di EMANUELE TREVI da ALIAS MANIFESTO del 3 maggio 2015 Hugo Ball è uno degli eroi del Novecento. Il 5 febbraio del 1916 inaugurò a Zurigo il Cabaret Voltaire, travestito come un grande, elegantis- simo cazzo argentato. Il 28 luglio, les- se al pubblico ilManifesto del Dadai- smo. In quel periodo compose alcu- ne delle piùmemorabili insensatez- ze dell’epoca, come i «sonetti schi- zofrenici» e altre libere associazioni di parole inesistenti.Ma non era fat- to per diventare uno dei tanti papi dell’avanguardia che invecchiano fra anniversari e antologie. Nemme- no il Dadaismo può imbrigliare a lungo uno spirito veramente inquie- to e votato, più di ogni altra cosa, al- la sua personale e inimitabile recher- che de l’absolu. Nei suoi quaran- tun’anni di vita (morì nel 1927) Ball si interessò di molte cose, dall’arte drammatica diMax Reinhardt, di cui fu un allievo, al pensiero di Bakunin e degli anarchici dell’Ottocento. For- se il cattolicesimo assorbito in fami- glia ebbe qualche parte nella profon- da religiosità, decisiamente indirizza- ta allamistica, che caratterizza gli ul- timi anni della sua vita. Se misurato sul metro della particolare intensità che Ball riversava nelle sue passioni, l’itinerario dalDadaismo ai Padri del- la Chiesa può essere consideratome- no lungo di quello che si immagina. Fatto sta che Cristianesimo bizantino (trad. di Piergiulio Taino, «Biblioteca Adelphi», pp. 316, e 28,00) è tuttome- no che uno dei tanti libri-fioretto sca- turiti da una conversione che affolla- no gli archivi dellamodernità. In con- seguenza di un bizzarro fenomeno psicologico, molto spesso il pensiero del convertito moderno, sia in senso politico che religioso, è gravato da una certa ottusità e da una fatale mancanza, per così dire, di documen- tazione.Non è l’esattezza la virtù prin- cipale dell’uomo nuovo, nel quale l’energia del cambiamento prevale sulla conoscenza vera e propria.Natu- ralmente, sto trascurando ingiusta- mente tantissime eccezioni. Ma chi ha letto la prima parte del Regno di Carrère ha potuto toccare con mano quanto sia pernicioso il narcisismo che si acquatta in ogni esigenza di sal- vezza individuale, in ogni ricerca di una rinnovata pienezza della vita. Ecco, la prima cosa che si può dire sul suo splendido libro è che Hugo Ball, dai mistici e dagli asceti a cui si è dedicato con tanta profondità, ha imparato, per prima cosa, quanta sa- lute («il superlativo della salute è l’immortalità») sia racchiusa in un’abolizione totale dell’Io e dei suoi diritti. Anche a scrutarlo con una lente di ingrandimento, non tro- veremmo in Cristianesimo bizantino il minimo sottinteso autobiografico. Il fatto è che quando una materia è stata così assimilata da diventare la sostanza più intima e tenace del pen- siero e della personalità, non c’è più bisogno di giustificare in qualche modo il proprio coinvolgimento, puntellandolo con circostanze estra- nee alla cosa in sé. Non a caso al suo amico Hermann Hesse lo stile di Ball ricordava quello di certe vite di santi della tradizione ebraica scritte daMartin Buber. L’analogia vale an- che per il rigore delle conoscenze, che si può definire «filologico» so- prattutto per l’abitudine a un rap- porto di prima mano con le fonti più ardue e originarie. Anche nel concepire l’architettura dell’opera, Ball rivelò un vero talento da artista degli abissi. Cristianesimo bizantino è un trittico, i cui pannelli sono rispettivamente dedicati a tre campioni della mistica e dell’ascesi vissuti tra il V e il VI secolo: Giovanni Climaco, il grande solitario del Sinai che scrisse La scala del Paradiso; il misterioso e sublime teologo che al- la fine del V secolo firmava le sue opere con il nome di un personaggio degli Atti degli Apostoli, l’ateniese Dionigi l’Areopagita convertito da san Paolo; Simeone lo Stilita, infine, che visse quarant’anni in cima a una colonna – un uomo ancora capace di praticare la preghiera come una «scienza esatta». L’inclinazione «pit- torica» di Ball si rivela anche nel fat- to che tre storie diverse si svolgono nello stesso paesaggio: l’Asia Mino- re, dai centri spirituali della Siria al gran