"È cominciato tutto da un gruppo di giovani che aveva voglia di dire la sua." Dire, parlare, gridare: il romanzo è un testa a testa fra la forza rivoluzionaria dei verbi dichiarativi e il disarmante, spietato silenzio dell'omertà, del "La mafia non esiste", del "Mia cugina sospirò e si guardò intorno per controllare che non ci avesse sentito nessuno. Mi resi conto che era un gesto normale: lo avevo visto fare da tutti, sempre, fin da quando ero piccolo." Il titolo, "Peppino Impastato, una voce libera" potrebbe sembrare strutturalmente simile ad altri, per esempio a quello della graphic novel "Peppino Impastato, un giullare contro la mafia" (opera di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso per Beccogiallo, che consiglio in sé e anche per il suo valore propedeutico e per l'utile cronologia). E invece quella voce, o meglio, quella Voce, risulta la vera protagonista del romanzo, tanto da dotarsi di una doverosa maiuscola: è la prima epifania uditiva del protagonista dodicenne Totò, che attraverso le ormai leggendarie trasmissioni di Radio Aut scopre il vero volto della sua Cinisi (esemplari in questo senso sono le descrizioni dei correlativi oggettivi dei vari "accordi", che non anticipo per non rovinarne l'impatto durante la lettura). Un Bildungsroman territoriale, oltre che personale, in cui i mille "Perché?", strumento cardine di scoperta del mondo, si scontrano con il silenzio di chi tace e soprattutto mette a tacere. La narrazione è visiva, sensoriale, incalzante, quasi cinematografica: si corre in bici con Totò nel caldo di una primavera siciliana che è già estate, chiedendosi assieme a lui perché mai nessuno dica le cose come stanno e assorbendo tutto il suo entusiasmo, cassa di risonanza di quello di Peppino. E se naturalmente la fine è già stata scritta dalla storia di quegli anni cruciali, il personaggio di Totò aggiunge però un afflato di speranza: novello Ishmael, riceve il testimone della Voce, del racconto, della denuncia. Un romanzo doppiamente prezioso, dunque, perché ci ricorda che la parola ha un immenso potere rivoluzionario e lo fa senza retorica, attraverso le emozioni di un ragazzino che non si capacita delle astruse dinamiche in cui si trova inserito. E quello stupore è proprio la molla del cambiamento, quella che dovrebbe portarci a chiederci "E allora perché i 'grandi' non ne parlano mai?", anche e soprattutto se i grandi siamo noi.