L’unico debito tangibile è ubicato in noi, ed è la nostra infesta indolenza. Possiamo cambiare, si deve cambiare. Unire e non frammentare. In questa cultura dello scarto, non sono permesse l’umiltà e la gratitudine, neppure quelle più immediate, quelle rivolte verso colei che è la nostra culla natia, Madre Natura. Forse dovremmo aver più sollecitudine e aprire le nostre braccia intorpidite, come lei fa con noi, magnificando le sue più variegate forme. Forse dovremmo guardare sovente il cielo e le stelle. Possiamo imparare molte cose, non c’è poesia dove non c’è natura e non c’è natura dove non c’è poesia. Quest’ultima andrebbe contemplata come un grande vocabolario, una miniera di spunti di riflessione filosofici, un luogo in cui farsi trascinare senza opporsi, e da cui possiamo far ritorno più coscienti e saggi. La poesia dà e non vuole niente in cambio. Ci arricchiamo di sapere e possiamo dare a nostra volta, senza rimetterci.