calderone sapienziale di Ales- sandria, passando per le rupi del Si- nai pullulanti di comunità dimonaci e di eremiti. Si addice alla forma del trittico anche il fatto che sia il pan- nello centrale quello più ampio e in tutti i sensi impegnativo. Il cristiane- simo di cui parla Ball – per non parla- re dell’ortodossia cattolica – è anco- ra una pasta molle, un coacervo di possibilità. La teologia mistica dell’uomo che oggi chiamiamo (con gran dispiacere di Ball) lo pseu- do-Dionigi è un’impresa unica di ar- monizzazione all’incrocio di eredità gnostiche, neoplatoniche ed ebrai- che, fondata sulle due colonne della gerarchia e del sacerdozio. Parole, ammettiamolo pure, tutt’altro che at- traenti, ammesso che siano ancora in qualche modo comprensibili al di fuori delmondo clericale. Ball sa be- ne che esiste questo ostacolo. «Ab- biamo disimparato lo stile arcano», osserva a un certo punto, assieme al- la capacità di interpretare i «segni di- vini per mezzo del cuore». Di conse- guenza un intero vocabolario è scivo- lato nell’insignificanza. Anche quan- do riusciamo a esercitare un mini- mo di empatia nei confronti di quel- le vite e di quelle menti così remote, magari ammirando la sovrumana ca- pacità di resistenza nelle privazioni degli eremiti, li confondiamo facil- mente con degli «artisti del digiuno», osserva Ball, non saprei dire se allu- dendo al racconto di Kafka, uscito in rivista nel 1922. E ancora di più la sfi- da di Ball ci apparirà ardita ai limiti dell’impossibile, artisticamente an- cora prima che filosoficamente, quando si tratta di affrontare le verti- gini e gli aneliti del pensiero dello pseudo-Dionigi. Nulla è più lontano dal Cristianesimo bizantino, infatti, che un intento di divulgazione e sem- plificazione a uso della curiosità dei contemporanei. Sostenuta da un traliccio perfetta- mente congegnato di citazioni, la prosa di Ball nonmira a spiegare,ma a far vedere la bellezza di una visione del Cosmo percorsa da una sola luce che dalla sua fonte ineffabile percor- re tutta la gerarchia degli esseri, ri- chiamandoli a sé lungo il cammino ascendente della purificazione, dell’illuminazione, della perfezione. Quello che Ball descrive è come l’esplodere di una luce nella storia del pensiero. È una luce paradossa- le, poiché proprio con la sua abbon- danza il divino rimane occultato e, come dice Dionigi, celato anche all’interno della sua manifestazione. Ed è la stessa luce che, secoli dopo, nutrirà le più alte emozioni visiona- rie di Dante, degli spericolatimaestri del gotico, dei pittori di icone con i loro pennelli intrisi d’oro. Se si trovano la pazienza e il ritmo necessari, il libro di Ball agisce come una specie di incantesimo, tanto più efficace quanto più si era del tutto ignoranti o solo vagamente informa- ti dei suoi astrusi argomenti. Faccia- mo esperienza diretta di un modo di intendere il mondo e il destino talmente estranei alle nostre abitu- dini che ne ricaviamo un senso be- nefico di incremento delle possibili- tà della mente. E insieme, quel sen- so di libertà che proviene sempre dall’incredibile. Già, perché sembra incredibile che qualcuno abbia scrit- to libri come la Scala del Paradiso o la Gerarchia celeste o che abbia pas- sato gran parte della sua vita in ci- ma a una colonna. Lasciando da parte la storia del cristianesimo, è un capitolo importante, quello scrit- to da Ball, della storia universale dell’estremismo. Nessun’altra defini- zione si addice meglio a uomini ca- paci di immaginare una scala tra la terra e il cielo, e poimontarla senza ri- poso, giorno dopo giorno, con tutto il corpo e tutta lamente. (less) 17 minutes ago · delete
Seguendo un iter spirituale a quanto sembra comune a molte personalità istrioniche nel mondo dell’arte, Hugo Ball trascorse la fine della sua non troppo lunga esistenza nelle vesti di un asceta cristiano. Il fondatore del cabaret Voltaire (quartier generale del Dada, ancora visitabile a Zurigo), anarchico rivoluzionario da salotto, morì in Svizzera dopo due anni di autoimposti stenti e povertà. Scelte di vita, si dice. Di questa, tuttavia, non bisogna fraintenderne troppo la natura.
