Molto si è scritto sull’epopea dell’emigrazione che dall’ultimo scorcio dell’Ottocento allo scoppio della prima guerra mondiale ha svuotato le campagne e dislocato oltreoceano milioni di nostri connazionali. Minore attenzione ha riscosso l’esodo del secondo dopoguerra, forse meno spettacolare e certo meno mitizzato dell’altro. Identico fenomeno, molte analogie, ma anche molte differenze. Andreina De Clementi descrive la nuova mappa delle mete dell’emigrazione italiana nei primi dieci anni del secondo dopoguerra, la trasformazione da avventura individuale a impresa controllata dalle burocrazie statali, l’inedita domanda di mano d’opera femminile. Discostandosi da un approccio storiografico consolidato, l’autrice delinea una vicenda complessa e problematica, che affonda le sue radici nel più generale contesto economico-politico dell’epoca.
“Nel marzo 1946 il governo italiano stipulò con quello belga un accordo che fornì anche il primo esempio di emigrazione pianificata. Vi si prevedeva l’invio di 50 mila operai da adibire alle miniere in cambio di consistenti forniture di carbone [...] gli alloggi assegnati in Belgio ai minatori altro non erano che le baracche di ex campi di concentramento. [...] tuttavia il Belgio, o meglio il suo sottosuolo, divenne la meta principale dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra.”
“Con i loro cinque bacini (Charleroi-Namur, Mons, La Louvière, Liegi e Campine), 66 charbonnages con 200 pozzi di estrazione e 1.000 cantieri di lavorazione, ben 1.230 dei 30 mila km2 della superficie totale erano occupati dalle miniere. I belgi continuavano ad andarne fieri benché il mestiere di minatore avesse perso l’orgoglio di un tempo e il lavoro in profondità, più rischioso e peggio pagato, veniva lasciato agli stranieri.”
“Il tracollo di miniere vecchie e malandate deflagrò nel disastro di Marcinelle, miniera di Bois du Cazier, bacino di Charleroi. Un cortocircuito fece scoppiare un incendio che ostruì il pozzo di uscita, lo bloccò e intrappolò 250 minatori. 136 gli italiani. Era l’8 agosto 1956. [...] Marcinelle segnò la fine, reale e simbolica, dell’emigrazione belga ormai agli sgoccioli, colorò di tragedia la fine di un’epoca durata all’incirca un decennio e immersa in un tempo dilatato dalla sofferenza.”