la terra è ormai devastata dal cambiamento climatico. Abbiamo un gigante buono, un vecchio e una bambina muta che si incontrano per volere del destino e, dopo varie vicissitudini personali, cercano di portare in salvo le ultime api al mondo. Ho amato la caratterizzazione dei personaggi di cui mi sono affezionata. Si viaggia con loro ammirando i paesaggi montani devastati e la vita allo stremo fino al degno finale. Che fine farà l’Uomo? E che fine farà la Terra?
Una fiaba moderna con suggestioni antiche, con tanto di "C'era una volta"... qualcosa che stiamo buttando via, e che solo l'operare insieme per il bene comune ci permetterà, forse, di recuperare. seguendo l'esempio dei più piccoli. Un eroe cercatore, una aiutante quasi magica, un vecchio segnato dalla vita, una comunità di api da salvare, se vogliamo salvarci: un po' "Il gigante e la bambina" di Ron, un po' "Il vecchio e il bambino" di Francesco Guccini, a dirci che dobbiamo pensare adesso a chi verrà...dopo di noi
I prati dopo di noi di Matteo Righetto - Feltrinelli Editore - 169 pagine
“Matteo Righetto racconta una storia simbolica sul destino dell'umanità dal forte carattere etico e ambientalista, con personaggi subito vivissimi e con la sua, qui più che mai potente, rappresentazione della natura. Mentre il collasso climatico e il riscaldamento globale compromettono la vita dell'uomo nelle pianure arroventate, la montagna sembra rappresentare l'ultimo, precario, rifugio. E sulla montagna altoatesina – carissima all'autore e ai suoi lettori – si trovano Bruno, Johannes e Leni. Bruno è un ragazzo gigantesco ma paradossalmente attratto dalle cose piccole, in primis gli insetti. In paese viene considerato uno sciocco, ma è capace di comprendere cose che ai più non è dato vedere né sentire col cuore. «Personalmente,» chiarisce l'autore, «ho sempre amato certi personaggi "tonti" o emarginati presenti in molta narrativa scandinava e yiddish e per la stesura di questo romanzo breve ho voluto tratteggiare alcune figure salvifiche di questo tipo.» Il vecchio Johannes, invece, è minuscolo ma arzillo. Rimasto solo nella vita e convinto che il mondo stia finendo a causa dell'avanzata inesorabile dei nuovi barbari, costruisce una bara con l'ultimo abete rosso presente dietro la sua baita, la carica su un carretto e parte per il massiccio dell'Ortles, un monte sacro, sfidando a dama diversi avversari in altrettanti villaggi dove si ferma per passare la notte. Lungo il suo viaggio, tra calura, aridità e squilibrio ambientale che nel corso degli anni hanno sfigurato il volto di quelle terre, incontrerà Leni, una bambina sola e muta che lo accompagna, inconsapevole, verso una sorte comune. Johannes, Leni e Bruno sono naturalmente destinati a incontrarsi, insieme alle ultime api del mondo messe in salvo dal gigante, a ridosso dell'unico nevaio sopravvissuto. Prima di una partita finale a dama”.
Magico. Commovente. Poetico.
Poche pagine, scorrevoli, intrise di sentimenti e di meraviglia, ma anche di orrore e paura, che hanno toccato le mie corde più intime e mi hanno profondamente emozionato. Pochi personaggi, tratteggiati con poche pennellate decise che li mettono inequivocabilmente a fuoco, pare proprio di vederli, nelle loro peculiarità: Bruno, il gigante “tonto”, Leni, la bambina muta e Johannes, l’anziano rimasto solo. Attorno a loro ciò che resta della Natura più verde e rigogliosa di un tempo, descritta con così tanto Amore che l’eco urla forte nelle orecchie, mentre il caldo e il secco avanzano, e con essi gli incendi. Il destino dell’umanità sembra segnato, sta scomparendo la vita e l’uomo è responsabile.
E’ un ammonimento e una lezione: qui e ora, nel 2022 vediamo già quanti danni stiamo causando all’ambiente, ma abbiamo ancora la possibilità di invertire la rotta e prendercene cura con avvedutezza. Tra le righe di questo romanzo, colmo di lirismo, comprendiamo come l'essere umano non possa esistere scisso dalla natura. Nella seconda parte del romanzo - il viaggio dei giusti - i tre protagonisti convergeranno sulla stessa strada. I giusti sono portatori di luce, hanno una sensibilità e una percezione ampliata, colgono le sfumature, osservano i dettagli, in una parola ASCOLTANO col cuore. Sono loro tre la speranza del futuro, i portatori di salvezza che accettano di sacrificarsi per un bene superiore: la rinascita.
Una storia magica, una favola per adulti, un’ambientazione distopica fortemente credibile e attuale, che non può lasciare indifferenti. La conclusione è tutto sommato inaspettata, almeno nei dettagli.
Unica pecca: le poche pagine, avrei gradito un approfondimento maggiore dei personaggi e delle loro storie, ma anche della storia nell'insieme, forse perché mi è piaciuto così tanto che ne avrei volentieri prolungato la lettura.
Una lettura non adatta a persone troppo pratiche o poco romantiche, poco inclini all'ascolto e all'osservazione della Natura.
