Jump to ratings and reviews
Rate this book

Storia dei Walser.

Rate this book
Italian

250 pages, Hardcover

Published January 1, 1992

1 person want to read

About the author

Enrico Rizzi

20 books

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
1 (50%)
4 stars
0 (0%)
3 stars
1 (50%)
2 stars
0 (0%)
1 star
0 (0%)
Displaying 1 of 1 review
Profile Image for Clara Mazzi.
777 reviews45 followers
March 17, 2019
Un lavoro eccellente. Un’opera di raccolta, di selezione e di integrazione di una quantità di materiale molto vasto, redatta con grandissima intelligenza e competenza (per non parlare di una grande passione verso tutto quello che concerne i Walser e la loro storia). I primi due terzi del volume sono dedicati alla citazione, valle per valle, villaggio per villaggio, dei primissimi documenti che hanno attestato la cessione di terreni da disboscare o da bonificare (in genere da parte di abbazie ma c’è anche qualche caso di signoria) a dei coloni di origine vallese. Questa prima parte molto meticolosa (ma anche un po’ monotona, va detto) ha però il grande merito di riuscire a tracciare una mappa – splendida, riportata a fine libro - di quelle che sono state le tre ondate colonizzatrici walser nei territori che vanno da Chamonix fino al Tirolo, con tanto di frecce che indicano gli spostamenti e gli anni in cui queste spinte territoriali si sono susseguite. Tra la citazione di un contratto e l’altro, l’autore intanto comincia a buttare qualche osservazione su questi coloni, principalmente dedicandosi ai loro diritti, a quelli che loro richiedevano come “conditio sine qua non” per andare a disboscare nuovi terreni, diritti che li hanno contraddistinti da tutti gli altri (contadini, religiosi, mercanti).
L’ultimo terzo entra invece più nel vivo delle caratteristiche di questi coloni, che non si possono definire una “civiltà” in quanto non condividevano un patrimonio culturale (in senso antropologico) comune e distinto da quello degli altri abitanti delle Alpi ma che si sono chiaramente distinti dagli altri per i loro diritti - una condizione decisamente particolare in un’Europa che non conosceva nel 1200 ancora una piramide sociale varia e variegata, anzi.
I Walser quindi si inseriscono in quel momento storico che vede un’Europa pre-piccola era glaciale, con un clima mite che quindi rende possibile colture anche fino ai 2000mt, un’Europa che ha al suo interno diverse zone “non popolate” quindi non protette, quindi facilmente occupabili da qualcuno che non necessariamente può essere considerato amico, un’Europa infine, devastata a metà del 1300 dalla Morte Nera, avvenimento che, a causa della moria immane che ha portato seco, ha determinato e permesso un rimescolamento sociale. In questo frangente, si buttano quindi le basi per una situazione di reciproco vantaggio sia per i monaci o signori che hanno bisogno di qualcuno di “conosciuto” che occupi i loro terreni incolti di confine affinché non vengano occupati qualcun altro e dei contadini vallesi che vedono nella possibilità di colonizzare nuovi terreni un miglioramento decisivo nelle loro condizioni di vita. Essi infatti chiedevano (previa una prova di qualche anno sul terreno, per vedere se effettivamente il progetto era fattibile): un affitto basso e immutabile nel tempo, l’ereditarietà dei loro privilegi, la condizione di essere liberi (anche se erano pronti a prestare protezione al loro signore o abate, non senza aver richiesto lo stesso da parte loro, in caso di predoni che danneggiassero il loro raccolto o i loro allevamenti), una giurisdizione loro, privata, distinta da quella del detentore del loro contratto (l’ottennero solo per l’ordinaria amministrazione). E così questi coloni (Walser erano detti solo i coloni che giungevano su territori in cui si parlava già il tedesco e c’era bisogno di distinguersi; in tutte le altre parti, come per esempio attorno al Rosa, li si chiamava semplicemente: i tedeschi), questi pionieri (è proprio così) partirono alla ricerca della lotta contro la natura per vedere chi avesse la meglio: si sono ingegnati per arare campi talmente in pendenza che andavano arati dal basso verso l’alto, hanno creato strutture per portare l’acqua dal ghiacciaio ai loro terreni, hanno osservato come coltivare la segale e il grano in quota, hanno migliorato e adattato le loro case, inizialmente solo in legno e poi man mano aggiungendo anche parti in pietra, si sono industriati come someri (portatori di merci) da una parte all’altra dell’arco alpino, costruendo e mantenendo strade.
Una colonizzazione in continua espansione fino a circa il 1500 quando poi inizia a declinare causal’avvento della piccola era glaciale che impedisce le colture in quota e blocca i passi battuti e costringe all’abbandono di tante case. Inoltre, i matrimoni poi sempre più fitti con le comunità ospitanti, con cui si erano perfettamente integrati, ha fatto sì che nel giro di quasi mezzo secolo, veri e propri “walser” non ce ne fossero più. Quello che rimarrebbe ancora oggi, pare sia un dialetto tedesco, rimasto fermo ad un alto tedesco medievale (se non si tengono conto delle varietà valligiane).
Un lavoro davvero ben fatto, con una ricchissima bibliografia che rimanda a tanti studi, già dal titolo molto interessanti ma che purtroppo adesso non sono più reperibili. Nello scorrere però l’elenco proposto, spiace molto notare che sebbene la prima ondata colonizzatrice walser, la più “genuina” (se ha un senso usare questa parola), quella che da Goms si è insediata tutt’attorno al Rosa, non esistono pubblicazioni (né di alto profilo né di nessun genere sull’argomento) sostenute da enti regionali: sorprende come la Valle d’Aosta (né la sua università) non abbia promosso né l’istituzione di enti culturali che abbiano come obiettivo il sostenimento della lingua e della cultura walser (come invece gli istituti ladini in Dolmiti) né che l’università di Aosta abbia un dipartimento, anche piccolo, che si occupi di questo fenomeno storico e culturale della loro regione. Sorprende, stupisce ed amareggia, considerato che invece la “Walserfrage” (la questione Walser) sia stata molto studiata in Svizzera soprattutto nel cantone dei Grigioni nonché dall’università di Berna (sebbene, va detto per correttezza, tante delle pubblicazioni svizzere tedesche sull’argomento non siano già più disponibili).
Con l’augurio che tra università e fondi regionali, questo possa cambiare.
Displaying 1 of 1 review