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Poesia femminista italiana

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Le femministe entrano in contatto con la creatività come riacquisizione del sé e come ribellione alle forme alienanti finora proposte. Fra i due poli, della creatività e della rivolta, l'antologia si muove, mostrando come la donna abbia ucciso un genere di poesia immobile e senza storia, dove la «poetessa» si identificava in una dimensione prettamente maschile, o nel femminile inautentico. La donna ormai rigetta se stessa come risultato di un'alterazione culturale, prende coscienza della tragedia dell'io sottratto, rifiuta la parola alienata e mistificante del Padre, e il rifugio del consueto, si riappropriarsi del proprio corpo, soppresso in tempi arcaici per rigettare l'io femminile in toto, in un mondo dove esistevano solo figlie senza madri e madri senza figlie. Dalla fine della vergogna e dal rifiuto - anche violento - del modello, può nascere la possibilità di un cambiamento e di una rivoluzione che non siano solo emancipazionismo.

173 pages, Paperback

First published October 1, 1978

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Profile Image for Laura Palmiz.
25 reviews12 followers
April 11, 2018
Un libro impegnativo. Un volume di poesie che ogni donna dovrebbe leggere, non tanto perché se ne ricavi piacere, anzi, la lettura di alcuni versi risulta quasi fastidiosa: sono versi scomodi, "sofferti".
Le poesie che questa raccolta contiene sono molto crude, dirette; sono versi che vomitano le più diverse sfaccettature di quella che era la condizione femminile a metà del XX secolo, sia essa declinata nello stato di madre, di figlia, di vergine, di poetessa e scrittrice.
Le donne che hanno scritto queste opere sono arrabbiate; molte di esse sono deluse, molte di esse hanno sofferto; altre sono state ingabbiate (sempre dagli uomini, nella Storia e nelle storie) in un ruolo completamente avverso alla propria natura.

Le poesie contenute in questo volume ci costringono ad affrontare la realtà, e come tali sono necessarie a far maturare la consapevolezza della nostra condizione. Scopriremo che oggi siamo molto più simili alle donne degli anni '60 di quanto pensiamo. Per fortuna. O purtroppo?
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