A pochi passi da dove abito, nel quartiere Esquilino, a Roma, il giorno dopo il solstizio d'estate, alle tre del pomeriggio, tornando a casa trovo un vecchio signore gettato per terra, mezzo sepolto dalle buste d'immondizia, tra rifiuti alimentari ed escrementi. Schiena sull'asfalto, pancia all'aria, è possibile che sia appena morto. Guardo meglio. Mi rendo conto che respira.
Born in Bari, Lagioia debuted as a novelist in 2001 with Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi). With his novel Riportando tutto a casa he won several awards, including the 2010 Viareggio Prize. In 2013 and in 2014 he was among the film selectors of the Venice International Venice Film Festival. In 2015 he won the Strega Prize with the novel La ferocia.
Esistono romanzi talmente grandi e portentosi da gonfiarsi, esplodere e lanciare frammenti incandescenti e gravidi di storie nello spazio del linguaggio. È capitato con i due romanzi 'maggiori' di Roberto Bolaño: una costola di Detective Selvaggi ha infatti generato Amuleto, mentre un guaito di 2666 si è concretizzato in I dispiaceri del vero poliziotto. È capitato anche con Aldo Busi, il cui romanzo breve Un cuore di troppo ri-prende, ri-racconta, per certi versi ri-crea l'ultimo capitolo di Casanova di se stessi. A volte però succede il contrario, nel senso che la costola viene prima del corpo, la parte prima del tutto. È questo il caso di Esquilino, raccolta di tre 'pezzi' di Nicola Lagioia, libretto scoperto per caso e comprato per curiosità e anche perché l'e-book costava poco (c'era un'offerta, o qualcosa del genere).
Mentre leggevo la prima 'ricognizione', pensavo: "Queste pagine sembrano un capitolo della Città dei Vivi". E in fondo anche la seconda 'ricognizione', sebbene ambientata non a Roma ma sui treni, con tutto quel discorso tattile e carnale sui volti e sulle facce e sugli ultimi silenziosi che sono sempre di più e sempre meno sullo sfondo, non avrebbe stonato all'interno dell'ultimo libro di Lagioia. Infine giungo alla fine e, come non detto, scopro che la terza 'ricognizione' è (parte?) del reportage che Lagioia aveva scritto sul caso dell'omicidio Varani e che costituirà (costituisce? costituì?) il punto di partenza (o di fuga?) per La Città dei Vivi.
Esquilino ha quindi il profumo polveroso e caotico del laboratorio in cui lo zelante artigiano monta, ripara, sposta, taglia, fonde, frantuma, fissa, trapana, leviga, rottama e pensa. È un cantuccio rumoroso e incasinato, pieno di attrezzi e di idee confuse e alla rinfusa, ed è sempre interessante, nonché innanzi tutto un onore, raccogliere l'invito del capo-mastro quando decide di aprire le porte della sua bottega. Questo librettino che uscì tre anni prima di La Città dei Vivi, dunque, contiene già molto del materiale di quel libro. Ma contiene anche degli scarti d'autore, che non meritavano di essere completamente cestinati.
Mi riferisco, in particolare, al primo racconto (o 'ricognizione', o 'pezzo' che dir si voglia). Protagonisti sono la città di Roma (leggermente meno cupa che in La Città dei Vivi), i sacchi dell'immondizia, un senzatetto e Nicola Lagioia in scooter. Il plot è une petite tranche de vie da corto d'autore da portare in giro per i festival, di quelli con l'atmosfera realistica ma straniante allo stesso tempo, il finale aperto e indefinito. Al di là del 'fatto' narrato, però, ciò che è veramente interessante in quel racconto è seguire l'autore nel flusso di pensieri e di (auto)riflessioni sulla funzione del linguaggio, della comunicazione e quindi anche di sé stesso, che col linguaggio e con la comunicazione ci lavora. A chi parla, il linguaggio dei romanzi, dei film, dei programmi radio? Solo a chi quel linguaggio lo capisce, lo conosce e lo riconosce. Ovvero, a un pubblico sempre più ristretto: la cosiddetta 'classe media', che è sempre più una 'classe disagiata' (per utilizzare l'efficace espressione di Raffaele Alberto Ventura), sempre in bilico fra una 'normalità' idealizzata e vintage (posto fisso, pensione, casa al mare: cose d'altri tempi!) e l'abisso. Si tratta di un linguaggio che, Heideggerianamente, è sia inautentico che auto-perpentuantesi. Chi parla non lo parla, ma ne è parlato. E alla fine si parla si parla, ma nessuno ascolta. Anche quando quel linguaggio viene usata per 'denunciare' o 'difendere', il retrogusto dell'ipocrisia, se non dell'inutilità, è amaro: si parla di poveri a chi povero non lo è, o non lo vuole essere, mentre il povero 'vero' e 'totale', di tutti quei bei discorsi, giustamente se ne frega, impegnato com'è a combattere la realtà per sopravvivere, piuttosto che a rappresentarla. Ma quando si è fuori dalla rappresentazione della realtà, ironicamente, si cessa di essere reali agli occhi degli altri.
