Dal debutto di Franco Lucentini con il romanzo breve "I compagni sconosciuti" (1951) al congedo di Carlo Fruttero col poemetto "La linea di minor resistenza" (2012), il percorso di questo doppio Meridiano descrive un arco simmetrico che, oltre a offrire al lettore l'insieme dei testi più significativi di Fruttero e Lucentini, firmati insieme o singolarmente, svela la parte nascosta del loro lavoro, svolto in solitudine oppure, nella maggioranza dei casi, in coppia, dimostrando le molteplici possibilità dello "scrivere in due". Dei due autori, accanto al resoconto della loro formazione intellettuale e del sodalizio editoriale che li ha uniti a lungo nell'inesausto lavoro di ricerca in campi diversi - dal giallo alla fantascienza al fumetto -, la ricca, documentata curatela di Domenico Scarpa registra in presa diretta le idee e le vicissitudini compositive delle molte opere qui presentate. Scarpa ritaglia inoltre nei "backstage" uno spazio supplementare per le "chiacchiere di bottega" sui cui poggiano gli indimenticabili capolavori di Fruttero & Lucentini, dal primo grande successo, "La donna della domenica" (1972), alle nuove indagini del commissario Santamaria raccontate in "A che punto è la notte" (1979), e fino ai testi teatrali e poetici meno noti al grande pubblico.
The editorial team of Carlo Fruttero and Franco Lucentini, particularly notable for their (controversial) curation of the Urania series of fantascienza (science-fiction) compilations from 1964 to 1985.
Pochi giorni prima del 7 ottobre 1986, quando un’impresa letteraria di successo (tutto sommato, sempre meglio del fallimento), che inalberava la “provocatoria, spiritosa, volgare, cinica o intollerabilmente snobistica” & commerciale, avrebbe pubblicato un libro intitolato L’amante senza fissa dimora, Philip Roth, proseguendo la sua eterna riflessione sul destino ebraico, errava fino a Torino, un venerdì di settembre, per fare un poco di Shop Talk. L’obiettivo non era incontrare Fruttero & Lucentini ma Primo Levi, e farsi subito portare a vedere la fabbrica di vernici dove aveva a lungo lavorato. Invece molti, tra i tanti che hanno goduto delle ore di piacere della lettura puntualmente fornite in venticinque anni di produzione, due chiacchiere di bottega se le sarebbero fatte volentieri proprio con F&L. Ora è possibile. Chiacchiere di carta, va da sé, ma che alimentano comunque la gioia di guardar lavorare professionisti che sanno quello che fanno. Nella Nota all’edizione dei due ricchissimi volumi dei “Meridiani”, Domenico Scarpa, il curatore-custode dell’officina che ora si può “visitare liberamente”, dichiara che l’operazione nasce proprio da due desideri dei lettori di F&L: riunire i loro libri e conoscere i retroscena. Non a caso, perciò, il termine chiave nella struttura complessiva è il teatrale o meglio cinematografico Backstage, ispirato dallo stesso Fruttero (peccato però che questa scelta abbia condotto allo scarto di un altrettanto evocativo ‘retrobottega’…). I libri di F&L riuniti nei due volumi sono così contornati da una serie di testi, selezionati tra le varie forme di autocommento generate dalla cura dei dettagli di F&L che non si esauriva nel confezionamento del libro ma proseguiva in accompagnamenti di varia natura, che provocano, aggiungono, invitano. E le finali Notizie sui testi aggiungono ancora molti materiali per rispondere all’eterna domanda sull’enigma, il mistero dello scrivere in due: “abbozzi che sono una gioia per l’occhio e per la mente” e spiragli che permettono di indovinare qualcosa anche della fase preliminare di elaborazione mentale e vocale, a volte anni interi di “brancolamenti”. Il primo dei due volumi è aperto da una doviziosa introduzione del curatore, che non nasconde ambizioni pronunciate: In principio era il Verbo; segue una doppia, ricchissima Cronologia, poi una Nota all’edizione: insomma, abbiamo già letto 173 pagine prima di arrivare alle opere degli autori, che all’inizio non sono ancora davvero “di bottega”, perché ci sono le Notizie degli scavi di Lucentini da solo; preceduto però dalla meravigliosa prefazione-racconto di Fruttero per l’edizione del 1973, il Ritratto dell’artista come anima bella. Ma poi si attacca con L’idraulico non verrà del 1971 e si prosegue per 2969 pagine, quindi, con le prime in numeri romani arriviamo al bel totale di 3142. Tutta questa contabilità solo per far capire subito la ricchezza e per elogiare il rigore e la complicità di chi ha valutato e selezionato, tra il molto edito ma anche tra gli archivi privati di entrambi gli autori, passati sistematicamente al setaccio.
