Perché Marco ha aperto la finestra? Perché aveva caldo o perché voleva far entrare aria nella stanza o per salutare Anna che passava lì sotto. Spesso, per spiegare un'azione volontaria abbiamo bisogno di conoscere la ragione o l'intenzione con cui l'azione è stata compiuta. Se poi qualcuno ci chiedesse perché la finestra è aperta di colpo, potremmo rispondere «È stato il vento» e in questo caso spiegheremmo tale evento naturale indicandone la causa. Le risposte che diamo alla domanda «Perché?» in entrambi i casi forniscono delle spiegazioni, ma il problema è se tali spiegazioni sono delle stesso tipo, se sono cioè delle spiegazioni causali.
Il rapporto tra mente e azione è allora un rapporto causale o di altro tipo? Se fosse un rapporto causale potremmo sostenere che intenzione e coscienza sono riducibili a stati fisici del cervello: l'intenzione causa l'azione, così come un evento neurale causa un certo evento mentale. La questione tocca i punti nevralgici della teoria dell'azione e della filosofia delle mente contemporanee: dalla naturalizzazione della coscienza al rapporto mente-corpo.
Il volume esamina la relazione tra intenzione e azione, a partire dalla filosofia della mente di Wittgenstein, fondata sull'idea che stati mentali e azioni siano indagabili solo linguisticamente, e sviluppa un'indagine della filosofia dell'azione di G.E.M. Anscombe, G.H. von Wright, e D. Davidson, mettendo in evidenza l'importanza che nella tradizione analitica della filosofia riveste la "riscoperta" della teoria aristotelica dall'azione e del modello logico del sillogismo pratico.