"Per Alvise quel frate era un altro simbolo della rivolta che lui stesso covava nell'anima. Nella sua mente l'anabattismo diventava una speranza, un ideale di vita, una dottrina che rifiutava ogni dogma, istituzione e potere. Coincideva con la sua tendenza a trasformare il Vangelo in un'etica della libertà, espressione del desiderio di cambiare il modo di pensare e di vivere della gente. Voleva credere in un Dio possibile cui fosse lecito non attribuire un volto, un tempo, uno spazio, una qualità, una definizione"
"La menzogna - pensò - è la padrona del mondo, guida persino il lavoro dei giudici, pieno di sfumature e perversi distinguo, principi e giudizi personali, discutibili opinioni, anche politiche, simpatie, antipatie, corruzione, amicizie e inimicizie. Tutto è falsità, anche quel che fingiamo di credere o crediamo veramente. Costui ritiene di fare il bene dell'umanità condannandomi all'affogamento, mentre io sono convinto che la sua sentenza sia vergognosa. Ma chi ha ragione? L'unica autentica vergogna è la fanatica certezza di possedere la verità con cui sosteniamo le nostre menzogne"
"Percepiva, sentiva quasi fisicamente, che dopo la sua fine i secoli, numerosi come le gocce del mare, avrebbero continuato a scorrere, uno dopo l'altro. Migliaia di secoli che per lui sarebbero stati meno del fruscio delle ali di un passero. Eppure - si disse - la storia di ogni uomo è importante, divina, perché è una maniera unica di osservare l'universo"