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Hollywood Renaissance

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Hollywood Renaissance is an in-depth commentary on the American films of the Seventies and the work of seven of their most distinctive, provocative directors. Hollywood is undergoing a vigorous creative regeneration, and such films as Nashville, An Unmarried Woman, The Godfather, Coming Home and Apocalypse Now attest to a new authenticity, an artistic superiority, a bright and honest perspective, and solid box office success. On a critical film-by-film basis, Diane Jacobs exhibits a remarkable sensitivity to contemporary American film and affirms the innovative energy of this new generation of Hollywood filmmakers.

276 pages, Mass Market Paperback

First published January 1, 1977

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December 22, 2024
CINEMA E RIVOLUZIONE

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John Cassavetes, 9 dicembre 1929- 3 febbraio 1989, attore, regista, sceneggiatore, pioniere del cinema indipendente, fino al punto di autofinanziare i suoi film, forse il più debitore della Nouvelle Vague. Indimenticabile anche la sua musa e moglie Gena Rowlands.

Diane Jacobs è una critica cinematografica che pubblica anche saggi sul cinema: questo è uno dei primi.
Dedicato a registi amatissimi e al cinema che amo di più.
I sette registi che la Jacobs esamina qui sono: John Cassavetes, Robert Altman, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Paul Mazursky, Michael Ritchie, Hal Ashby.

Gli ultimi tre non sono maestri al livello dei primi quattro: ma hanno realizzato film con i quali io e molti altri siamo cresciuti, film di enorme successo e buona qualità, film che hanno fatto la storia e fatto parte di quel periodo e movimento cinematografico che la Jacobs chiama il Rinascimento di Hollywood, ma è più spesso definito la Nuova Hollywood: il cinema a stelle e strisce dalla fine degli anni Sessanta attraverso tutti gli anni Settanta.

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Dustin Hoffman e Katharine Ross protagonisti di “The Graduate-Il laureato”, 1967, di Mike Nichols, da molti considerato l’inizio della New Hollywood.

L’inizio dell’era magica si fa coincidere per alcuni con “The Graduate-Il laureato”, 1967, per altri con “Easy Rider”, 1969. Entrambe le ipotesi sono valide, non starò qui a seminar quisquilie su quale sia più corretta, ma comunque, occhio e croce, propendo per la prima.

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George Lucas sul set di “American Graffiti”, 1973, uno dei maggiori successi della New Hollywood. Il film fu girato a Petaluma.

Che cosa successe? Perché è considerata la più importante rivoluzione nel cinema americano dall’epoca dell’avvento del sonoro?

Anche là successe come da noi un po’ più tardi, l’esplosione della televisione rubò spettatori alla sala cinematografica, gli incassi (box office) scesero, i grandi studios accusarono il colpo.
La crisi generò creatività, anche in ambito finanziario: nacquero i produttori indipendenti, si cominciò a girare i film senza le star, con budget ridotti, andando per le strade e rinunciando ai set costruiti in teatro di posa.
Ma soprattutto si toccarono temi nuovi, intercettando meravigliosamente i fermenti dell’epoca.
Dio quanto amo e ho amato quei film, quel cinema! Il migliore che la storia della settima arte (e musa) abbia mai conosciuto.

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Jack Nicholson, Candice Bergen e Art Garfunkel sul set di “Conoscenza carnale”, di Mike Nichols, 1971.

Ai nomi studiati dalla Jacobs manca una lunga lista di talenti: Woody Allen, Brian De Palma, Steven Spielberg, George Lucas, Michael Cimino (che qualcuno indica come quello che seppellì la rivoluzione col flop de “Heaven’s Gate-I cancelli del cielo”), Arthur Penn, Mike Nichols (regista del film che molto probabilmente mise in moto la rivoluzione), Sidney Pollack (grande tra i grandi), Alan J. Pakula, Sam Peckinpah, Bob Rafelson (che si è perso troppo presto, dopo averci fatto sognare), e i due europei trasferiti oltre oceano, Roman Polansky e Milos Forman.

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Robert Redford e Jane Fonda, mitici interpreti di quel cinema, qui insieme per la seconda volta in “A piedi nudi nel parco” del 1966, di Gene Saks. La coppia era già stata insieme sullo schermo nel film di Arthur Penn “The Chase-La caccia”, 1963, accanto a Marlon Brando, l’unico della generazione dei padri a far parte anche protagonista della New Hollywood.

L’elenco degli attori sarebbe ben più lungo, ma alcuni vanno nominati perché sono stati spartiacque: Dustin Hoffman, Al Pacino, Robert De Niro, Robert Redford, Jack Nicholson e Gene Hackman non possono essere ignorati.
In campo femminile segnalerei Diane Keaton, Jane Fonda, Gena Rowlands, Faye Dunaway.

Quello che seppe fare quel movimento, che non è detto sia mai stato teorizzato mentre si generava e sviluppava, è continuare sul solco del cinema di genere, ma introducendo nuove regole, cambiando le vecchie, allargandone i confini.
Riuscire a essere autoriali pur continuando a usare il cinema di papà.
E probabilmente la più grande rivoluzione, e su questo il cinema europeo ha insegnato molto più di molto, fu la conquista del potere creativo da parte dei registi, il cosiddetto final cut: da quel momento sullo schermo arriva la versione del film scelta e voluta dal regista non dai finanziatori.

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Jack Nicholson protagonista di “Five Easy Pieces-Cinque pezzi facili” di Bob Rafelson, 1970, uno dei film che meglio racchiude tutte le istanze della New Hollywood.

L’antieroe, anche fisicamente meno prestante dei decenni precedenti, la solitudine, l’ansia, il sesso, l'emancipazione femminile, l’inquietudine, a cominciare da quella dei giovani, razzismo e guerra visti con nuovi occhi, più che diverso sguardo, il linguaggio della strada, slang e turpiloquio incluso.

Siccome questo saggio uscì nel pieno del periodo, 1977, non può non essere incompleto.
Se pur Diane Jacobs ci rimise le mani in un aggiornamento del 1980, è solo col distacco degli anni che la vera portata di quella rivoluzione si è consolidata. Scritto col cosiddetto senno di poi, Ritchie, Mazursky e Ashby non si sarebbero mai guadagnati un’intera sezione, ma sarebbero finiti solo tra le citazioni.

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Gene Hackman protagonista de “La conversazione” di Francis Ford Coppola, 1974, capolavoro tra i capolavori.
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