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Ancora dodici chilometri: Migranti in fuga sulla rotta alpina

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I giornali la chiamano «la rotta alpina», anche se ne parlano solo in occasione di qualche fatto straordinario: il ritrovamento di un cadavere, la dichiarazione di un politico, lo sconfinamento accidentale di una pattuglia francese. Sono i dodici chilometri che separano Claviere, l’ultimo paese italiano prima del confine, dalla cittadina francese di Briançon, attraverso il passo del Monginevro.

Da quei dodici chilometri passa un’intera umanità che cerca la salvezza come i polmoni cercano l’aria. È un’umanità che non si può fermare, che non conosce ostacoli, infinitamente più forte e motivata di noi. Il loro percorso è iniziato mesi prima, a molte migliaia di chilometri di distanza. Dal ventre dell’Africa, masse di uomini e donne in fuga da guerra e fame, senza nulla da perdere, hanno affrontato la savana, hanno attraversato il Sahara, sono stati rinchiusi e torturati nei campi di internamento libici, sono saliti su barconi a malapena in grado di stare a galla e sono poi stati trattenuti in centri di raccolta italiani. Poi, alla spicciolata, sono arrivati fin quassù, a Claviere, in fuga anche da un’Italia che non li vuole e in cerca di un nuovo inizio, proprio come fecero, su quegli stessi dodici chilometri, i nostri emigrati del dopoguerra.

In questo libro appassionato, scritto con una voce unica, Maurizio Pagliassotti ci racconta senza pudore quei sentieri alpini dopo averli setacciati per anni, per il suo mestiere di cronista e per spirito di cittadinanza. Attorno a quel percorso si mettono in mostra la condizione umana, le piccolezze, le miserie, le violenze, e insieme i grandi gesti d’amore e di giustizia. Ciò che resta, su quella striscia di confine e nei lettori di questo libro così lancinante perché vero, sono le ipocrisie dei mille discorsi d’occasione, le contraddizioni delle politiche sulla migrazione e l’evidenza, spietata, di uno snodo storico epocale.
«Ciò che voglio fare nelle prossime pagine è togliere la speranza» scrive Pagliassotti. «Creare un sentimento che porti alla resa incondizionata rispetto alla speranza che questa armata possa essere fermata. Il razzista e il fascista figli dell’alienazione devono sapere che il loro gioire di fronte ai barconi che affondano o ai migranti che muoiono divorati dai lupi nei boschi delle valli torinesi è solo un passatempo privo di speranza, che gli viene dato al fine di non pensare al suo mondo saccheggiato». 

218 pages, Paperback

Published October 24, 2019

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September 9, 2024
VITE CHE NON SONO LE NOSTRE


William Turner: Bufera di neve: Annibale e il suo esercito attraversano le Alpi. 1812. Tate Britain di Londra.

Ma l’uomo trovato, ridotto a essere un pezzo di ghiaccio, non è un “migrante”. L’uomo morto questa note, e tutti gli altri che non vengono nemmeno trovati perché dispersi in qualche dirupo o divorati dagli animali di queste foreste, sono fuggiaschi. Uomini, donne e bambini che scappano dall’Italia, che percepiscono, e vivono, come un paese pericoloso e ostile, da attraversare il più velocemente possibile o da abbandonare dopo anni di vita.


Stazione di Oulx, un volontario parla con un migrante che cerca di andare in Francia (attraversando il valico in scarpe da ginnastica).

Il racconto si dipana su tre livelli:
1) l’esperienza personale di chi scrive, Maurizio Pagliassotti, giornalista del Manifesto;
2) la cronaca;
3) principi valori e diritti umani, categoria sovrastante le due narrazioni che precedono.

Nel mio caso ce n’è anche un quarto, per me forse il più rilevante: conosco i luoghi e in parte l’esperienza (io ho fatto ben meno di dodici chilometri, ed ero vestito e attrezzato per difendermi dalla neve e dal freddo), conosco fatti e alcune persone, ho avuto Maurizio Pagliassotti come guida per tre giorni durante quel sopralluogo di chiarimento e ricerca.
Difficile dimenticare. Ma grazie a questo libro ricordo meglio.


