Il libro racconta la vita di un giovane di buona famiglia agli inizi degli anni '80, in balia di un'amicizia ossessiva e malata. Si presenta sotto forma di diario: è strutturato in brevi capitoli non in sequenza temporale, ma mescolati come pezzi di un puzzle, e solo alla fine è possibile riordinarli e comprendere così l'intera vicenda.
Il protagonista è un ragazzo che non riesce mai a reagire e sentirsi pienamente parte del flusso della vita: resta attonito di fronte a ciò che gli capita, il significato ultimo delle cose gli sfugge. È circondato, di contro, da personalità molto forti che risucchiano tutte le sue energie: un padre votato al fallimento, un amico meschino, ma che su di lui esercita un'influenza grandissima, e due donne sfuggenti.
Ho trovato questo libro per caso al mercato e ho scoperto essere l'esordio di Marco Lodoli (autore che ho scoperto proprio grazie a questo libro), che l'ha scritto quando aveva circa ventisei anni. La scrittura mi ha stupita fin dall'inizio: estremamente aulica, a tratti poetica e al tempo stesso diretta, tagliente. Sono molti i passaggi che mi hanno colpita per l'accuratezza nella scelta delle parole. Al tempo stesso è un libro che non è sempre piacevole da leggere: ho trovato molte pagine disgustosamente reali, scomode, ma sono proprio quelle che mi hanno fatto riflettere di più per la loro attualità. Lodoli, infatti, con questo libro ha cercato di dipingere la sua generazione, ma io, in parte, ci ho ritrovato anche la mia e ho apprezzato moltissimo questo aspetto.