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Storia di Faenza. Dalla preistoria all'anno Duemila

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In principio furono probabilmente acquitrini e paludi, foreste e selve, zanzare e malaria, e i primi abitanti di queste lande scelsero di stare un po' più in alto, sui terrazzamenti pedemontani, come il colle di Persolino. Chi erano? Villanoviani, Umbri, Sabini, Etruschi? Forse tutti questi. La Faventia
romana nacque contestualmente alla via Emilia o molto dopo? Dopo la crisi della Ravenna imperiale, dalla cui vicinanza aveva tratto fortuna e ricchezza, quale fu il suo destino durante la guerra gotica e quante volte la conquistarono i Longobardi? Domande alle quali questo libro cerca di dare una risposta. Poi venne il Medioevo, con la nascita del Comune e in seguito della Signoria dei Manfredi. Guicciardini e Machiavelli sono qui, per un breve periodo, nel '500, poi arriva il potere papale, ma anche la Riforma protestante, della quale Faenza sarà uno dei centri italiani più importanti. Nei secoli successivi si forma la struttura urbana della città moderna con le eccellenze del neoclassicismo. Dalla venuta di Napoleone fino al Risorgimento, dall'unità italiana fino alle due guerre mondiali e al fascismo, dalla ricostruzione ai giorni nostri, si dipana infine questa nostra storia.

477 pages, Paperback

Published January 1, 2018

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Serena Bonato

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March 25, 2023
pag.24 _______________________________
Questo avvenne, con maggiore determinazione, soprattutto dopo che la gran parte delle tribù celtiche si era schierata con Annibale e con suo fratello Asdrubale, durante la seconda guerra punica, dando una mano a quello che si era manifestato come il peggior incubo della storia di Roma.
I Faentini in quell'occasione, come ricorda Silio Italico, si distinsero appoggiando i Romani contro i Cartaginesi. Dunque non erano Galli? Erano forse già Romani?
Ma c'erano già i Faentini? C'era già Faenza?
Probabilmente c'era un luogo, un villaggio, un castrum, una comunità, ma non un vero e proprio centro urbano.
La data della fondazione della colonia romana è invece successiva e gli storici si dividono fra gli anni intorno al 187 a.C., periodo della realizzazione della via Emilia, e i primi anni del I secolo a.C.


pag.95 _______________________________
Ma qualcosa di più profondo si stava agitando, e per potere meglio comprendere ciò è opportuno introdurre la vicenda della famiglia che, nei volgere di due secoli, avrebbe proprio scavalcato il podestà facendosi chiamare "signori di Faenza": i Manfredi.
- 3. Le origini leggendarie
La prima domanda che gli storici si sono posti a proposito della famiglia che per quasi duecento anni ha dominato la città di Faenza è relativa alla sua origine: da dove venivano i Manfredi? Da quanto tempo vivevano a Faenza?
Innanzitutto ci troviamo di fronte a un nome, Manfredo, di origine germanica, che dà il cognome a tutta la dinastia, fenomeno diffuso nel Medioevo. Troveremo infatti tra poco un Manfredo, la cui vita è certa ed ha avuto due figli, entrambi quondam Manfredus.
Si può rintracciare in alcune cronache la presenza del nome Manfredo: nei Compendi Historici di Alfonso Loschi e nella Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti. I due testi ricordano una leggenda assai interessante che raccontava di un Manfredo, cavaliere alla corte dell'imperatore Costanzo II, innamorato e ricambiato da una delle figlie dell'imperatore, Euride.


pag.219 _______________________________
I Francesi e le idee rivoluzionarie

D'altra parte Faenza, come peraltro tutte le Legazioni, aveva ben ragione di coltivare questi timori: nel 1795, come riterisce il Lanzoni, su una popolazione di 16.744 persone nel centro urbano, divise in 27 parrocchie, quasi 1.000 erano ecclesiastici, sacerdoti o monaci, senza contare le altre migliaia di laici che giravano loro intorno; e il più delle volte erano figli cadetti di famiglie nobili spesso destinati alla carriera ecclesiastica senza particolari vocazioni.
L'egemonia e l'influenza che tutti costoro esercitavano sul popolino, spesso povero e incolto, tramite la rete dei conventi e una trentina di parrocchie, e lo spirito conservatore e retrivo dell'aristocrazia locale, più accentuato che in altre città, resero molto minoritarie in quegli anni le schiere degli innovatori e dei sostenitori delle nuove idee illuministiche e giacobine.


pag.244 _______________________________
Il 21 giugno 1802 per la prima volta il centro della città fu illuminato da lampade ad olio di oliva.

