«Chi dice che di notte la città dorme? Ecco un privilegio dei bambini».
«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», sentenziava il grande Hercule Poirot. Nei racconti di Gabriele Pedullà una coincidenza è appena un’avvisaglia, due sono l’annuncio che qualcosa di inatteso sta per accadere, ma tre coincidenze non si dovrebbero augurare neanche al proprio peggior nemico. O forse neppure esistono più le coincidenze, per le donne e gli uomini seduti al tavolo da gioco di Pedullà. E nella curiosità che li spinge ad alzare ogni volta la posta – rimettendo in discussione verità e certezze – conviene riconoscere piuttosto l’opera di un genio maligno in vena di buffonerie. Giacomo avrebbe solo voglia di dormire; l’ingegner Luigi Bassetti cerca di fare carriera con la cucina cinese; Olindo ha nostalgia della nebbia; Eliana e G. rievocano la giovinezza leggendaria del loro amico Vale… A fare da innesco a queste storie c’è sempre un viaggio – sospirato, temuto, ricordato – che puntualmente si rovescia in smarrimento. Perché, come una foschia, un alito oscuro soffia in queste pagine dove nulla è prevedibile, e quando alla fine il pericolo si manifesta apertamente il primo a pagarne le conseguenze è proprio chi credeva di esserne al riparo. A cominciare dal lettore.
Otto racconti fanno parte di questa raccolta, scritta da Gabriele Pedullà.
I protagonisti degli otto racconti sono tutti gente comune che inciampano in una prima coincidenza a cui non danno molto peso. E se la seconda coincidenza (come dico sempre io "Una coincidenza è un caso, due coincidenze sono un fatto") richiama il protagonista distratto sull'attenti, per agire quando è ancora in tempo, la terza è quella dello scacco matto: non ci si può più sottrarre al vicolo cieco in cui il destino aveva risucchiato uno dei protagonisti.
Il primo, "Quando la città dorme", è così potente che lascia il lettore completamente spiazzato: Giacomo, che si sveglia alle 04:04, che si è sposato il 04/04/04 con Sara, che rimane interdetto da quel reiterarsi di 0 4, che soffre di insonnia e lavora in ospedale, in sala operatoria, che una volta arrivato lì, non vede l'ora di prendersi un cappuccino per iniziare bene la giornata. Giacomo che sa che di notte non è vero che la città dorme. Giacomo che aspetta di vedere sul volto del collega/amico Pietro un sorriso incoraggiante del pericolo scampato. Se solo Giacomo avesse valutato meglio quella tiplice occorrenza dello 0 4. Se solo fosse ricorso alla numerologia: 4 come le stagioni, 4 come i punti cardinali, 4 come le fasi lunari, 4 come chiusura di un ciclo, 4 potenza seconda di 2, quadrato perfetto. 4 segno di stabilità: 4 gambe in un tavolo, 4 piedi in una sedia, 4 uomini per portare una bara.
In "Rouge 89", le parole di Valerio, quelle che aveva imparato a dire a Parigi "ça passe ou ça casse, come aveva imparato a dire proprio a Parigi", sono un po' il fulcro dell'intero racconto.
In "O febbraio o a settembre", il cartello che i due coniugi vedono a New York, sembra così attuale in questo clima da coronavirus "IF YOU SEE SOMETHING, SAY SOMETHING, diceva il cartello – lettere gialle in campo nero, con un grande occhio stilizzato a rafforzare il concetto e forse a suggerirlo anche a coloro che non masticavano l’inglese. [.] CALL 1-888-NYC-SAFE. Come in un film con Bruce Willis. Era la paranoia del dopo. – New York sarà pure la stessa, ma qui sono diventati tutti paranoici, – aveva sentenziato Claudia qualche sera piú in là."
Spiazzante anche "Il nostro amico": qual era il suo nome? Non era necessario chiederglielo. Perché tutto si basava sulla fiducia. Costruita su quali basi, poi, non si sa. "Nel mio ambiente tutto si regge sulla fiducia ma non possiamo mica affidarci al primo che ci capita, con le cifre che muoviamo ogni giorno bisogna stare attenti, e dunque è inevitabile che certe informazioni si paghino profumatamente. Perché no, allora? Sarebbe stato cosí facile, a quel tempo."
