Le riviste degli anni di guerra e d'anteguerra, i fogli interventisti, i diari di trincea e la letteratura sulla guerra: rileggendo questa sterminata produzione Isnenghi ha ricostruito in questo studio l'atteggiamento nei confronti dell'intervento e poi dell'esperienza bellica di una intera generazione di intellettuali italiani: da Marinetti a Papini, da Prezzolini a Gadda, da Soffici a Jahier, Serra, Malaparte, Borgese, d'Annunzio. Dalla guerra come occasione rigeneratrice per l'individuo e la società alla guerra come veicolo di protesta o, al contrario, antidoto alla lotta di classe.
L'ho smangiucchiato, a piccoli bocconi. A bocconi grandi è impossibile.
Di fatto è un (per me) noiosissimo saggio di critica letteraria, sugli autori interventisti e sui loro scritti antecedenti all'entrata in guerra dell'Italia; poi si dovrebbe parlare anche di ciò che scrissero in fieri quelli che la guerra la vissero sul campo, ma per sfinimento non ci sono arrivato.
Lodevole l'iniziativa di Isnenghi, anche per far capire che certi discorsi all'epoca erano normali: se li leggiamo noi oggi, certi brani o inneggiamenti fanno accapponare la pelle. Oggi il senso comune darebbe ai Papini, ai Boine, ai Soffici (e ovviamente ai D'Annunzio) dei pericolosi pazzi. Allora, c'era una fetta di popolazione inebriata di nazionalismo e ideologia che non si faceva problemi a scrivere cose inenarrabili oggi.
Rimane il problema di capire come una infima minoranza di pazzi furiosi ebbe la meglio su una larghissima maggioranza di pacifici contadini. La risposta è ovvia: i primi sapevano scrivere, e vennero all'uopo utilizzati dai pescecani (politici e industriali, che la guerra la volevano); gli altri scrivere non sapevano e vennero mandati, letteralmente, come pecore al macello.
Al di là di questo, il libro è ILLEGGIBILE. Mai letto niente di più verboso, ampolloso, macchinoso. Un esempio? Pag. 25, l'incipit del paragrafo "La guerra tecnologica e l'organizzazione dello spreco nella Battaglia di Tripoli di Marinetti" (questo è solo il titolo): Il "gran dì della liquidazione" sale d'un grado con Marinetti e diviene empito polemologico e prospettiva pantoclastica ecc ec c
Solo una frase tra le tante rimastami impressa, ma il saggio è tutto sullo stesso andazzo. Ciò che lo rende perfetto nel mondo accademico italiano e assolutamente indigeribile e illeggibile per chiunque altro.
3.5⭐ Lo scoglio della scrittura ostica di Isnenghi è innegabile (faticosa é dir poco), quanto è innegabile la validità di questo saggio, ormai un classico e un precursore nell'utilizzo e nello studio della letteratura di guerra.
Vero, la scrittura di Isnenghi è difficile e respingente e vero, Isnenghi tratta qui un tema, quello della storia letteraria connessa al primo conflitto mondiale, che può risultare dispersivo e forse anche un po' noioso. Ma se si riesce ad assimilare la prosa stratificata dello storico veneto e se si va quindi più a fondo nella sua analisi storiografica allora tutto risulta più chiaro e non poco originale. Infatti, come ci tiene a precisare Isneghi nella postfazione all'ultima edizione dell'opera, ancor prima di "Terra di nessuno" di Eric Leed e "La Grande Guerra e la memoria moderna" di Fussell, lui è stato uno degli apripista dell'utilizzo della letteratura di guerra come fonte e come oggetto d'analisi storica.
Isnenghi riesce a fare storia partendo da una ricapitolazione di svariate fonti letterarie, realizzando un affresco dettagliato delle varie forme di interventismo e dell'atteggiamento degli uomini in relazione al mito della guerra. Sulle sue doti di storico nessun dubbio, il problema si presente in una certa retorica ripetitività, in uno stile a tratti indecifrabile che appesantisce un libro già di per sé non semplice.