«Un battente del gigantesco portone si stava schiudendo e di questo fui cosciente; lo tirava una piccola monaca, la Superiora, e quando fu aperto gli rimase attaccata come una sua appendice». Così Dolores Prato inizia il racconto della propria adolescenza vissuta in un collegio retto da monache, séguito incompiuto di quel Giù la piazza non c’è nessuno che era invece dedicato agli anni dell’infanzia. E si capisce subito che il tempo non ha spento, nella lucidissima novantenne, né il vigore né il livore della memoria: l’occhio che volge su quei tempi remoti è spietato, tutt’altro che nostalgico, e ripercorre con feroce minuzia i luoghi ostili e le regole imprescrittibili della vita conventuale. Non mancano di quei giorni, raccolte in una serie di appunti spesso folgoranti, le parole: parole che, sostituendosi alla parlata comune della provincia maceratese, diventano parte integrante della norma di vita presente e del modello di esistenza futura; parole, soprattutto, che segnano perentoriamente la differenza tra il «dentro» e il «fuori». Ritroviamo così nel libro della Prato i luoghi e i segni e il linguaggio di un mondo perduto, ma prima di ogni altra cosa scopriamo gli indizi inconfondibili – il piglio, la scrittura, la capacità di trasfigurazione poetica – di un vero e proprio caso letterario. Le Ore è stato pubblicato per la prima volta in due volumi nel 1987 e nel 1988.
Che una si faccia piacere, nell'ordine: - trecentotrentasei pagine di concrezioni stalattitiche di descrizioni stremanti (dall'orinale allo zinale passando dal maiale); - una pletora allarmante di analisi linguistiche comparative all'ingrosso, al minuto e all'infinitesimale (parlata treiese media vs idioma dell'enclave monastica - autarchica per superiore concessione - vs preferenze ex-domestiche); - due o tre singulti introspettivi di due righe ogni ventisei pagine di elenchi dettagliati di oggetti e dei loro contenitori spazio-temporali corredati di ombre, scriminature, odore e tessiture... ecco, che una si faccia piacere, anche parecchio, tutto ciò, è cosa su cui educatamente e convivialmente sorvolare, nel migliore dei casi. Che problema ho?
completa la lettura di Giù la piazza non c'è nessuno. L'incontro con Dolores Prato per me è stato molto bello. Una scrittura, una lingua che ha aggiunto qualcosa. Romanzo autobiografico, ma come in Giù la piazza, è una autobiografia "analitica" dove sono i luoghi, gli oggetti, più protagonisti. C'è l'ironia. E se c'è dolore non viene esposto.
Non penso di essere la persona più adatta per questa recensione ma, visto che proprio non ce n'è neanche una, mi cimento.
Io questo libro l'ho preso per due ragioni: 1) Mi piace la casa editrice. 2) Non ho una buona opinione delle suore. Per la prima, posso dire che hanno pubblicato libri molto simpatici, come Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa, e Mosca - Petuski di Erofeev. Per la seconda, non è stato tanto il fatto che ho fatto l'asilo con le suore (anche se la mia, Suor Lucenrica, era un po' una stronza) quanto i racconti di mia mamma che ci aveva a che fare nella casa di riposo in cui lavorava. Per anni io ho sentito storie di suore che si appostavano nelle camere degli anziani più di là che di qua per fregare qualche soldo o vestito. Le ha sempre definite cattive, e non è che "Educandato" di Dolores Prato faccia cambiare molto idea. La storia è quella dell'autrice che è stata di fatto trascinata in un collegio femminile retto da suore salesiane. Pure se (temo anche largamente) incompleto, il nocciolo del discorso c'è tutto nel romanzo. Il collegio è un luogo di privazioni che nulla hanno di mistico o religioso, è un luogo di grettezza e avarizia, in cui il piatto migliore è una foglia di borragine fritta e la merenda è sostanzialmente pane e acqua. Forse è l'unico luogo al mondo dove con l'introduzione dell'illuminazione elettrica c'è meno luce che con le lampade a petrolio. Perfino le festività religiose, Natale compreso, hanno pochissimo contenuto. Sono più che altro rituali spenti, di canzoni insensate più per la necessità di "fare qualcosa" che non per dare un vero significato. Si salva solo la Pasqua, perchè si torna a casa. Non c'è educazione, in collegio. Non c'è praticamente pagina sulle ore di scuola, perchè l'obiettivo sembra quello di cancellare ogni traccia di femminilità, di autenticità, per rimpiazzarla con l'ipocrisia per cui non si può rispondere semplicemente "sì" ma "sì, cara" o per cui le compagne di educandato sono sempre "buone" o "dilette". Domina il personaggio della Madrina, maestra unica e austera, senza una parola buona che sia una per la protagonista e che riesce a snaturare anche l'amore di Maria Maddalena per Gesù Cristo. Pure nella sua tortuosità e scontando alcune parti più descrittive che altro, da questo romanzo trasuda rabbia e dolore. Si percepisce, ed è una grande qualità.