I prati dopo di noi è un lungo racconto, una fiaba moderna come ha scritto qualcuno, per l'attualità del tema trattato, i cambiamenti climatici, ma ambientata in un'epoca indefinita in uno scenario alpino quasi apocalittico, devastato dal "Grande rivolgimento".
Le due storie che scorrono in parallelo ci presentano tre figure che finiranno per incontrarsi e saranno legate «per tutta la vita» al medesimo destino.
Bruno, eterno bambino dentro, gigante fuori, capace come i bambini del Bosco Vecchio di Buzzati non ancora inariditi dall'età adulta, di parlare con gli animali e di comprenderne il linguaggio, di farsi confidare dalle api i segreti sul futuro dell'umanità.
Johannes, un vecchio che abbandonerà la sua baita e attraverserà paesaggi montani ormai desolati, a suon di sfide di dama, per scappare dai "nuovi barbari", seguito dalla sua fida ghiandaia che mi richiama alla mente la cornacchia di Barnabo delle montagne.
Leni, una bambina muta abbandonata dalla madre, simbolo forse della mancanza di fiducia nelle nuove generazioni, si aggregherà ai due per raggiungere la meta finale, l'Ortles, il luogo dove resiste «l'ultima neve del mondo».
Infine le api, «le ultime api del mondo», affidate a Bruno dal suo maestro, il monaco venuto dal Nord Isak Gunnarsson (omaggio a Gunnar?), capace di insegnare al giovane l'arte di lavorare nell'apiario.
Saranno loro, questi animali tanto cari e tanto sapientemente narrati da Mario Rigoni Stern, a rappresentare l'ultima speranza per il mondo, non per gli uomini. Già, perché «è l'uomo che finirà, non il mondo».
Chi ama la montagna apprezzerà questo libro, ma non ritroverà solo i luoghi idilliaci e incontaminati presenti ad esempio nelle peregrinazioni dei De Boer della "Trilogia della patria". Alle bellissime descrizioni dei paesaggi si alternano infatti i ricordi di una montagna che non esiste più e la visione presente di un ambiente ormai quasi desertificato e minacciato dall'incombenza delle fiamme e del fumo che avanzano inesorabili. Il tutto tra l'indifferenza di chi ignora i segnali della natura e gli avvertimenti di chi ha già compreso.
Una visione dura che lancia un monito all'umanità, ma allo stesso tempo la invita ad agire e a non perdere tempo perché «la speranza non è la certezza che qualcosa andrà bene, ma la consapevolezza che quel qualcosa debba essere fatto, comunque sia».
Bruno è un gigante, tutto quello che ha in più nel fisico gigantesco, non gli è stato concesso nella mente, ma non si può dire tonto, anche se per chi lo conosce è così. Ha un dono ed è quello di percepire la natura in un modo nobile, sente e vede qualcosa che gli altri non vedono, forse per questo non lo capiscono e lo prendono in giro. Quando il fratello Uto lo porterà in un convento benedettino in modo che sia accudito, Bruno accrescerà il suo contatto con la natura e migliorerà la sua condizione pur dovendo affrontare la solitudine. Passano i mesi e gli anni, Bruno percepisce consapevolezza nel suo dono, non ci sono più persone che lo deridono, molti lo apprezzano come padre Isak. Il monaco è responsabile dell’apiario dell’abbazia, dove si producono pregiatissime varietà di miele e idromele, e soprattutto cera. Padre Isak insegna a Bruno a lavorare con le api. Saranno proprio questi piccoli insetti a motivare Bruno nell'ultima missione. Isak dice a Bruno che le sue, sono le ultime api del mondo e il compito è di preservarle e farle prosperare per il bene dell’avvenire, anche se non sarà facile perchè dal mondo sono spariti quasi tutti i fiori, le piante e gli alberi da frutto. Bruno crede in quelle parole, anche per via del suo dono e proteggerà le api a qualsiasi costo. Una storia molto poetica e simbolica, dove sembra che solo la purezza d'animo potrà salvare il mondo. Convinto che il pianeta stia per soccombere a causa dell’avanzata dei nuovi barbari, parte per l’Ortles, la montagna sacra che la leggenda vuole abbia un tempo ospitato in perfetta armonia uomini, animali e piante. Nel cammino verso il sacro monte, Johannes e Bruno sono destinati a incontrarsi fra loro e con Leni, una vivace bambina sordomuta rimasta sola al mondo. La scrittura è scorrevole e lo stile di Righetto mantiene la sua lirica. L'uomo è al centro della storia, nel bene e nel male, sarà lui a cessare di esistere, ma non la natura. Per salvarsi, la fuga sarà verso le vette delle montagne, da sempre custodi misteriose di qualcosa che va oltre la vita. Ci sono anche le figure di Leni, la bambina da proteggere e il vecchio Johannes con la sua bara vuota, entrambi incroceranno Bruno e diventeranno un nucleo indivisibile in una natura tribolata che si offre agli occhi del viandante come testimone eloquente di uno squilibrio irreversibile.
Era bello, ma è un’idea un po’ catastrofica per noi umani del futuro, non finisce benissimo ma neanche malissimo, scritto abbastanza bene, devo dire che mi è piaciuto di meno anche perché l’ho letto per scuola.
Il pezzo che accompagna questo libro secondo me è il Notturno di Aleksandr Borodin, Quartetto numero 2. La dolcezza del Fato e il destino del Mondo si alternano con le temperature e la Natura, come un quartetto colossale del tempo.