Nati come bollettini di viaggio, notizie da nessun luogo che compongono itinerari nella memoria, vicino e lontano nel tempo, questi racconti sono un libero intreccio dove le esperienze personali si mescolano alle riflessioni, guizzando continuamente dentro e fuori dai libri. La voce di Giovanna Zoboli ci accompagna attraverso le meraviglie e le passioni della sua vita: dai fantasiosi giochi infantili alle lezioni di astronomia improvvisate nelle notti estive, dalle letture botaniche dell'età adulta alla tappezzeria di una Camera Cinese sul Garda, dove tutti vorremmo esserci addormentati almeno una volta nella vita, seguendo con lo sguardo le industriose figurine tra "alberi dalle fogge singolari e montagne in miniatura, entrambi sorti dalla terra con la precisa intenzione di farsi dipingere su una tappezzeria". Il talento nel descrivere il mondo con parole esatte diventa gioco così quotidiano da potersi replicare nella catalogazione sommaria di "cose, piante, città" e, come nella lettura, anche in questo gioco ci si sente altrove, fuori da noi, immersi nel "flusso misterioso, impenetrabile della realtà esterna".
Giovanna Zoboli è scrittrice ed editrice. Insieme a Paolo Canton, ha creato, nel 2004, il marchio editoriale Topipittori, di cui è editor e art director, specializzato in volumi, illustrati e non, per bambini e ragazzi. I suoi libri, oltre una trentina di titoli, sono pubblicati in Italia e all'estero. Svolge attività di studio e formazione sui temi della cultura rivolta a infanzia e adolescenza, con interventi editi da blog, cataloghi, riviste, e attraverso incontri, lezioni, corsi. Dal 2010, cura giornalmente il blog di Topipittori. Collabora con le testate online Doppiozero e Federico Novaro Libri. Vive e lavora a Milano.
Circa quattro anni fa, sul web, mi sono imbattuto in un pezzo - riporto in basso il link - si dice solitamente pezzo o articolo o contributo o fate voi, ma non è sempre vero, alcune volte è letteratura. Per me lo era di sicuro. Fu una folgorazione, leggetelo, capirete. Un viaggio a Cracovia nel 2003, tra suggestioni letterarie, numeri e note musicali. Questa prosa insieme ad altre quindici - delle quali molte inedite anche sulla rete, e meravigliose come il capitolo intitolato "Sono stata un principe indiano" - compone "Fuori da noi" (Nuova Editrice Berti) il libro di Giovanna Zoboli; tra gli autori e i testi che saltellano qua e là in questo incantevole libro, ci sono le "Letture facoltative" di Wislawa Szymborska, ma anche "Il sistema periodico" di Primo Levi, le prose di Annie Dillard, le poesie poco note di Walter Cremonte, il giardinaggio, asteroidi finiti in museo, le monetine dei desideri immerse nelle fontane, un viaggio in treno in cui si riflette sull'umorismo ["Un umorista vero è anche un ottimo scrittore, di solito. Ha un grado di attenzione maniacale a quello che gli accade intorno, cosa indispensabile sia alla scrittura sia ai viaggi in treno"], la scuola da bambini, le stanze cinesi, gli animali, l'immaginazione dell'infanzia e degli adulti, le vacanze in Appennino, tutto espresso con una lingua rapida, umoristica, elegante e senza affettazione. Giovanna Zoboli scrive e pubblica deliziosi libri per l'infanzia, questo è un libro per adulti e spero sia il primo di una lunga serie. Gli adulti ne hanno più bisogno dei bambini, suppongo. Vi copio le righe iniziali di tre diversi capitoli, le righe iniziali delle prose di Giovanna Zoboli sono fatte così: "C'è stato un periodo in cui pensavo quasi esclusivamente a quello che non si vede." "Da piccola, durante gli ultimi tre anni di elementari, lavorai in banca." "Dovrebbe essere previsto, nell'infanzia di ogni bambino, l'addormentarsi in una stanza cinese."
