«Chiamatemi Casablanca». Si presenta così il narratore di questo romanzo, un uomo che ha visto di tutto e non ha paura di raccontarlo in maniera paradossale ed esilarante. Costretto a chiudere il suo cineclub in un paesino lungo il Po, si getta con gli amici di sempre in un'impresa folle: rapire Short Horn, celebre toro da monta, per poi chiedere un riscatto. Combinato un autentico disastro, i quattro ripiegano su un altro progetto: fuggire a Roma e aprire un teatro off dentro una famosa fontana del Seicento. Tra primedonne isteriche e arriviste, feste favolose offerte da un miliardario malinconico e pasti in una pizzeria chiamata l'Obitorio, struggenti pene d'amore e una cronica penuria di denaro scorre il ritratto di un'epoca felice e assurda in cui tutto sembrava possibile, salvo andare regolarmente storto alla fine.
Le motivazioni per cui ho trovato questo libro irritante (riprendendo lo stile del testo): - a: vuole essere comico ma non ci riesce per nulla - b: vuole emulare Fantozzi creando 4 personaggi che non hanno nessuna caratterizzazione - c:scrive in maniera imbarazzante con dialoghi slegati e poco originali