Fiducia, famigliarità, fedeltà sono i temi che ricorrono anche nell'ultimo racconto "Biscotti della fortuna" che dà il titolo alla raccolta. Quanti non aspettano di aprire un biscotto della fortuna quando vanno a mangiare dal cinese? Come se quel messaggio fosse profetico sul nostro futuro immediato. "È la mia piccola saggezza cinese. Perché affannarsi in giro per il mondo quando le cose migliori sono quasi sempre a portata di mano." Perché affannarsi, se tutto è a portata di mano? Perché sottovalutare le reiterazioni. "Ahi! Ahi!". Il pericolo è dietro l'angolo, ma oramai è troppo tardi.
Tra 3 e 4 stelle: il primo e l'ultimo racconto sono potenti e poi gli altri vanno scemando.
I biscotti della fortuna, titolo dell’ultimo racconto e della raccolta, sono “quei dolci secchi e leggermente vanigliati che i ristoranti cinesi servono ai clienti a fine pasto” che al loro interno contengono un bigliettino con una frase, una “perla di saggezza”, una massima da interpretare, in genere positiva per non far andare di traverso il pasto…Questi racconti assomigliano un po' a questi biscotti: si inizia a leggerli e a gustarli, a volte ci sono due cialde diverse ma discretamente amalgamate e poi alla fine il bigliettino: la parola, il finale che dovrebbe sorprendere il lettore, spiazzandolo (qui non vale la regola del positivo e/o consolatorio)Non si tratta di produzione industriale quindi lo scrittore ha diversificato gli ingredienti su una base comune: i risultati sono diversi e personalmente alcuni mi hanno lasciato abbastanza indifferente. Alcune delle spezie sono dei dejavù personali: quanti di noi sono andati da giovani a Parigi al cimitero di Pere Lachaise a lasciare un fiore sulle tombe di Jim Morrison e Oscar Wilde… o a chi non è mai capitato di incontrare un “vecchio amico” di cui non ricordiamo il nome e ci sforziamo di riconoscerlo per non fare brutte figure? In uno si abbonda di citazioni cinematografiche (quanto si era cinefili da giovani…) e si gioca sulle coincidenze in una New York post 11 settembre dove lenta si insinua l’abitudine al sospetto, la logica del “If you see something, say something” ma la grande mela è sempre la grande mela…L’ultimo è il trionfo dei biscottini della fortuna: una famiglia frequenta per decenni lo stesso ristorante cinese e ad ogni fine pasto il rito dei bigliettini tra risate e divertimenti a commentare frasi zuccherose e beneauguranti tra il banale e l’insulso, fino a che una sera arriva il bigliettino che non ti aspetti…Nell’insieme, a parte qualche sprazzo, non mi hanno colpito particolarmente: la scrittura scorrevole, mai troppo ricercata ma ben strutturata li hanno resi una buona lettura da treno, quando si cerca qualcosa di non troppo impegnativo ma comunque di buon livello. Tre stelle.
Non sono una grande appassionata di raccolte di racconti, preferisco l’ampio respiro del romanzo. In particolare, se i racconti contenuti nel libro sono tanti, ho la tendenza a dimenticarli… Questa raccolta fa eccezione, i racconti in essa contenuti sono pochi, alcuni piuttosto lunghi; in generale mi è piaciuta e sono riuscita a non confondere le trame tra di loro… Certo, i racconti non sono tutti belli allo stesso modo, ma sono ben scritti e piuttosto interessanti. Ho apprezzato molto la descrizione del Pere Lachaise nel racconto “Rouge 89”, l’ironia e l’affettuosa dedica al mondo del cinema di “O a febbraio o a settembre” il finale sorprendente di “Il re”, quello agghiacciante di “Biscotti della fortuna” e la storia drammatica e dolorosa che fa da sfondo a “La morte dura a lungo”. Insomma, mi sento di consigliarlo e, personalmente, credo che leggerò altri libri di questo autore.