Militari italiani dell’ARMIR durante la ritirata dal fronte russo.

Da queste parti nel 218 a.C. Annibale condusse la sua armata in groppa agli elefanti contro le legioni romane.
Da queste parti, ma nell’altra direzione, nel secondo dopoguerra passavano i migranti italiani che volevano andare in Francia evitando i controlli di frontiera.
Qui adesso passano i migranti africani che il gioco dell’oca dell’UE rimbalza da una parte all’altra, gioco perverso che un recente trucido inquilino del Viminale rese micidiale coi suoi decreti: a quel punto di qua hanno cominciato a passare anche quegli africani che da anni vivevano e lavoravano nel nostro paese ma senza essere ancora regolarizzati. Ho avuto modo di incontrarne e scambiare con loro qualche parola, colpiva sentirli parlare la mia lingua in mezzo a tutte quelle altre pronunciate in quella casa d’accoglienza. Si arriva in fondo


”Il cammino della speranza” di Pietro Germi, 1951, racconta gli italiani che attraversavano i valichi alpini per emigrare illegalmente in Francia.

Si arriva in fondo alla lettura e ci si vorrebbe chiedere: ma perché scappano dall’Italia, come mai hanno paura degli italiani, perché non c’è traffico anche nell’altra direzione, cioè quelli che dalla Francia vogliono raggiungere l’Italia?
Maurizio lo spiega bene. E se le sue parole non fossero sufficienti, basta ricordare che questo è il paese di Mimmo Lucano: quello che un recente trucido comandante del Viminale gli ha scatenato contro non dovrebbe succedere in un paese che si considera civile.

Si muore così, lungo la rotta alpina. Lontani da ogni pietà, con i gendarmi che danno la caccia a fuggiaschi e volontari: gli mancavano nove chilometri di strada lungo la statale. Non poteva farcela, in quelle condizioni, da solo, senza un amico, qualcuno a cui dire l’ultima parola della sua vita.

https://www.youtube.com/watch?v=GNs9-...

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June 5, 2025
LA TERRA È DI TUTTI



Capita quasi tutte le sere d’inverno, subito oltre il confine che divide al Monginevro l’Italia e la Francia, che qualcuno abbandoni la cena, si infili giacca e scarponi e si chiuda la porta dietro le spalle. Succede in maniera discreta, è un semplice spingere indietro la sedia, portare il piatto al lavello e lasciare uno spazio più largo tra due persone sedute. Di solito lo precede una telefonata, o un messaggio che spacca in due una conversazione e la ricuce subito dopo in un commento veloce e in quel gesto senza retorica di mettersi le scarpe e entrare dentro la notte, contro le montagne, nel gelo.
Chi lo fa risponde a un istinto, prima di tutto. Quello di andare a cercare un disperso, di restituirgli, prima ancora che il caldo, una posizione. Il bianco delle Alpi innevate è una specie di condanna dello spazio a essere uguale a se stesso, a non distinguere il qui dall’altrove e dalla destinazione finale. Perdersi, nel tentativo dall’Italia di raggiungere a piedi la Francia, equivale alla resa a una bussola rotta e spietata. In qualche caso equivale a morire, se l’unico rifugio è altra neve, altro uguale dovunque e altro gelo: la montagna non concede niente a nessuno, e i lupi si prendono il resto.
È per questo che d’inverno, per un puro istinto a tutelare l’umano, oltre il confine c’è chi lascia la famiglia seduta per cena e si mette in cammino verso le creste; è attrezzato a non sprofondare dentro la neve salendo, a non morire di freddo, ed è consapevole che “qui” è un posto preciso in cui c’è un letto e una casa. Se andrà bene, troveranno il disperso, un ragazzo africano in scarpe leggere avvistato nel bianco in mezzo alla notte, lo porteranno giù a valle e ci sarà qualcuno a occuparsi di lui. Sarà solo o con qualcuno di simile a lui, stesso istinto a salvarsi o morire, stesso fiato davanti alla bocca, una spinta comune più che una condivisione.
Se andrà bene li troveranno, se andrà male li troverà qualcun altro in aprile quando si scioglieranno le nevi e una carcassa rovinerà una giornata.



