Sono trascorsi tre anni dalla misteriosa Sciagura che ha distrutto la civiltà. Nel borgo montano di Piedimulo, una piccola comunità contadina sopravvive isolata dal mondo, protetta dalla frana di una galleria. Fuggita dalla metropoli ormai in preda alla follia, Nina ha dodici anni e tutte le mattine osserva il cielo attraversato da macchie rosse e violacee, mentre una ragnatela bronzea oscura il sole, annichilendo ogni possibile idea di futuro. Ma il nemico è alle porte e Nina, rimasta orfana, sarà costretta a crescere in fretta. Affiancata da personaggi leggendari e da una natura di nuovo rigogliosa e oracolare, Nina sceglierà l’antica via della foresta, dando vita a una storia di terra e ghiaccio, magia e furore, una fiaba nera che regola i conti in sospeso con la modernità, rinnovandone l’immaginario apocalittico.A otto anni dalla prima uscita, nottetempo ripubblica (in una nuova versione rieditata dall’autore) Nina dei lupi, primo capitolo della Trilogia del mondo nuovo, che precede le vicende narrate da Pietra nera, pubblicato nel 2019 sempre da nottetempo.
Questo è un romanzo di archetipi, non di personaggi. C’è la strega, c’è l’eroe, ci sono gli innocenti da salvare e il cattivo che porta con sé tutto il male di un mondo al tracollo. È un romanzo di catarsi, che mescola scenari post-apocalittici e culti pagani dimenticati, favola e horror, violenza e amore, civiltà (o quel che ne resta) e natura. È perturbante, mistico, angosciante. Non so se mi sia piaciuto, sono abituata a storie più letterali e ho fatto fatica a vedere i personaggi e la trama attraverso il simbolismo con cui andavano letti: per esempio c’è un age gap che nel contesto simbolico ha un grande valore, ma che di primo acchitto mi ha stranita (e io adoro l’age gap). Lo stile, poi, è incalzante ed evocativo e molto “raccontato”: si adatta bene al genere (è definito a ragione una favola nera) ma non sempre è facile da seguire.
Penso che il pregio di questo romanzo sia anche la sua più grande debolezza: il linguaggio forte ed espressivo, dalla grande potenza evocativa, non viene utilizzato per dirci la visione dei personaggi sul mondo, ma per dirci la visione dell’autore sui personaggi. E sul mondo. E sull’intera storia, che il lettore non vive dall’interno, ma solo attraverso il filtro del narratore-dio. La voce dell’autore si impone con prepotenza su tutte le altre fino a soffocarle; almeno, è una voce capace di farsi ricordare. La trama di per sé è tanto semplice quanto evocativa, e ho apprezzato molto il modo in cui viene dipinta questa umanità post-apocalittica ridotta a uno stato bestiale. Buoni e cattivi sono accomunati da una ferinità di fondo, che gli uni declinano verso la comunità, gli altri verso un famelico egoismo. Di fatto, la Nina che dà il nome al romanzo non è più decisiva di altri personaggi; la sua figura dai forti connotati archetipici catalizza però l’universo simbolico del libro.
C’est long avant qu’il arrive quelque chose. J’ai passé proche de l’arrêter mais finalement je l’ai lu au complet puisque c’est difficile pour moi de ne pas lire jusqu’à la fin. L’auteur ou le traducteur ne semble pas connaître la différence entre du béton et du ciment. Ça démontre davantage la pauvreté du texte.
Visione molto potente, un post apocalittico "diverso" dal solito. Trama forse non totalmente sorprendente, ma la narrazione è fluidissima, catchy. Incollato alle pagine. CONSIGLIATO.
M'immagino tutti questi scrittori che da giovani hanno avuto mamme iperprotettive che dicevano loro come comportarsi, chi frequentare e cosa pensare, e ora che sono adulti cercano di riprodurre lo stesso schema coi lettori. Uno scrittore di talento impiega centinaia di pagine per delineare un carattere, attraverso i gesti, le decisioni, i dialoghi; invece Bertante sbriga la questione in poche righe: Tizio era così e cosà. Fine. Al lettore non resta che credergli.