La prima vacanza che ho trascorso nella mia vita è stata, appena nata, sull'Appennino modenese dove la famiglia di mio padre ha una casa dalla metà dell'Ottocento circa. Di quei primi anni, ricordo il lettino di vimini in cui dormivo, che aveva le sponde con una stoffa di papaveri e fiordalisi. In nessun modo questi luoghi erano turistici, allora, se non per gli abitanti della pianura emiliana che d'estate, in queste zone che chiamano "montagna", venivano a stare al fresco. Vacanze che il più delle volte non consistevano in altro che mettere una sedia fuori all'uscio e stare all'aria, a guardare mosche e nuvole. Ricordo gite estive a trovare zii e zie, cugini e cugine modenesi in altre località sparse sulle colline, lungo strade tortuose che mi sembravano lunghissime e che parecchi anni più tardi avrei raggiunto, invece su una bici da corsa. Le zie, mi sembrava, erano anzianissime, avevano qualche pelo sul mento, mangiavano montagne di tortellini ed erano piuttosto allegre. Non mi capacitavo di tutta questa allegria che a Milano era una modalità psichica del tutto sconosciuta. Anche la nostra casa estiva era allegra. Avevamo uno zio enorme, romagnolo, con baffi ispidi, che russava come un orco, ci dava dolorosi pizzicotti e ogni tanto arrivava da luoghi misteriosi con regali imprevedibili, come grossi conigli d'angora dagli occhi iniettati di sangue. Con mia sorella passavamo ore impegnate in studi naturalistici, in particolare presso uno stagno dove abitavano rane a ogni stadio di sviluppo. Le altre nostre vittime designate erano le amiche della nonna, obbligate ad assistere ai nostri spettacoli casalinghi. Una di loro si chiamava Signorina Vivaci, e si lamentava di tutto, in continuazione, soprattutto dei piedi, afflitti da mali dai nomi incantevoli, come "occhi di pernice". Quando arrivava a trovare la nonna, mio padre e mia madre resistevano pochissimo in salotto e, colti da crisi di risa incontenibili, si chiudevano in qualche stanza a ridere alle lacrime. In quel salotto appresi le gioie delle caramelle Rossana, avvolte in una plastichina bordeaux traslucida, di cui mia nonna era instancabile consumatrice. A parte le caramelle, la nonna era severa, la annunciava, per un problema all'anca, il rintocco di un bastone che, battuto sul pavimento, risuonava cupamente attraverso la fuga delle stanze. Le piaceva stare alla finestra, la sera, e commentare il passeggio al centro del paese, abitudine per cui in gioventù era stata ripresa dal parroco. Sotto i gomiti, per appoggiarsi metteva un cuscino che credo risalisse all'anno di costruzione della casa, impervio all'usura del peso e dei pettegolezzi. La zia e la nonna dormivano insieme, in una grande stanza, in un letto matrimoniale immenso fronteggiato da un gigantesco armadio scuro dove mia sorella era convinta abitasse una mucca. Lo zio, a causa del russare, era confinato in uno stanzino adiacente, dentro un letto minuscolo. Tutti e tre, prima di andare a letto, si sistemavano i capelli in una retina, così da non perdere la piega durante il sonno. La mattina, io e mia sorella andavamo nel letto matrimoniale a fare domande sulla mucca e a odorare il profumo di cipria che emanava dalla pelle di quelle due creature lattee e desuete. Poco dopo, arrivavano la Pina e la Emma, madre e figlia, a fare le pulizie e a cucinare cose sublimi. Il culmine della gioia per noi era pranzare, anziché in sala, in cucina, con la Pina che aveva sedici anni, ed era sempre innamorata, di cantanti e di ragazzi, indifferentemente, e rideva senza freni per qualsiasi cosa.
Un libro indimenticabile, elegante, stracolmo di cose preziose, di intuito, di umorismo. Un libro diverso da qualsiasi altro, pieno di grazia e di intelligenza sfavillante. Da leggere e rileggere.