pag.245 _______________________________
Il vaiolo
il nuovo anno si apri con l'eclissi solare dell'11 febbraio, avvenuta alle 11 e mezza della mattina. Si racconta che, essendo tempo di carnevale, la gente girava per le strade mascherata e, aspettandosi un'eclissi lunga, che poi non si manifesto come tale, si era dotata di lanterna.
Nonostante la situazione finanziaria disastrosa che incombeva su Fa-enza, si promossero grandi feste per la proclamazione di Napoleone a imperatore il 16 di maggio del 1804, seguita, a fine anno dall'auto-incoro-nazione nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, alla presenza di Pio VII, primo Papa a visitare la Francia dai tempi della cattività avignonese. A questi momenti di gioia e festa collettiva si alternarono momenti di grande timore a causa di alcune malattie che si stavano diffondendo a macchia d'olio. La più virulenta fu l'esplosione di un'epidemia di vaiolo, di fronte alla quale, a detta del Righi, molti preferivano veder morire i propri figli piuttosto che vaccinarli. Per evitare il contagio, l'Amministrazione decise quindi, nell'aprile del 1804, di cominciare a vaccinare gratuitamente i bambini nelle case degli Esposti, nei Conservatori e negli Orfanotrofi. Vedendo i risultati positivi, anche le popolazioni delle campagne, più restie, si convinsero. La città si mobilitò anche per contrastare la febbre gialla, malattia sconosciuta, che aveva seminato la morte a Livorno: vennero attivati cordoni sanitari, un lazzaretto e furono persino murate le porte del Borgo. Fortunatamente però la malattia non arrivò mai in città.


pag.264 _______________________________
Un vescovo di 31 anni e lo squadrismo dei "centurioni"
Lo Stato Pontificio risorgeva da Bologna: il cardinale Albani aveva cominciato a riformare l'amministrazione delle Legazioni, compresa quella di Faenza, dove nel maggio del 1832 inviò una lista con i nomi dei nuovi consiglieri comunali. Le nuove disposizioni antiliberali e il rinnovato Consiglio comunale ovviamente crearono malumori e contrasti, tali che, dice il Messeri, arrivarono persino «intimazioni della Segreteria di Stato, lettere anonime, minacce di morte il giorno della seduta, in cui dovevansi nominare il Gonfaloniere e gli Anziani». Il 15 agosto arrivò il nuovo vescovo della città: Giovanni Benedetto Folicaldi, di soli 31 anni. A differenza dei precedenti il suo episcopato, altrettanto impegnativo, si protrarrà fino al 1867, secondo come durata solo a quello seicentesco del cardinal Rossetti.
Vennero attuate diverse importanti riforme in molti campi. In primo luogo venne reintrodotto il dazio sulla carne, insieme a nuovi dazi sul pesce, le arti e i mestieri, poi, dato che il cardinal Tommaso Bernetti, segretario di Stato, non riteneva più necessario il presidio straniero, vennero istituiti i "centurioni" (volontari pontifici divisi in centurie). Secondo diverse fonti, questi ultimi hanno lasciato ricordi non piacevoli. Antonio Vesi scrive: «quando quella sporca ed orrenda labe cessò, nella sola Faenza fra feriti ed uccisi si contarono più di 800 fra i migliori cittadini». Tra i personaggi più scellerati egli poi ricorda un tale Brunetti, governatore, Alessandro Ginnasi, gonfaloniere del Comune, Giuseppe Coppi, liberale rinnegato ed ispettore di polizia e una certa Anna Zauli, soprannominata la Mora, famosa rivenditrice di frutta e nota per le sue fattezze fisiche, a detta del Vesi non particolarmente gradevoli, e per le sue amicizie con i centurioni. Pare infatti che nei giorni di festa, squadracce di centurioni ubriachi fossero soliti portarla in trionfo in piazza «acclamando alla Nina
Mora, al Papa, all'imperatore d'Austria, a Gesù ed a Maria».
Bastava poco allora per essere ritenuti liberali e subirne le conseguenze: per esempio non tagliarsi la barba o portare fiori colorati o non andare a messa. Il 20 agosto 1832 durante la festa di S. Elena, protettrice delle tessitrici, che si svolgeva a S. Domenico, scoppiò una rissa in cui rimase ucciso un gendarme pontificio. L'escalation di violenze però non fini qui:
il 19 settembre il docente di retorica, Giovanni Zoli, fu destituito e allontanato, perché accusato di "irreligione"; Francesco Maccolini, detto Checcoia, stampatore d'immagini sacre ma liberale, fu gettato su un rogo dai centurioni e poi fu ucciso; molte ragazze furono malmenate e alcune persino violentate. Come non bastasse, con il nuovo anno (1833) un fornaio fu colpito da archibugiate, in febbraio Marcello Conti fu denigrato e preso a schiaffi, e neanche ventiquattro ore dopo furono percosse 24 persone.


pag.287 _______________________________
14. Arretratezze e modernizzazioni
Alla fine di quell'anno giunsero a Faenza innovazioni di grande rilievo: la collocazione di una stazione Telegrafica e l'approvazione del tracciato della Strada Ferrata. Tra il '57 e il '59 avevano incominciato ad arrivare in Comune le prime proposte per l'installazione dell'illuminazione pubblica a gas: fino ad allora si era usato l'olio d'oliva. È interessante ricordare che Papa Gregorio XVI, predecessore di Pio IX, aveva sempre osteggiato l'illuminazione a gas, ritenendola un'invenzione diabolica.
Il gas non fu mai usato a Faenza: negli anni successivi all'Unità si passò all'uso del petrolio e poi, a fine secolo, si introdusse l'energia elettrica, sperimentata prima di tutto per illuminare il Teatro comunale.


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