In maniera uguale e diversa, capita spesso, durante le sere invernali, che da questa parte del confine che al Monginevro divide l’Italia e la Francia, qualcuno si alzi da tavola e lasci il resto della famiglia seduta. Succede senza troppo clamore e senza parole aggiuntive: la porta si apre e si chiude e dopo c’è un posto vuoto in una cena quasi finita. Non serve che arrivi un messaggio a una telefonata: il pullman di linea che da Torino va incontro alle Alpi correndo su per la Valle di Susa ha orari precisi e scarica sempre qualcuno a Claviere che vuole passare il cosiddetto confine di stato.
Chi lo fa, chi si infila la giacca e esce all’addiaccio, lo fa più per l’istinto di farlo che per raccontarlo a qualcuno o averne indietro qualcosa. È l’istinto di sfilare un paio di scarponi dal mucchio di quelli accumulati negli anni in cantina, o un cappello, e portarli a chi non conosce la neve. L’istinto di dare una direzione a chi vede solo bianco dovunque: prendere su dal lato sinistro, accanto alla chiesa, tenersi la montagna a sinistra ma senza perdere mai di vista l’infilata di lampioni lungo la strada asfaltata.
O ancora l’istinto, maturato poi in decisione, di offrirsi per traghettare in prima persona quei ragazzi giovanissimi e forti che però a sedici anni sono già dei superstiti poiché sono sopravvissuti almeno tre volte alla morte – le torture nelle galere, il Mediterraneo, il deserto – e a cui manca soltanto l’ultimo passo per ricominciare da zero. È la decisione, con tutto il rischio personale – e penale – che questa decisione comporta, di passare il confine con un ragazzo africano rannicchiato in forma di feto dentro il portabagagli; di fare buon viso ai soldati francesi sul confine di stato, trattenere il respiro passando, scendere le curve in discesa e farlo venire alla luce qualche chilometro a valle con un salto disinvolto fuori dall’auto.



Ancora dodici chilometri, di Maurizio Pagliassotti, racconta in fondo la spazio compreso tra questi due gesti, tra questi due alzarsi d’istinto da una tavola apparecchiata per pochi, dentro una qualsiasi notte invernale, per fare qualcosa che semplicemente non si riuscirebbe a non fare. Quello spazio è un tratto poco più che millimetrico se considerato sull’asse delle rotte migratorie degli esseri umani: sono i dodici chilometri che dividono l’ultimo paese italiano dal primo agglomerato francese – Briançon, incastonato in mezzo alla Alpi – cioè la fine di un incubo da un ricomincio.
Ma prima di tutto, questo libro di Pagliassotti, narrativamente così potente perché onesto, così contradditorio e acuto al contempo perché scritto con occhio sincero fino alla disperazione, è il racconto di un transito epocale. È proprio in questo mettersi a guardare chi va – e registrarlo, raffreddandolo con la penna lucida del cronista fino a farlo diventare implacabile – che sta la forza del racconto in presa diretta di un esodo fatto di uomini e donne in cammino per piccoli gruppi, composti a volte di uno soltanto, a volte di donne con in braccio o in grembo un bambino.
Passano e vanno, ci dice l’autore, che si mette letteralmente accanto a loro per strada: non c’è nulla e nessuno che li possa fermare, non c’è legge o decreto che possa arginare il loro passaggio; sono più forti e più decisi e più liberi e antichi di noi. La fortezza dell’Europa è un castello di carte, c’è poco da arroccarsi in difesa. Loro passano e vanno perché è un istinto che nessuno potrà disinnescare o rispedire al mittente. Chi vuole vederli, venga lungo la strada che da Claviere porta a Briançon dopo le otto di sera, quando arriva l’ultimo bus da Torino. Si incamminano lungo le piste da sci dove di giorno il primo mondo precipita benvestito in picchiata, e vanno e sfidano la morte, la legge e la neve. Spesso non dicono grazie a nessuno, semplicemente perché – ecco qui il vero scandalo, ciò che mette in crisi il sistema – muovono dall’assunto elementare, di specie, che la terra è di tutti.
La prefazione al libro di Andrea Bajani

Profile Image for lalupagrigia LLL.
84 reviews3 followers
January 29, 2020
Per chi non sa, per chi sa ma fa finta di niente, per chi non ci credeva, per chi dice che ci stanno invadendo.
Una storia incredibilmente vera, un reportage imprescindibile per chi vive in Italia in questi anni di populismo dilagante.

