Nelle nostre relazioni quotidiane respiriamo un clima sempre più offuscato da intolleranza, facile offesa e una fin troppo vivace propensione all’accusa. Il crescendo di espressioni di ira e insofferenza va di pari passo con il rifiuto di fare i conti con le proprie fragilità, utilizzando gli altri come proiezione di parti scomode di sé. A partire dalle inimicizie interiori costruiamo così un mondo popolato da tanti presunti nemici esterni a cui addossare la colpa di scontento e malumori. La difficoltà a mettersi in discussione ben si evidenzia nell’attività psicoterapeutica, ma è anzitutto nella vita di tutti i giorni che i sentimenti negativi proiettati alimentano spirali di rabbia e divisioni. Riconoscere in se stessi ciò che troppo facilmente viene attribuito agli altri, assumersene la responsabilità, è l’unica strada per conoscersi, rispettarsi e ricercare forme pacifiche di convivenza, sottraendosi al rischio che la rabbia sia strumentalizzata dai giochi di potere e della politica.
“Nemici miei” di Nicoletta Gosio è un saggio che aveva del potenziale, ma che — a mio parere — non è riuscito a brillare come forse aspirava a fare.
Premessa doverosa — mi piace la saggistica, ma non mi considero un’esperta e non ho alcun interesse a demolire il pensiero altrui; tuttavia credo che questo sia uno dei punti delicati del genere: si tende a scrivere esattamente ciò che si pensa, così com’è. E non sempre questa scelta funziona.
Le premesse del libro sono interessanti: l’autrice esplora la rabbia che proviamo verso gli altri e come spesso derivi da conflitti interiorizzati contro noi stessi. Un tema sterminato, che potrebbe essere affrontato all’infinito con esempi e prospettive diverse (non “più giuste” in assoluto, ma certamente “più adatte” a un certo contesto).
Il problema, però, è che questo potenziale rimane in superficie. Alcune riflessioni – l’autrice è psichiatra e psicoterapeuta – sono davvero stimolanti, ma restano confinate a qualche paragrafo e non si sviluppano nell’arco dell’intera sezione. Il risultato è un testo che suona più come un’esposizione personale di pensieri che un vero saggio: generalizza troppo situazioni, contesti e persone.
In più, lo stile scelto (quasi da monologo anziché esplicativo) non aiuta: dà l’impressione di un “via libera” alla libertà di espressione senza un reale filtro critico. Si parla di razzismo, relazioni (romantiche e non: con qualche doppio standard che fa sorridere) e rabbia verso se stessi, ma nessuno di questi argomenti viene approfondito davvero, né calato in una prospettiva socio-culturale attuale o liberata dai pregiudizi personali dell’autrice.
Non definirei “Nemici miei” carta straccia, ma più un’autoaffermazione del proprio pensiero elevato a verità. E, probabilmente, la professione dell’autrice contribuisce a questa convinzione di possedere l’interpretazione corretta.
"Trasformando gli altri in ricettacoli delle parti cattive di sé proiettate, [i pregiudizi] consentono di tenere a bada sentimenti penosi, di negare le proprie pulsioni aggressive e invidiose, di considerarsi dalla parte del giusto, autorizzati a difendersi senza provare conflitti, colpa o vergogna, rafforzando la convinzione della propria superiorità." Da: "Il nemico perfetto", III. Lo straniero in casa, p.70