"II dovere di un capitalista moderno è di assicurare al proprio Paese il massimo di occupazione compatibile con la competitività, nell'interesse dell'equilibrio dei conti economici nazionali e della bilancia commerciale. Di questi valori il capitalista deve sforzarsi di essere garante e queste sono le cose alle quali ho sempre cercato di essere fedele." Pungolato dalle domande di Arrigo Levi, Giovanni Agnelli esprime senza reticenze e senza cortine diplomatiche le sue idee sui temi fondamentali dell'industria, dell'economia, della finanza e della politica italiana. Ne emerge il ritratto di un grande imprenditore, colosso della vecchia guardia, che a soli venticinque anni e all'indomani della seconda guerra mondiale si è ritrovato catapultato ai vertici della Fiat e l'ha portata a diventare il primo gruppo industriale d'Italia. Il suo racconto ripercorre la storia dell'azienda - e più in generale dell'industrializzazione nel nostro Paese - dal boom del 1910-15 sino primi anni Ottanta, con l'introduzione pionieristica dei computer in fabbrica. Il risultato è un libro ancora oggi capace di affascinare il lettore, sia per l'eccezionalità del narratore (solitamente assai misurato nelle sue esternazioni pubbliche), sia per la rarità del punto di Giovanni Agnelli ci apre uno spaccato della sua "fabbrica" dall'interno, dalla parte del vecchio padrone che si trasforma progressivamente in moderno imprenditore di respiro internazionale.
L'occasione di farsi una chiacchierata con una delle figure più ciclopiche dell'Italia del secondo Novecento, non poteva non diventare l'occasione per riflettere sulla piccolezza della classe dirigente dei tempi nostri. Anche se non era questo lo spirito con cui mi ero avvicinato a "Intervista sul Capitalismo", è impossibile, man mano che emerge la personalità di Gianni Agnelli, non fare un parallelismo con il niente dei politici attuali ma anche con la fredda impersonalità di Sergio Marchionne, che pure dal punto di vista strettamente professionale è stato und egno erede dell'avvocato. Ma Gianni Agnelli era il Padrone con la p maiuscola, Marchionne solo un amministratore.
Man mano che procede la bella intervista di Arrigo Levi che enuclea tutti gli aspetti dell' immensa esperienza professionale del patron della Fiat, si capisce che il paragone è impossibile, perchè l'Italia del 1982 è troppo profondamente diversa da quella attuale: pure anche all'ultima pagina brilla nella testa di chi legge una intrigante domanda, complice il fatto che pure quell' Italia là usciva da una crisi terribile, anche se di natura profondamente diversa.
E se al posto degli attuali clowneschi politicanti (o quelli immediatamente precedenti, che sono poco meglio) la gestione di questa fase della crisi fosse stata nelle mani di Gianni Agnelli, come sarebbero andate le cose? Per poter rispondere vbisogna non solo tener presenti le differenze storiche che si sono consolidate in 35 anni, ma anche cercare di capire anche solo per sommi capi come viveva e pensava il colosso di Villar Perosa.
Le differenze storiche. Tutto era molto solido, molto carnale in quei tempi: la vita sia economica che sociale non aveva la volatilità del nostro secolo. Nel 1982 il blocco comunista era ancora saldo, niente ne lasciava prevedere la caduta, ed il mondo occidentale aveva nella mente un riferimento chiaro (positivo o negativo a seconda dei casi); il mondo emergeva dalla crisi petrolifera che era comunque legata a fattori puramente materiali che erano comunque comprensibili per le elites del tempo. In Italia il popolo aveva una partecipazione alla politica immensamente più alta di ora, Democrazia Cristiana e PCI avevano grandissima presa sul territorio mentre la potenza dell'organizzazione sindacale raggiungeva con Luciano Lama il suo culmine: era un'Italia più povera e più corrotta di ora, ma comunque fondata su solide certezze. E su questa granitica nazione svettava Giovanni Agnelli, padrone ed amministratore di FIAT, muovendosi con l' autorevolezza di chi è assolutamente consapevole della propria forza ed intende utilizzarla fino in fondo, nella convinzione che profitto dell'imprenditore e profitto della comunità in cui sorge l'impresa alla fine coincidano. Peraltro è innegabile (come emerge dall'intervista stessa), che a quei tempi il legame tra impresa e territorio, in questo caso tra il gigante di mirafiori e Torino, fosse molto forte.