Per i posteri, che potranno vanamente ripetere, anche loro, che conoscere la storia aiuta a non commettere gli stessi errori.
Già.
14 reviews
December 12, 2019
Libro scritto in maniera perfetta! Riesce a trasmettere le emozioni in un modo preciso e dettagliato. Si rimane molto coinvolti. Davvero complimenti allo scrittore. Unica pecca, in alcuni punti è troppo politico! Secondo me era meglio evitare di soffermarsici così tanto.
Profile Image for Ruppe.
529 reviews53 followers
November 29, 2019
Il tema è interessante, condivido la forma mentis e l’etica dell’autore, ma... quanta retorica!
Tutta la prima metà tende al pippone moralistico e aggressivo, così parziale e sbilanciato che allontana e infastidisce anche chi - come me - condivide l’idea.
Inoltre la scrittura gioca sull’effetto sentimentale e roboante, carica di trovate che vorrebbero essere poetiche ma risultano stucchevoli e adolescenziali.
Occasione sprecata; l’impressione è quella di uno scrittore ancora immaturo, anche se pieno di buona volontà. Dal punto di vista letterario avrei dato un voto basso ma ho aumentato il giudizio per via delle intenzioni e del tema (molto meglio l’ultimo terzo del libro, più pulito e incisivo).
L’argomento merita di essere trattato sì con parzialità, ma anche con uno stile più giornalistico e fermo.
Un buon esempio è “La legge del mare” di Annalisa Camilli, dove l’autrice e chiaramente schierata (e fa bene, ritengo), ma produce un testo che oltre all’aspetto umano mette in primo piano il resoconto degli eventi e delle cause, basi concrete, dati, cronache, report. Più giornalismo e meno sentimentalismo.
Profile Image for Tamara.
167 reviews1 follower
February 26, 2020
This could have been my cup-a-tea kind of book. This could have been an awesome reportage about the twelve kilometers separating the last Italian town before the border with France and the first French town after the border. The cold snowy mountain in between. An uninterrupted stream of adventurous fellas with iron willpower. Those helping them. Those that could not care less. And an equal number of forces of darkness, intent on fighting the illusion of an enemy.

Could have been an awesome story, but it is not. Because the author could not help but comment before, during and after every single snippet of information he collected. Just when you relax half a page into a story, and think, ok, here it is, just imagine being this awesome senior citizen helping people in distress at whatever weather conditions day or night, there's the author again, sharing his view of the world and its mother. What happened to that exemplary senior citizen? Well, not sure.
Profile Image for GONZA.
7,523 reviews129 followers
January 23, 2020
Non é che quando uno compra questo libro, proprio non se l'aspetta di sentirsi male, anzi, e peró e come spesso accade, la realtá é persino peggiore di ogni idea giá di per se brutta. Raccontata da un giornalista del Manifesto, a volte con delle botte di retorica non particolarmente nascoste, questa storia lascia molto di piú che l'amaro in bocca, perché non ci sono speranze per nessuno, né per loro, né tanto meno per noi che non siamo particolarmente cattivi e lasciamo solo che le cose vadano avanti. Noi che abbiamo forse qualche rigurgito di coscienza giusto dentro le cabine elettorali, ma che tanto ormai non servono piú a niente, considerata la costellazione dei vari partiti e partitini di sinistra che non hanno fatto da anni qualcosa di sinistra, tranne scindersi, quella sí che é una cosa veramente di sinistra.
31 reviews
January 27, 2026
Irriverente, politically uncorrect, i migranti vengono chiamati con un generico "L'africano" per dirne una, ma al contempo senza troppa retorica racconta bene tanti aneddoti della rotta alpina che da Oulx porta alla Francia, il paradosso di come il governo che contrasta i No Tav vi affidi però la gestione spinosa della rotta migratoria, la pericolosità del viaggio, il volontariato spontaneo che si è attivato, il tema delle frontiere, del favoreggiamento di migrazione clandestina.
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