Quando il regista e poeta tedesco intraprese questa strada, il cristianesimo e in particolare il cattolicesimo trascorrevano una fase storica di forte difficoltà: non prendeva più piede fra le élites europee, conquistate dalla nuova religione del modernismo o comunque da altre più esotiche. Insomma, era demodé. Quindi non è ragionevolmente possibile capire la conversione di Ball se non nel senso di un’ultima, estrema rivolta contro lo status quo, la tendenza media, il buonsenso collettivo. Una falsa conversione, quindi, da parte di un intellettuale che godeva, forse anche fisicamente, del suo essere ‘contro’. Non era il solo, in quei tempi strani e pazzi in cui avanguardie spuntavano ovunque come funghi, guidate da mille presunti messia.
I suoi, di messia, Ball li incontrò in tre personaggi di cui in questo libro scrive le biografie. Si tratta di Giovanni Climaco, autore de ‘La scala del Paradiso’, Dionigi l’Areopagita (oggi noto come ‘Pseudo-Dionigi’) e Simeone lo Stilita, il santo folle che visse quarant’anni in cima a una colonna, senza spostarsi da lì neppure per andare in bagno. L’autore evidentemente si riconosce nelle loro scelte di vita estreme e nello scandalo che da esse emanò presso i contemporanei. Delinea così un trittico di storie in realtà confluenti in un unico affresco, che non è però quello del cristianesimo orientale citato nel titolo: è semmai quello di una personalità rigorosamente novecentesca, orgogliosa di un’indipendenza intellettuale risultante illusoria alla prima verifica. Anche questa, purtroppo per noi, è avanguardia.
“Promana da queste pagine uno spirito così delicato, una tale grazia e profondità intellettuale che non se ne può parlare senza un sentimento di grande amore e riconoscenza” (Hermann Hesse)
Un exponente fascinante de un genero literario ya casi olvidado por la modernidad, la hagiografía. Hugo Ball busca, a través de la vida de cuatro santos, exponer sus ideas sobre el cristianismo y la vida ascética. Las narraciones de la vida de tres de esos santos (Juan Clímaco, Simeón el estilita y Antonio el Egipcio) tienen una temática común muy clara: la posibilidad de la purificación del hombre mediante la ascesis hasta llegar a la repetición del sacrificio de Cristo y la unión misma con Dios. La de Pseudo-Dioniso, sin embargo, se siente alejada del resto y es muy larga, pareciendo mas un tratado sobre el neoplatonismo y el gnosticismo que sobre el santo en persona. La prosa es bella y es ameno de leer.
Dal fondatore del dadaismo, un capolavoro delle prosa erudita. Avvertenza: non sono le «vite di tre santi», bensì quelle di due, Giovanni Climaco e Simeone Stilita (a cui vengono dedicate poche pagine intrise di lirismo, vetta del volume). Accanto un ampio saggio su Dionigi Areopagita, su cui non si sa nulla, e non santo perché è uno «pseudo», un autore altomedievale che si fa passare per il greco convertito da Paolo ad Atene. La sua opera diventa uno spunto che consente a Hugo Ball di parlare del rapporto tra filosofia accademica e il cristianesimo degli albori, e di quella magica «cerniera» che fu lo gnosticismo.