(in realtà questo l'ho letto per una specie di sfida/prova: leggere per intero un libro in giapponese di una certa consistenza senza mai mettere mano al dizionario; ma proprio mai mai mai; sono partito in quarta e tutto baldanzoso e le frasi che scorrevano veloci come file scaricati su una connessione ad alta velocità... ma poi, come quando in montagna si sale per una china non proprio erta ma tanto lunga, ho cominciato ad avvertire alcune piccole asperità e cedimenti... e alla fine, nel complesso, posso dichiarare che è stata proprio una faticaccia boja; però l'ho finito; anche se a leggerlo in traduzione ci avrei messo due o tre giorni, mentre arrancando sui paragrafi in lingua originale ho durato quasi due settimane di tempo, postfazione compresa; la cosa più frustrante è quando si deve tornare indietro, e leggere e rileggere due o tre volte le stesse frasi che non afferri, perché la grammatica è un po' ingarbugliata o, peggio ancora, non sai i vocaboli; la cosa più piacevole è vedere come il cervello va a ricostruire passettin passettino i significati di quei vocaboli mai visti aggrappandosi ai diversi contesti in cui li trova immersi: e sembra quasi di sentire, dentro al cranio, dendroni, assoni e sinapsi che riconfigurano le proprie reti generando nuovi percorsi sino a quel momento ancora inauditi; o qualcosa del genere)
Quarto libro di Abe Kobō che vo a leggere nella mia vita. Raccolta di racconti.
- Il primo, S. Karuma-shi no hanzai ("Il delitto del signor S. Karma") è una kafkata spudorata, almeno come idea di base (ma con qualcosina di Gogol'). Un omino si risveglia al mattino e scopre... di essere diventato uno scarafaggio? No, di aver perso il proprio nome. Segue lunga serie di eventi assolutamente sconclusionati: il biglietto da visita (sic!) del protagonista, in forma umana, prende il suo posto nella vita di tutti i giorni, fregandogli appartamento, lavoro e donna; il protagonista risucchia nel proprio petto (sic!) la foto di un deserto vista su una rivista; allo zoo rischia di risucchiare allo stesso modo pure un cammello; lunga descrizione di uno strano processo (che fa un po' Alice nel paese delle meraviglie) al protagonista; i vestiti del protagonista gli si ribellano, lasciando intuire che ci sia una guerra in corso tra materia organica e inorganica; la donna del protagonista diventa un manichino, o forse un mezzo manichino, non è ben chiaro; alla fine il protagonista si trasforma in una parete in mezzo al deserto (sic!). Voto? Mah, due stelline scarse.
- Akai mayu ("Il bozzolo rosso"). Uno dei racconti più celebri di Abe. Brevissimo: un uomo non sa più dove tornare a casa, e si trasforma in un bozzolo cavo, diventa lui stesso una cosa, ma senza poter più abitarvi dentro. Mah!
- Diluvio ("Kōzui"). Questo sembra quasi fantascienza. Ma Abe non è nuovo a contaminazioni con la fantascienza, basta leggere tre suoi racconti pubblicati in italiano (Tre metamorfosi) che, anche se la critica "seria" non vorrà mai ammetterlo, sono fantascienza pura. Diluvio, dicevo: poveri e oppressi si trasformano in liquido semovente che filtra dappertutto, dotato di straordinarie caratteristiche e in grado di uccidere (Blob?). Vendetta contro i ricchi. Un novello Noè prova a salvarsi con la sua Arca, ma fallisce. E l'umanità si estingue. Non male per la capacità di estrapolare con intelligenza e fantasia le tante conseguenze dello spunto iniziale (la liquefazione degli uomini), e per il finale molto nero e impietoso.
- Il gesso magico ("Mahō no chōku"). Il solito protagonista anonimo si ritrova con un gesso (non sa nemmeno lui da dove gli sia piovuto) che materializza ciò che disegna sulla parete; gli oggetti materializzati spariscono se esposti alla luce del Sole, un po' tipo i vampiri. Interessante per i tentativi disperati del protagonista (un poeta povera: Abe stesso?) di sfruttare la cosa e di come arrivi a fregarsi con le proprie stesse mani. Fine pessimista ma anche un po' lirico. Raccontino non eccezionale, ma gradevole.
- Imprenditoria ("Jigyō"). Breve resoconto-presentazione sulle attività di un certo impresario che si occupa di vendere salsicce di carne umana all'insaputa dei clienti. Inquietante e volutamente sgradevole al punto giusto, con un retrogusto chiaramente swiftiano. Lettura non facilitata dall'ampio uso di termini tecnico-burocratico-imprenditoriali. Sarebbe interessante da tradurre...
- Il tanuki della Torre di Babele ("Baberu no tō no tanuki"). Il migliore della raccolta. Parecchio simile al primo, ma più lineare e leggero, e denso di spunti fantastici di notevole impatto immaginativo. Al protagonista, che ama trascorrere le sue ore al parco a estrarre equazioni dalle gambe delle donne di passaggio (sic!) viene rubata l'ombra; al che diventa invisibile; in seguito arriverà alla Torre di Babele, dove, tra Dante e André Breton, conoscerà Jehova (sic!) il quale gli spiegherà di essersi rifugiato in paradiso per sfuggire allo sguardo degli uomini i quali hanno edificato la Torre di Babele per perseguitarlo. Come dicevo, questo è il miglior racconto della raccolta, non fosse per qualche infiltrazione di riferimenti letterarî colti che rischiano di far rinchiudere tutto in un gioco intraletterario un po' otakuistico. Ma forse al tempo in Giappone si parlava di scrittori surrealisti come oggi si parla di calcio. Chissà. Comunque dovrebbe essere davvero bello poter tradurre 'sto ultimo raccontino... se qualcheduno volesse pubblicarlo... (segue silenzio)
Nel complesso? Difficile valutare qualcosa letto con fatica in lingua originale. Gli do due stelline perché, a conti fatti, il primo racconto trascina parecchio in basso il volume, e quelli migliori, anche se si sforzano molto, non riescono a far da contrappeso sufficiente.
Comunque ho trovato dei notevoli paralleli col cinema di Oshii, specie quello dei primi tempi: riferimenti biblici (Noè, Babele, ecc.), personaggi senza nome o identità, scenarî desolati, ricerca di un senso che non c'è, ecc. Ma magari sono tutte somiglianze che m'immagino io.
(...hai letto tutto il commento? fino in fondo? bravo/a! ci ho messo un bel po' a scriverlo, ma se sei arrivato/a fin qui evidentemente ne è valsa la pena...)