Il dissidio tra arte e filosofia è, come ha detto già Platone, antico e si è via via rinnovato nella storia della cultura Occidentale. In realtà sui confini di questa contesa si sono aperti interstizi, spazi in cui il pensiero concettuale e quello «per figure» si sono confrontati e spesso intrecciati proponendo, soprattutto dopo Nietzsche e nella nostra modernità, le forme più radicali e significative del pensiero. Questo libro è l’esplorazione di questi spazi e di queste forme in cui la tensione critica scopre qui, pur nelle differenze, uno stesso pathos del pensiero: una passione che interroga la tentazione del silenzio della poesia come della filosofia, quando la parola sembra non avere più presa sulla realtà o di fronte all’inafferrabilità delle cose, o dell’esperienza della soggettività, o del tempo, o ancora della morte. Nel tempo in cui si predica l’implosione e la fine della metafisica scopriamo la valenza propriamente metafisica di queste forme, un luogo in cui la parola resiste e tende ancora accanitamente a una verità possibile.
Un saggio che fa riflettere su storia e ruolo di poesia, letteratura e filosofia nel tempo, e della necessità di trovare interstizi di comunicazione tra di esse. Pur in modo diverso, poesia e filosofia sono entrambe narrazioni di una tragedia.
I numerosi riferimenti testuali, puntualmente elencati alla fine di ogni capitoletto, vertono principalmente - ma non solo- intorno al periodo della decadence francese e Nietzsche, decadente che si pone in antitesi al decadentismo, che forse non trova una hegeliana sintesi.
Consiglio - e mi ripropongo - di rileggere il libro dopo aver approfondito, qualora necessario, i riferimenti letterari e filosofici che ricorrono maggiormente. Di sicuro apparirà più evidente il messaggio e più scorrevole la lettura.