La prima fase della storia d'Israele è durata dodici secoli (circa 1100 a.C. - 135 d.C.), ma la Bibbia ebraica, i cui libri sono stati raccolti sul finire di questo periodo, non ne racconta tutto e la presenta come storia sacra, scritta non soltanto per preservare il ricordo del passato quanto piuttosto per trasmettere una forma di «religione» che si proponeva di contrastare il pensiero greco. Negli scritti che vanno sotto il nome di biblici, molto è taciuto e altro è stato aggiunto, ma l'intento di custodire e conservare una qualche memoria del passato ha lasciato nelle pieghe del testo allusioni e riferimenti a vicende che si fanno chiare a una lettura filologica e si lasciano intendere anche grazie alle fonti extra-bibliche. Frutto di anni di ricerche, il saggio di Giovanni Garbini vuol essere un tentativo di ricostruire una storia di Israele meno sacra e più fattuale.
Nel campo dell' archeologia Biblica, ci si trova spesso davanti a due tipi di studiosi. Ci sono gli archeologi, che usano il testo biblico come un dato da confutare o confermare in base ai loro scavi. Ci sono i filologi, che poco sanno usare i ritrovamenti archeologici e si concentrano su analisi mancanti di un appiglio nella realtà storica (per esempio, quel disonesto di William G. Dever). Giovanni Garbini è invece quasi un unicum. Pochi al mondo potevano vantare il comando della filologia semitica (e non solo) come lui, ma tutte le sue analisi hanno riscontro nei ritrovamenti archeologici. Questo libro è la sua summa. È qui che dichiara come la Bibbia abbia cancellato la dominazione quarantennale ammonita. È qui che connette i primi gruppi Israeliti e Abramo stesso agli aramei di Damasco. È qui che dimostra come delle 12 tribù di Israele, solo quelle di Efraim e Beniamino fossero reali. O di come l'esilio fu una conseguenza dei rapporti del regno di Giuda con una Banca (!) avente sede a Babilonia. Oppure di come David non sia mai esistito, doppio finzionale di Omri e Saul, o di come Omri stesso - vituperato all' inverosimile nella Bibbia - fosse stato praticamente l'artefice del dominio israelitico sui suoi vicini. Diverse di queste cose si trovavano già in forma embrionale in altri suoi libri. Per esempio il rapporto bizzarro tra Bibbia e l'Eponimo Giuda, o il fatto che la storia di Caino e Abele sia stato un mito della zona riadattato per difendere dalle rappresaglie l'uccisore del sommo sacerdote Zaccaria di ritorno dall'esilio. Ma solo in questo libro si trovano unite in una storia compiuta, che mette in luce le modifiche, le cancellazioni, e gli oblii che i redattori rabbinici hanno effettuato nei secoli per malcelare le origini conflittuali e assolutamente umane dei regni prescelti da Yhwh. Una sola nota negativa. Son stato leggermente deluso dalla sezione sulle due origini parallele del popolo israelitico. come molti sanno, Abramo e Mosè son due narrazioni indipendenti, aventi origini separate e riadattate alla carlona nei secoli. Garbini correttamente mette in luce come la storia di Abramo e della Genesi fossero un risultato dell'influenza babilonese sulla leadership giudaica, mentre Mosè, afferma Garbini, è stato un contraltare delle popolazioni qenite, edomite, e calebite che si trovavano a negoziare il rientro dei sacerdoti che proclamavano una discendenza dalla tribù di Efraim (cioè da quella di Israele). Ecco, però Garbini non dice niente sul perché la storia dell'Esodo abbia il contenuto che ha. Presenta la situazione come se i qeniti in terra di Giudea abbiano inventato dal nulla una storiella. Molti studiosi, Assman e Römer per esempio, hanno invece messo i risalto come nella storia dell'Esodo ci siano delle tracce che connettono le zone nordarabiche all'origine del culto di Yhwh (la cosiddetta "Ipotesi Qenita") e di come nell'Esodo ci potrebbe essere più memoria storica di quella che Garbini presume. Ecco mi sarebbe piaciuto che Garbini applicasse un po' del suo metodo anche al libro dell'Esodo, che invece qui sembra trattare come qualcosa di avulso da tutto il resto della storia del levante dell'età del ferro. Resta comunque un libro imprescindibile. Mai tradotto in inglese, perché il giorno che viene tradotto, i dipartimenti evangelici americani invadono La Sapienza.