Il nostro paese ha perso o fortemente ridotto la sua capacità produttiva in settori industriali nei quali era stato fra i primi al mondo. È il caso dell'informatica e della chimica. L'Italia industriale è uscita quasi completamente da mercati in continua crescita quali l'elettronica di consumo. Né è pervenuta a far raggiungere un'adeguata massa critica a industrie dove ancora possiede un grande capitale di tecnologia e di risorse umane, come l'aeronautica civile. Dove essa esisteva, l'ha frantumata: è avvenuto con l'elettromeccanica ad alta tecnologia. Resta in piedi un ultimo settore della grande industria, l'automobile, la cui crisi procede peraltro verso esiti al momento imprevedibili. I costi economici e sociali di tali vicende sono stati immensi. Come lo è il rischio di diventare una colonia industriale di altri paesi. Non è stata un'impresa da poco, aver lasciato scomparire interi settori produttivi nei quali si eccelleva; né aver mancato le opportunità per riuscirvi in quelli dove esistevano le risorse tecnologiche e umane per farlo. Sembra lecito chiedersi come ci si è riusciti. Questo saggio prova a delineare alcune risposte. Con l'auspicio di veder ricomparire una politica industriale, volta a favorire l'occupazione ad alta intensità di conoscenza e uno sviluppo piú autonomo ed equilibrato di tutto il paese.
Ho lavorato in Olivetti per anni e l'ho vista pian piano morire. Vien da piangere e da incazzarsi, quante eccellenze, quante belle teste buttate allegramente nel cesso. Ma loro, loro sono ancora qui e inciampi nei loro nomi più o meno ogni giorno.
Vi avverto, questo libro vi farà molto incazzare. Si tratta di brevissimo saggio che affronta in maniera semplice ed efficace le ragioni del declino dell’industria italiana nel corso del secondo Novecento.
È a dir poco sconcertante leggere i dettagli di come diverse classi dirigenti, di ogni colore e provenienza, abbiano disintegrato con la loro miopia ed ignoranza ogni opportunità dell’Italia di evolvere e diventare un paese industrialmente all’avanguardia. L’unico neo di questo saggio è che è aggiornato al 2003; mentre sarebbe a mio avviso interessante, e forse ancora più scioccante, leggere una nuova edizione di questo volume, includendo il periodo dei catastrofici venti anni successivi.
Indice dei nomi: Allocchio Bacchini, Autobianchi, Autovox, Brion-Vega, Caproni, Geloso, Innocenti, Minerva, Montecatini, Officine Reggiane, Olivetti, Seleco, Synudine, Voce del Padrone. Se questi nomi vi dicono ancora qualcosa, non potete perdere questo viaggio tra le occasioni perdute dell'industria italiana.
...In Italia il governo avrebbe atteso fino al 1977 prima di autorizzare la Rai a effettuare trasmissioni a colori per il pubblico, giusto dieci anni più tardi [rispetto al resto d'Europa]. Gli storici della televisione includono tra i fattori di un simile ritardo le pressioni dell'industria automobilistica, timorosa di veder diminuire le vendite qualora le famiglie si fossero chiuse in casa a godersi il nuovo mezzo anziché fare gite in auto.
Questo è un esempio emblematico di tutte quelle scelte, sbagliate, che la nostra classe politica ha compiuto per ridurre sempre più l'Italia ai margini della scena industriale internazionale. Il libro è davvero ottimo, ho apprezzato i non rari momenti tesi-antitesi-sintesi dell'autore e i riferimenti ai capitali tecnologici, che vanno di pari passo a quelli finanziari.
This entire review has been hidden because of spoilers.
Un libro forse datato ma che offre, tramite l'esposizione di casi-studio di parabole discendenti di settori dell'industria italiana, spunti purtroppo sempre attuali per comprendere le cause e le conseguenze dello stentato sviluppo economico del Paese.
In alcuni punti un pò troppo tecnico, ma nel complesso preciso e chiaro. Ne esce un quadro a dir poco depressivo. Sarebbe interessante una riedizione al 2024, ma temo che i contenuti, oltre a confermare la vista del 2003, sarebbe ancora più depressivo.