L’abbondante insieme si presenta coi caratteri della varietà e della costanza. Possiamo ritrovare l’arbasinismo fantasmatico di Ti trovo un po’ pallida o il pedinamento linguistico della realtà (sempre), l’indagine (anche) teologica di A che punto è la notte o l’avanspettacolo metafisico della Cosa in sé; gli strepitosi titoli-incipit di capitolo, dalla Donna della domenica in avanti (il mio preferito rimane “'This,' disse l’americanista", ma si vorrebbero citare quasi tutti, fino al conclusivo "Evaporando, la notte") o le citazioni plateali e dissimulate ovunque; i tormentoni che caratterizzano i singoli libri (“‘Ah,’ mormora Mr. Silvera” nell’Amante, cui si può rispondere: “Mammeglio!” che finisce per significare, di volta in volta, un po’ tutto nell’Enigma in luogo di mare) e i passaggi dall’uno all’altro. Ad esempio un personaggio marginale come l’autista depresso Cottino di A che punto è la notte può trasformarsi nel protagonista, “solipsista stanco”, della Cosa in sé o moltiplicarsi nella depressione, tema portante di tutto l’Enigma. E forse Fruttero, rimasto solo, avrà voluto far balenare nella carabiniera di Donne informate sui fatti anche un aggiornamento della Pietrobono di A che punto è la notte, anzi della “P.bono”, con il suo strepitoso diario?
Variato e sempre presente è poi un carattere decisivo: sempre con understatement e dissimulazione, sbeffeggiando a priori qualsiasi impostazione da pedanti o predicatori, tutti quanti i Grandi Temi vengono tirati dentro (o sopra, o sotto). Nei libri di F&L si affronta la questione dell’Amore Vero (frontalmente nell’Amante; ma già in A che punto… balugina “quella cosa” che non è una leggenda ma esiste “proprio com’è scritto nei libri”); e quindi quella del Tempo (“l’angoscioso tempo dalla mole di pachiderma, dagli scatti felini…”). E poi la Creazione, l’Origine dell’universo; Dio compreso: il Grande Boss, l’Eterno Presunto, che non agisce direttamente ma “gettando in quei cuori il seme di spropositate ambizioni e cruente disgregazioni”. E il Destino? Di cosa cantano le Sirene (La morte di Cicerone)? Dove si andrà a finire seguendo soltanto Il colore – appunto – del destino? Sempre approfondita è l’analisi del rapporto tra Lingua e Realtà: con l’orecchio sopraffino per il parlato e i ritmi dei dialoghi, la ricerca dell’espressione che da sola disegna un profilo umano ma anche col gusto del pluristilismo pop, che può manifestarsi in congetturali ricostruzioni d’omicidio in forma di libretto d’opera (De Palma ancora in A che punto è la notte) oppure in un’intervista televisiva immaginata dall’aspirante top model Katia e realizzata dalla troupe di Telepadùle (Enigma in luogo di mare). Così che sempre più centrale diventa il rapporto tra Autenticità e Artificio, tra originale (e originario) e inautentico: fino alla vertigine, nell’Amante, del falso falso d’epoca, dell’“imitazione moderna di una contraffazione antica”, che fa il paio con sentimenti che ci si può procurare in una “rigatteria emotiva”, e può condurre, nel Palio delle contrade morte, a condensare l’intera esistenza umana in un “repertorio dozzinale dove ciò che ci è accaduto è presto indistinguibile da ciò che abbiamo soltanto sognato, immaginato, imitato, desiderato, copiato, fuggevolmente, erraticamente percepito da quando siamo nati”.
Non il loro libro più riuscito, Il Palio delle contrade morte, però esemplare per la costruzione sul contrasto tra due principi portanti opposti: l’estremizzazione del poliziesco per cui tutto è un indizio, tutto è da investigare, da svelare, nella tensione di un sospetto continuo; e dall’altro lato, il mondo come volontà e rappresentazione anche nel senso del cliché, della pubblicità o dei peggiori romanzi di genere. Quindi con un protagonista estremo detective, che vuole svelare il vero dietro qualsiasi cosa; ma che è anche chi ha la continua sensazione di essere dentro una scena “manierata, fabbricata, architettata”, inautentica.
La lunga esperienza di lavoro editoriale, le importanti traduzioni, i grandi temi dissimulati, l’ascolto delle parole, le trame calcolate al millimetro e i richiami che vellicano il piacere della variazione e della ripetizione: tutte le componenti della formula alchemica F.+L.[minore di]F&L hanno in comune un aspetto: l’incastro delle parti, i pezzi che devono stare insieme, significare in sé stessi e ancor più nella connessione. Insomma, un’ansia di perfezione che genera piacere della lettura. Mai disgiunta dalla coscienza dei disastri dell’umanità accompagnata, col sorriso, da quel “fondo di sconfinata, disastrosa tenerezza verso le minime cose del creato, di comprensione per ogni concepibile debolezza, follia, bassezza e contraddizione umana” che Fruttero vedeva in Lucentini e che ritroviamo anche in quello che Fruttero ha scritto quando Lucentini non c’era più.