Ogg, la situazione sembra drammaticamente invertita. La supremazia della finanza sull'economia reale sembra essere un dato compiuto. La floridezza di unanazione dipende molto di più dallo spread o dal giudizio di una agenzia di rating che non dalla produttività o dal PIL; allo stesso modo le condizioni di lavoro sono diventate precarie al massimo condannando i subordinati ad una vita di incertezze, mentre l'accesso al cerdito diventa sempre più difficile. Il nemico da combattere diventa sempre più sfuggente e pericoloso: a luivello politico non c'è più l' URSS, sostituita dal quel coacervo di feroci ribellioni anche violente, a volte criminali, contro la nuova religione dello sviluppo imposta dagli USA, che da alcuni viene definita a proprio comodo "Terrorismo". La crescita economica è incerta e stentata, mentre è completamente assente quella grande fiducia nel futuro che caratterizzava gli anni della Milano da bere.
Come vediamo la situazione se con un gesto di fantasia mettiamo l' avvocato Agnelli con il suo michelangiolesco carisma, l'autorevolezza mondiale, le indiscutibili doti di comando al timone dell'Italia, pensandolo così come emerge da questa intervista? Stiamo parlando di un uomo innamorato della lotta ed innamorato del potere. "Posso concepire una vita povera, non posso concepire una vita impotente". Gianni Agnelli molto difficilmente avrebbe accettato di guidare un governo con maggioranze risicate, pure è facile pensare che la sua personalità così schiacciante avrebbe piegato i psillanimi politici attuali garantendo forse una continuità migliore.
Il populismo di questi anni avrebbe avuto davanti un nemico feroce e veramente duro da sconfiggere. L'avvocato Agnelli credeva negli uomini e nelle loro potenzialità, e non poteva in alcun modo perdonare l'assistenzialismo o la passiva richiesta di diritti e prebende che non fossero guadagnati con la lotta e col lavoro. Nessuna cittadinanza di nessun tipo può garantire nulla nella sua visuale, ma questa tesi non è affatto detto che dalla sua bocca sarebbe uscita impopolare. La marcia dei quarantamila del 1981 che di fatto distrusse per sempre lo strapotere della CGIL sta li a dimostrarlo. Il pensiero dell'avvocato è per certi versi spietato, ma proposto con l'autorevolezza di uno degli uomini più grandi della nostra storia e raccontato con la sincera convinzione che la durezza sviluppi la grandezza degli uomini anzichè piegarli.
L'Europa. Qyuesta Europa nella quale l'avvocato di Villar Perosa credeva totalmente, che aitempi esisteva solo nei suoi prodromi (la CEE, lo SME e poco altro) che riteneva assolutamente necessaria per poter difendere le poplazioni di questo continente troppo diviso dallo strapotere dei due blocchi (discorso estendibile ai tempi nostri se si includono Cina e India), ma che pure non riteneva giusto dovesse estendere la sua autorità fino a soffocare l'autodeterminazione dei territori e l'identità delle culture. Lo dice chiaramente qui, fu soprattutto il suo spirito nazionalistico, il suo amore verso la creatività italuiana a spingerlo ad acquisire la Ferrari, strappandola al concorrente Ford. I burocrati di Bruxelles, se anzichè il competente ma freddo e vaporoso Monti o i fumettistici Renzi e Salvini si fossero trovati di fronte Gianni Agnelli con cui trattare, avrebbero mantenuto la stessa disprezzante durezza? Non credo proprio.
La direzione di un ipotetico governo Agnelli forse non sarebbe stata molto diversa da quella di un Monti, ma sarebbe stata molto più diretta alla gestione dell'economia reale e meno legata ai numeri, sarebbe stata condotta con carisma ed autorevolezza immensamente superiori, avrebbe avuto in Italia ed all'estero controparti non dico intimidite, ma quantomento più prudenti. Detto da me che delle idee liberali non condivido praticamente nulla, è un chiaro indicie di quanto io sia convinto che il nostro principale problema sia l'assoluta inadeguateza della classe dirtigente attuale.
E' un'intervista del 1982 questa, e quindi andrebbe letta come un libro di storia. Ma il quadro di disarmante chiarezza che Gianni Agnelli riesce a dare della politica e dell'economia in generale e del suo tempo in particolare, l'emergere di una delle figure più colossali della nostra storia recente in un paragone impietoso con la piccolezza dei nostri governanti attuali di qualunque schieramento, rendono "Intervista sul capitalismo moderno" un libro assai più interessante che un manuale di storia contemporanea.
Ma ce lo vedete voi un dibattito faccia a faccia tra Di maio (o salvini, o renzi) e Gianni Agnelli?