Il romanzo procede per stereotipi stantii e indulge in certa retorica fantasy che oggi non ha più senso. In "La strada" McCarthy ha spogliato il genere di tutti gli stilemi, mettendo a nudo il dramma. Che senso ha rispolverare pozioni, riti pagani, pupazzi di paglia appesi a un gancio per il collo e donne dagli occhi di fuoco e dai lunghi capelli bianchi? (Poi, mi spieghi Bertante come farebbe una milanese -e ribadisco, una milanese, a trasformarsi, tempo pochi mesi, in una sacerdotessa celtica dagli occhi di fuoco e dai lunghi capelli bianchi).
Ma lo stereotipo più grosso è quello di pensare il male come parente della follia o della stupidità. Un cattivo lucido, intelligente e dissimulatore è molto più inquietante di un pazzo e suggerisco a Bertante di rileggersi "L'isola del tesoro", ponendo attenzione particolare a Long John Silver.
L'action se situe dans une Italie post-apocalyptique. La chute du système bancaire a entraîné une série d'émeutes qui ont fini par déboucher sur une forme d'hystérie collective. Massacres et pillages se succédant, les survivants se sont regroupés en bande armées ou en communauté agricole autarciques.
C'est dans un de ces villages isolé dans les Alpes italiennes que Nina, l'héroïne du roman habite. forcée de se réfugier dans les montagnes pour échapper à des pillards, elle va y rencontrer un homme vivant seul avec deux loups.
Sans que le roman soit mal écrit, on peine à s'intéresser aux événements qu'il relate, et surtout à entrer en empathie avec Nina. Cette gamine de treize ans relativement insipide reste globalement spectatrice de l'action.
Alessandro Bertante a visiblement cherché à monter une fable mi-politique, mi-prophétique sur l'avenir du monde, tout en mettant en scène l'émergence des mythes qui précède la reconstruction de la civilisation post catastrophe.
Le résultat n'est pas vraiment exaltant. À noter toutefois : ce roman a été récompensé en Gaule Cisalpine (prix città di Rieti), preuve que je n'ai pas les mêmes goûts ou attentes que le public italien en la matière...
Tempo fa lessi un interessante articolo sul "terrorismo internazionale" (quindi non del terrore provocato dall'Occidente nel terzo, quarto e quinto mondo, ma della reazione di questi al nostro terrore), in cui si raccontava che basterebbe buttare una bomba atomica nella stratosfera (o nella ionosfera?) per bruciare tutti i circuiti elettrici sottostanti. Nell'articolo si faceva l'esempio dell'Europa (il giornalista era americano), e si diceva che un atto del genere avrebbe "spento" tutto ciò che era elettrico in praticamente tutto il vecchio continente, provocando in meno di un mese la morte di 2/3 della popolazione europea: niente elettricità uguale niente conservazione degli alimenti, niente o poca acqua potabile, difficile possibilità di riscaldarsi. Il ritorno all'età della pietra, o quasi. Ecco, questo simpatico e confortante scenario è quello che fa da sfondo al bel libro di Bertante: l'opulenta società Occidentale crolla. Che succede? Succede che tornano i lupi, e sono cazzi. Ma, dice l'autore, forse c'è anche una speranza. Sperem...
Dico subito che il romanzo mi è piaciuto: si legge tutto d’un fiato e ci si appassiona alla storia dei protagonisti definiti da alcuni critici, non a torto, dei giganti.
Ambientato in un immaginario paesino di montagna italiano, somiglia molto ad una saga firmata da autori scandinavi. Gli elementi ci sono tutti: le montagne, la neve il ghiaccio, gli antichi miti, la lotta per la sopravvivenza…
"Durante le lunghe notti d'inverno trascorse davanti al fuoco, i bambini delle montagne occidentali volevamo ascoltare solo una storia. Chiedevano di raccontare di Nina. Nina dei lupi." (p. 285)