Saggio incompiuto che presenta una materia complessa, ardua e mal compresa (vedi l'introduzione di Agamben), scritto in un momento cruciale della nostra storia e oggi ancora denso di riflessioni sostanziali, soprattutto nelle pagine sulla schiavitù e sulla massa.
«La massa è il nulla, è il sonno, è l'anarchica unità; è l'immagine negativa dello stato. Dalla sua infinita indifferenza sorge l'uomo e sorgono gli stati; ma ogni nascita, ogni nazione è una frattura della massa, una riduzione dell'ombra, che ne costituisce l'origine e il termine. Il suo opposto, ugualmente inesistente, l'anarchica molteplicità, l'impossibilità dello stato, è la finitezza assoluta, l'individuo astratto, la vecchiaia. La storia non è che la vicenda eterna del faticoso determinarsi della massa umana, e del suo risolversi in stato, poesia, libertà, o del suo celarsi in religione, rito, costume; e del ricrearsi continuo della massa dall'inaridire degli stati, dal cristallizzarsi delle religioni. La massa è in ciascuno di noi, nascosta in una profondità maggiore della coscienza e della memoria, perché ne costituisce il limite sacro. Nel gran corpo individuale di un popolo, è la pura materia, fuori della coscienza e della memoria storica. È massa tutto ciò che nel popolo non ha forma, e che tende oscuramente a separarsi, scindersi, e nascere, come persona e come stato. Massa non è quindi il popolo, e neanche la sua parte più bassa, la plebe; né è una determinata classe sociale — ma è la folla indeterminata, che cerca, con l'angoscia del muto, di esprimersi e di esistere».
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