Impossibile non pensare al recentissimo Contro l'impegno, in cui Walter Siti attacca quello che definisce il 'neo-impegno' dei nouveaux engagés che si battono per questa e quella causa, purché la battaglia faccia cassa e porti soldi alle loro tasche (e a quelle delle grandi case editrici in cui sono arruolati). Anche quello dei neo-impiegati-impegnati, in fondo, non è che un'altra tragica declinazione dell'ipocrisia del linguaggio pubblico: i nuovi intellettuali parlano di diritti delle donne alle donne, di diritti gay ai gay, ognuno parla con chi è già d'accordo a priori e in questo modo non ci si rivolge a nessuno in particolare, se non a una platea di spettatori paganti. Non si cambia mai niente (alla faccia dell'impegno), la posta in gioco non è mai veramente troppo alta, ma comunque crescono i conti in banca di quelli che sanno cavalcare le 'tematiche del momento'. (Ho avuto la tentazione, lo confesso, di utilizzare il termine Zeitgeist, ma sarebbe stata una sboronata, dal momento che questo tempo m'appare proprio povero di spirito; sicché la sboronata la tengo, sì, ma fra parentesi!)
Con Esquilino scopro che una riflessione simile a quella di Siti (ma per certi versi doverosamente diversa) Lagioia l'aveva già condotta nel 2017, quando ancora non si parlava di 'cancel culture' e non si usava l'espressione 'politically correct' ogni due per tre. A differenza di quello che fa Siti nel 2021, però, il ragionamento di Lagioia non si snoda all'interno di un pamphlet, ma prende la forma del racconto. O meglio: del 'racconto-confessione'. Perché Lagioia riconosce (più di quanto non faccia Siti) che la sua critica al cosiddetto 'sistema', per forza di cose, lui può portarla avanti solo dall'interno, dal momento che di quel sistema lui ne fa parte eccome. Lagioia parla della città Roma e di quell'altra 'città' che è linguaggio (una mia recensione di La Città dei Vivi, apparsa sulla rivista on-line Cabaret Bisanzio, si intitolava guarda caso "La città, il linguaggio, il romanzo") e non può farlo se non guardandosi allo specchio. A differenza di quello che riesce a fare Siti, che alla fine ne esce il più figo di tutti in quanto figacciosamente 'disimpeganto', il J'accuse di Lagioia è anche un Je m'accuse.
"Chi sono io?", sembra chiedersi l'autore in queste pagine. O forse: "Chi vorrei essere?". O meglio: "Chi potrei essere?". Nicola Lagioia, che vuole scrivere romanzi apocalittici ma a cui alcuni lettori 'duri e puri' non perdonano 'per principio' la vittoria da integrato qualsiasi del Premio Strega, pone a sé stesso queste domande le quali, in fondo, non sono altro che le domande che la sempre più sparuta 'classe intellettuale' italiana dovrebbe chiedersi. Ma la classe intellettuale italiana queste domande non se le pone mica: è troppo 'impegnata', sì, ma non a combattere per un mondo migliore, piuttosto a sopravvivere.
"Il discorso pubblico è concepito per tutelare i suoi fruitori. Non è al servizio di un'idea che lo trascenda, pur dovendo richiamarsi continuamente a ideali superiori per darsi fondamento. Tutela i ricchi, i privilegiati, i proprietari di casa, i lavoratori ancora in grado di pagarsi un affitto, i detentori di un reddito buono o discreto o basso, i pensionati, i cassintegrati, i consumatori con un minimo potere d'acquisto. Non i poveri assoluti, non gli esclusi totali. Al discorso pubblico, chi è fuori dal sistema non interessa affatto. Questo non toglie che il discorso pubblico (i media, gli uomini politici, gli economisti, le grandi aziende) auspichi che il numero dei poveri diminuisca. L'auspicio nasce tuttavia dall'esigenza di ampliare il proprio bacino di utenza, le proprie chance di sopravvivere, subito dopo il proprio potere. è questo che cambia tutto. Fino a quando il poveraccio resta tale - cioè fuori mercato - per non è peggio che se fosse morto. È come se non fosse mai nato. Comincia a esistere solo dal momento in cui possiede una capacità di spesa, o (il caso della politica) la lotta per la sopravvivenza non è per lui così selvaggia da impedirgli di votare, o almeno (un corpo piacevole relativamente sano) è ancora appetibile sul piano sessuale, fosse anche solo a livello contemplativo. Da questo punto in poi lo consideriamo un interlocutore. Prima di attraversare questa soglia, non riusciamo a riconoscere l'escluso come qualcosa di reale. Una donna grassa, anziana, malata, senza soldi né casa né capacità giuridica. Per noi non è nemmeno un corpo. È come se fosse intrappolata nel limbo nero delle vite potenziali. Così, le volte in cui mi scaldo e scrivo un bell'articolo (o persino un semplice post) a difesa degli ultimi, non è detto che il mio sentimento sia davvero rivolto a loro. Più verosimilmente, riesca io o meno a rendermene conto, è rivolto ai miei simili".