Un uomo viene lasciato dalla donna che ama. All’inizio sembra prenderla bene, va al lavoro, esce con gli amici, continua la sua vita come nulla fosse. Poi una mattina scopre di guaire. Un guaito gli sfugge incontrollabile dalle labbra e prende a seguirlo ovunque, ogni volta che il ricordo di lei torna a fargli visita. Straziato per l’abbandono e timoroso di mostrare in pubblico quella debolezza, l’uomo si isola sempre di più, ma anche così non sfugge al suo destino. Una notte, sfinito e al colmo della disperazione, si trasforma in un cane, e con quel corpo nuovo lascia la sua casa e si avventura in territori sconosciuti. L’uomo che guaisce, il cane senza nome, inizia un viaggio vertiginoso e struggente alla ricerca della donna. Scoprirà così che l’amore non è solo un sentimento, una forza oscura, un campo magnetico dentro il quale le cose più sorprendenti accadono, ma è un mondo intero, tenero e terribile insieme. Con Il cuore è un cane senza nome Giuseppe Zucco conferma e reinventa un verso di Emily Dickinson, «che l’amore è tutto quanto c’è», raccontando una storia indimenticabile con una scrittura calda, luminosa e delicata.
Oltre il (meraviglioso) titolo, "Il cuore è un cane senza nome", che pare quasi uscito dalla trilogia degli animali di Dario Argento, di primo acchitto, la storia di questo ragazzo che, con il cuore infranto, si trasforma in un cane, suona come uno di quei telefilm di fine anni '90, dove, tipo, il bulletto si trasformava in cane e doveva fare un tot di buone azioni per tornare umano. Insomma, quello che voglio dire, è che per gran parte del libro, per lo meno io, credevo di trovarmi di fronte a una sorta di viaggio d'espiazione, in cui il dolore e la sofferenza per essere stato abbandonato sarebbe stato buttato fuori, compreso che un amore era finito e bon, l'uomo che trasformato in cane, torna uomo dopo aver compreso che. In realtà, è sì un viaggio, ma non in avanti, bensì in giù, nell'abisso, nelle profondità della fedeltà e dell'incapacità di andare avanti, di lasciare ciò che è morto, di poter essere qualcosa oltre che un cane (avete presente no la storia di Hachiko che aspetta il padrone alla fermata nonostante il padrone sia morto?). Non ci si domanda perché o per come il ragazzo sia trasformato in cane, o le regole che ne governino il mondo, viene tutto accettato piuttosto velocemente, anche grazie a un'atmosfera più di visione che di realtà. Risulta abbastanza chiaro che non ci troviamo più di fronte a una semplice mutazione intra-specie, ma che riguarda l'intera realtà: il ritorno della ragazza sotto forma di bambina, adolescente, vecchia. Un po' come un film di Lynch. In fondo, non si ha mai nemmeno la sensazione di un punto di vista canino, centrale rimane il ragazzo. Zucco è molto bravo nel far percepire costante sia il dolore e lo struggimento, sia, soprattutto, nel gestire l'oscillazione, più o meno impercettibile fino alla scena, tremenda, finale, fra ossessione e amore. Certo, non è un romanzo perfetto, in alcuni punti risulta macchinoso e in altri la struttura del riflesso fra il dolore del ragazzo-cane e delle persone che incontra risulta leggermente troppo evidente, però sono tutte cose su cui si passa volentieri sopra, al netto di sequenze spiazzanti ed emotivamente fortissime come quella iniziale o dell'abbandono della ragazza in mano ai ladri.
chissà se in un'altra vita ritroverò l'amore che mi concede thor, se in un altro universo lui non invecchierà mai, chissà se ci rincontreremo in sogno, se lui teme quanto me il momento dell'addio e se i croccantini e le coccole sono prove sufficienti del mio amore